curdi isis turchia
Foto: Delil Souleiman / AFP

Curdi sotto attacco, bersagliati e traditi: dalla Turchia che vuole annientarli invadendo il loro territorio, dall’ISIS che sta ricomponendo le fila per tornare alla ribalta, da Trump che continua a girare lo sguardo dalla parte dell’indifferenza e da un’Europa sonnolente di fronte a questo massacro.

La Turchia, come sappiamo, gioca a fare la guerra: ha dato il via all’invasione del nord-est della Siria e la conseguenza sarà, per l’ennesima volta, un bagno di sangue di civili innocenti. In questi giorni l’evolversi frenetico degli step burocratici e militari (dalle minacce d’invasione, alle telefonate segrete di Trump, allo scheramento di truppe turche al confine) hanno determinato l’inizio di un’occupazione militare dalle prospettive macabre e assurde.

L’artiglieria turca ha già colpito i primi centri abitati sul confine, bombardando le città di Tal Abyad, Ras Al Ayn, Qamishlo e anche Kobane. Dai primi bilanci si contano trenta feriti e nove morti tra i civili, mentre Erdogan parla di cento soldati delle SDF colpiti. Molti civili stanno tentando la fuga dai centri abitati, altrettanti restano per organizzare la resistenza.

L’obiettivo dichiarato della Turchia è quello di creare una zona cuscinetto al confine con la Siria, sottraendo il territorio ai curdi, quel territorio in cui attualmente vivono e lottano dopo averlo strappato all’ISIS. Erdogan si riempie la bocca di parole come creazione di una safe-zone e l’operazione è stata appunto battezzata Fonte di pace, nonostante di pacifico non abbia proprio nulla.

I curdi sono il vero problema di Erdogan, che li ha più volte definiti terroristi. Stracciando il velo di Maya, il problema di Erdogan è l’organizzazione democratica e l’indipendenza che il popolo curdo con sangue e sudore ha attuato autonomamente in questi anni.

Il risultato di questa invasione già si intravede: Turchia e USA implicitamente alleati con l’ISIS contro i curdi stanno favorendo la ripresa dello Stato Islamico; a sud di Ras Al-Ayn le cellule dell’ISIS hanno già iniziato ad attaccare (insieme ai turchi) le milizie curde per riconquistare il territorio siriano. L’ISIS ha anche rivendicato l’autobomba esplosa a Qamishli, in cui ha trovato la morte Havrin Khalaf, leader del Partito per il Futuro della Siria: donna, pacifista e attivista per la tutela dei diritti umani, per l’eguagliaglianza tra uomini e donne, per una Siria laica e multi identitaria.

Perché i curdi fanno così paura ad Erdogan?

Il popolo curdo e i movimenti socio-politici come l’YPG (Unità di Protezione Popolare), il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), YPJ (Unità di Protezione delle Donne), riuniti nella più ampia alleanza delle SDF (Forze Democratiche Siriane) sono stati i maggiori protagonisti nella lotta contro l’ISIS, assicurando pace e stabilità nella zona del Rojava.

Da quando l’ISIS nel 2012, approfittando del caos delle Primavere Arabe, si insinuò nelle arterie del Medio Oriente arrivando a compiere attentati in Occidente, i movimenti curdi hanno inesorabilmente e instancabilmente lottato contro i terroristi. Un popolo che ha lottato con onore per la propria terra sacrificando vite umane. A Qamishlo i reduci mutilati delle Forze Democratiche Siriane sono scesi in strada per protestare contro l’invasione della Turchia, contro una decisione che vanificherebbe la loro lotta al terrorismo costatagli gambe, braccia, parenti, amici.

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Foto: Delil Souleiman / AFP
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Foto: Delil Souleiman / AFP

I curdi sono riusciti a liberare la città di Kobane, diventata oggi un simbolo di resistenza, hanno liberato la zona del Rojava, Raqqa, ovvero la capitale dell’ISIS in Siria e tante altre vittorie che gli hanno permesso non solo di debellare un nemico comune quale il Daesh (una minaccia mondiale, non solo locale), ma anche di gettare le basi per la creazione di una regione indipendente in netto contrasto con lo stampo autoritario dei Paesi confinanti (come la Turchia di Erdogan e a suo modo la Siria di Assad).

Quella dei curdi è una rivoluzione fatta di sangue e amore che conserva il sapore di un ideale romantico e concreto di uguaglianza e libertà. Basti pensare al valore riconosciuto alle donne nel Rojava di totale equiparazione all’uomo, anche nell’imbracciare armi e lottare per i propri diritti (impensabile in quel contesto arabo). Il Rojava è di fatto una regione autonoma, in teoria non riconosciuta dal governo siriano; è una forma di governo basata su secolarismo, ecologismo e femminismo tanto da prevedere che in ogni città ci sia una Sindaca affiancata da un co-Sindaco o viceversa, assicurando la rappresentanza ai vertici di entrambi i generi.

Le donne sono state in prima fila nella lotta contro l’ISIS (giovani e meno giovani), godono di ampia protezione nei casi di violenza domestica, sono state determinanti nella sconfitta del Daesh, ma questo alla Turchia non interessa. Erdogan, in realtà, ha più paura della democrazia che del terrorismo islamico: ha troppa sete di potere e di sangue per risparmiare il Rojava, un fiore nel deserto.

Trump tradisce il popolo curdo con un tweet

Gli USA di Obama, dopo la nascita del Daesh, appoggiarono le SDF nella lotta al terrorismo. Un matrimonio destinato certo al divorzio; si trattava di un supporto più logistico e formale che pratico. Basti pensare che le SDF hanno subito migliaia di perdite umane, mentre nessun americano è morto nella lotta contro l’ISIS.

Il tradimento degli USA avviene nel momento in cui Trump prima minaccia di ritirare le unità militari, definendo quella in atto una «guerra ridicola senza fine» , poi aggiungendo «combatteremo solo dove avremo benefici e combatteremo solo per vincere», infine affermando «Amo i curdi, ma loro non ci hanno aiutato nella Seconda Guerra Mondiale». Il rappresentante della prima potenza militare nel mondo si esprime su una strage di civili con semplici tweet, in un mix di bipolarismo, cinismo e profonda ignoranza: ulteriore oltraggio e offesa ad un popolo che combatte per una causa tanto nobile da risultare incomprensibile ad un uomo come Trump.

Il potere d’azione per frenare questo scempio non manca agli USA e all’Europa. La Turchia è membro dell’ONU e sarebbe un diritto e soprattutto un dovere colpirla sul piano delle sanzioni finanziarie, ma ancora una volta non interessa, perché la contro-minaccia di Erdogan è quella di inviare 3,6 milioni di migranti in Occidente. Un ricatto che mette con le spalle al muro l’Occidente dove, si sa, gli immigrati incutono più paura del nucleare.

Nonostante le risposte blasfeme istituzionali, il popolo curdo non va abbandonato nelle mani di Erdogan, non va abbandonato allo stesso destino della Palestina, non va abbandonata la speranza di un mondo più grande di questo di cui Abdullah Goran (poeta curdo) parla nelle sue poesie.

Il sacrificio di vite umane, come quella di Lorenzo Orsetti e tanti altri volti spesso anonimi spenti sulle barricate in nome della libertà dei popoli e del coraggio di lottare per una causa che non è utopia, non possono essere seppelliti dalla dittatura criminale mascherata da perbenismo come la Turchia di Erdogan, dal cinismo di Trump, dall’impotenza dell’Europa.

Non è giusto.

E chi lo spiegherà al popolo curdo (in queste ore in preda ai bombardamenti) che il mondo è rimasto a guardare inerme il loro sterminio e che la tracotanza ha vinto sulla giustizia?

Melissa Aleida

1 commento

  1. I curdi, da anni ormai stanno portando avanti un progetto innovativo di giustizia sociale, tolleranza religiosa e di libertà, specialmente per le donne, ma ora viene bloccato con una guerra sanguinaria, e sacrificato a favore degli interessi delle grandi potenze mondiali: Stati Uniti, Russia e Unione Europea.
    Negli ultimi tempi, i curdi hanno dimostrato, quando è stato concesso loro spazio e respiro, di essere capaci di organizzare la propria vita e sapersi autodeterminare, sorprendendo il mondo intero. Hanno sperimentato uno sviluppo sostenibile mettendo in campo doti organizzative uniche costituendo, nel nord-est della Siria, una regione autonoma denominata Rojava che fa parte delle quattro, anche se ufficialmente non riconosciute, che compongono il Kurdistan. E’ retto, il Rojava, da un governo la cui politica è basata su eguaglianza, emancipazione femminile, ambientalismo sostenibile e pluralismo facendo dell’anticapitalismo una bandiera. Sono riusciti, insomma a costruire una società con istituzioni che funzionano e che mette al centro l’uomo in quanto tale con i suoi bisogni, i diritti e le sue aspirazioni. Un modello, in sostanza, a cui tanti ambiscono ma che pochi hanno il coraggio di progettare per poi realizzare. Fra le tante rivoluzioni per la libertà e la democrazia, quella in Siria ha una qualità in più. Le donne. Sono loro, con le loro diversità etniche e religiose, il motore della rivoluzione che quando ebbe inizio, nel marzo del 2011 cominciarono, sotto un’unica bandiera, a guidarla chiedendo libertà e uguaglianza. Ispirandosi alle idee del Pkk il cui leader è Abdullah Ocalan, ancora oggi le donne curde continuano a svolgere un ruolo fondamentale nel nuovo modello di società che stanno costruendo e dove stanno mettendo in piedi un sistema governativo che si pone come alternativa al sistema capitalistico. Molte di loro sono morte, insieme anche a tanti uomini, combattendo una battaglia, quella contro l’Isis, anche nostra di noi occidentali. Ora che stanno lottando per la loro vita, i loro sogni e il loro futuro, è nostro fermo dovere sostenere le loro ragioni e la loro resistenza, chiamando alle proprie responsabilità la politica, la società civile e tutte le istituzioni, contro l’invasione di Erdogan, il dittatore turco sanguinario che con la complicità dell’America e il silenzio assordante dell’Europa, sta tentando di annientare l’intero popolo curdo. I responsabili delle guerre in Medio Oriente avallano politiche liberiste dei governi borghesi che foraggiano il grande capitale e sostengono le grandi potenze imperialiste. Probabilmente dirigono le grandi banche che trafficano in armi e le grandi aziende multinazionali che le producono, accumulando profitti sulla pelle dei popoli oppressi.

    Pasquale Aiello

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