
Quando una goccia d’olio cade su un tessuto il suo dilagare è quasi istantaneo: sembra la metafora più calzante per descrivere gli eventi recenti nell’ormai ultra-mediatizzato conflitto in Medio Oriente. Gli eventi geopolitici che lo coinvolgono lambiscono anche il sud della Penisola Arabica fino allo Yemen, con il conflitto tra Houthi e Israele. Da dove nasce questo conflitto?
Gli Houthi: origini e affermazione
Da sempre territorio molto ambito, grazie alla sua posizione strategica nello stretto di Bab-al-Mandab, lo Yemen non è nuovo alle influenze esterne e alle divisioni: infatti, nel 1839 il Regno Unito assunse in controllo delle coste e della città di Aden nel sud del paese, mentre il nord rimase sotto il controllo dell’Impero Ottomano. Solo a seguito della Prima Guerra Mondiale e al successivo ritiro dell’influenza turca, il Nord divenne indipendente. Nel 1962 in questo territorio nacque la Repubblica Araba dello Yemen, grazie all’aiuto militare fornito dal presidente egiziano Nasser, spodestando il vecchio monarca. Ne scaturì una guerra civile in cui Siria e Arabia Saudita si schierarono dalla parte della monarchia, mentre l’Egitto sosteneva i repubblicani.
Dopo otto anni di conflitto, nel 1970, nacquero due Yemen separati sia territorialmente che ideologicamente. Lo Yemen del Nord, filo-occidentale, e la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen del Sud, di ispirazione marxista. Il leader del Nord Ali Abdallah Saleh, salito al potere nel 1978, profittò del crollo dell’Unione Sovietica e della perdita di fiducia nel modello socialista per riunire il Paese. Il Sud, escluso dalla spartizione del potere e dai progetti infrastrutturali, percepì il processo di annessione come un’annessione indesiderata. In questo contesto di fratture e disordini politico-sociali, nei primi anni novanta, cominciava ad affermarsi il nucleo di quelli che poi diventeranno gli Houthi, nati come setta religiosa sciita guidata da Hussein Al-Houthi e ideologicamente molto affini all’Iran della rivoluzione Khomeinista.
Nel 2004 le tensioni tra il governo centrale di Saleh e il gruppo religioso che nel frattempo andava strutturandosi militarmente si acuirono, in quanto l’organizzazione riteneva il presidente corrotto e incapace di garantire stabilità alla Repubblica. Le idee vennero appoggiate anche dagli yemeniti del Nord, anch’essi scontenti del regime repressivo.
La miccia si incendiò definitivamente nel 2011 quando Saleh si dimise mettendo fine ad un governo durato trent’anni, designò come successore il suo vice Abd Rabbih Mansur Hadi il quale tentò subito un patto per calmare le tensioni nel Paese. Gli Houthi però rifiutarono e nel gennaio 2015 effettuarono un colpo di stato pretendendo le dimissioni del presidente che, nonostante il supporto americano, saudita ed emiratino, si vide costretto a lasciare il potere al capo del Parlamento ad interim, che a sua volta non venne riconosciuto dagli Houthi. Il gruppo, di risposta, forzò lo scioglimento del Parlamento, dichiararono la nascita di un comitato rivoluzionario e si impadronirono della capitale Sana’a.
La mossa causò la fuga di Hadi presso la capitale transitoria Aden, ritenendosi ancora l’unico Presidente della Repubblica. Ad aggravare ulteriormente la situazione è stato l’intervento delle grandi potenze del Medio Oriente: i Sauditi sostengono militarmente e ideologicamente il governo centrale mentre l’Iran sostiene i ribelli Houthi. Oggi il paese è, se possibile, ancora più frammentato rispetto al passato: nel nord resistono gli Houthi, nel sud il Consiglio di Transizione che chiede l’indipendenza dell’area e nella zona di Aden il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.
Conflitto Houthi Israele: cosa sta succedendo
«Il nemico israeliano si è spalancato le porte dell’inferno con questo attacco. La nostra risposta sarà dura e dolorosa». Sono queste le parole pronunciate dal capo di stato maggiore degli Houthi, Mohammed al Ghamari a seguito dell’attacco israeliano del 28 agosto scorso che ha ucciso il Primo Ministro dei ribelli Houthi in un appartamento nella capitale Sana’a. Nonostante la significativa distanza geografica i ribelli yemeniti sembrerebbero rappresentare una grande minaccia per lo stato ebraico.
Dall’inizio del conflitto israelo-palestinese gli Houthi hanno regolarmente attaccato sia Israele che le navi che solcano il Mar Rosso presso il sopracitato stretto di Bab-al-Mandab, cono di bottiglia fondamentale per il commercio mondiale verso l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, e particolarmente importante per l’economia dello Stato ebraico. La motivazione ufficiale degli attacchi è il sostegno a Gaza. L’attentato di Israele a danno di al Ghamari ha costituito il casus belli ideale per una reazione preparata da tempo: undici inviati dell’ONU nel Paese, tra i quali figura anche l’inviato per lo Yemen Hans Grundberg sono stati arrestati, con tanto di irruzione negli uffici delle Nazioni Unite e il sequestro di beni. Il segretario dell’ONU Antonio Guterres ha immediatamente espresso la necessità di un «rilascio immediato e incondizionato».
Secondo le Nazioni Unite, lo Yemen versa in una delle situazioni più disastrose degli ultimi anni, esacerbata anche dal confronto diretto con gli israeliano. La presenza del personale ONU nel Paese è stata definita dagli Houthi come “non autorizzata”, affermando che gli arresti siano dovuti a presunti collegamenti di spionaggio per conto di Israele e degli Stati Uniti, mentre le istituzioni internazionali ritenevano che il personale fosse essenziale per supportare la popolazione locale.
Per capire davvero perché questa vicenda dovrebbe riguardarci, al di là della naturale compassione per le vittime, basta considerare le possibili conseguenze economiche, che potrebbero rivelarsi disastrose. Se lo Yemen continua ad attaccare le navi “affiliate” a Israele con l’appoggio di Teheran, rischia di compromettere la sicurezza marittima, far lievitare i costi dei trasporti e trasformare l’area in un vero e proprio teatro di guerra economica.
Ad ora, siamo ben lontani da un cessate il fuoco tra Houthi e Israele: in data 7 settembre 2025 un missile proveniente dallo Yemen ha colpito l’aeroporto Ramon vicino alla città di Eilat, nel sud di Israele, provocando due feriti. Tre giorni dopo missili israeliani hanno colpito la zona nord di Sana’a nella provincia di al-Jawf, causando secondo i media locali la morte di 46 civili e il ferimento di altre 165. L’attacco, secondo gli israeliani, avrebbe avuto l’obiettivo di smantellare reti strategiche degli Houthi. Un conflitto strisciante, che si surriscalda ad intervalli regolari.
La macchia d’olio mediorientale
La macchia d’olio mediorientale dilaga e la comunità internazionale sembrerebbe indignarsi in bei discorsi coronati da concetti idilliaci, invocando negoziati, cooperazione e pace.
Ma come agiscono sul piano pratico? Nella bilancia della vita l’interesse materiale ha lo stesso peso della vita umana? A quanto pare no, il primo piatto sembra essere molto più pesante. Lo Yemen è solo uno dei tanti paesi in forte e grave difficoltà, una voce di una lista fin troppo lunga.
Sembra però che ci si interessi a determinate dinamiche solo quando è troppo tardi: in Yemen è già così, ora trovare una soluzione diretta non sembra possibile. Il destino del Paese dipende fin troppo dalla dinamica del conflitto Houthi Israele e da altri attori esterni. Nel frattempo, le persone continuano a morire di minuto in minuto e il mondo si sta volontariamente voltandosi dall’altra parte.
Anna Montalti


















































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