Yemen guerra

A marzo 2018 lo Yemen è entrato nel suo quarto anno di guerra civile. Un conflitto che sta mettendo in ginocchio il popolo yemenita, già provato da numerosi disastri naturali che ne hanno da tempo caratterizzato la storia, dandogli il triste primato di Paese più povero del mondo arabo (volendo utilizzare l’indicatore di sviluppo umano – HDI – elaborato dall’UNDP come termine di riferimento, nel 2018 lo Yemen è risultato al 178° posto su 189 Paesi analizzati). Mentre ancora oggi molti si chiedono perché c’è la guerra in Yemen, i dati raccolti dalle agenzie internazionali restituiscono l’immagine di un paese devastato.

Oggi in Yemen la quasi totalità della popolazione ha necessità di un qualche tipo di aiuto: vi sono circa 2 milioni di sfollati interni e 20 milioni di persone vivono in condizione di insicurezza alimentare con casi di malnutrizione cronica.

Questa guerra è stata spesso definita come “il conflitto dimenticato” a causa della scarsa attenzione mediatica che ha avuto e per l’atteggiamento ambiguo delle potenze internazionali che hanno supportato gli interessi regionali di alcuni attori più che cercare una soluzione al conflitto anche per vie diplomatiche.

E qui arriviamo al perché c’è la guerra in Yemen. Infatti, come molti conflitti contemporanei in Medio Oriente, la guerra in Yemen nasce da problematiche interne su cui agisce l’azione disgregante di potenze regionali e internazionali che appoggiano gli attori interni per perseguire i propri interessi. Per riuscire a tracciare un quadro chiaro della situazione in Yemen è quindi necessario analizzare ogni elemento del conflitto partendo dalle sue origini.

Perché c’è la guerra in Yemen? Partiamo dalla primavera araba e dalla caduta di Ali Abed

Lo Yemen è uno Stato relativamente giovane. Era il 1990 quando la parte nord del Paese – la Repubblica Araba dello Yemen nata dopo il colpo di Stato del 1962 che aveva messo fine a una monarchia religiosa sciita – fu unificata alla parte meridionale, indipendente dalla colonizzazione inglese dal 1967.

Il nuovo Stato è apparso fin da subito molto fragile e le spinte secessioniste dei principali gruppi di potere che si identificavano su base etnica  sfociarono spesso in conflitti armati tra il nord e il sud del Paese. La scarsa capacità istituzionale e la debolezza del sistema delle infrastrutture ha reso inefficienti gli aiuti internazionali, portando al fallimento di una serie di processi di ricostruzione avviati anche in seguito alle numerose catastrofi naturali che nel tempo ha subito il Paese.

Il 2011 può essere considerato un primo punto di svolta per la storia dello Yemen. L’ondata di proteste popolari contro i regimi autoritari che nel 2011 coinvolse parte del Maghreb e del Medio Oriente si inserì, in Yemen, in un clima già teso che vedeva contrapposti, dagli inizi del nuovo secolo, le milizie sciite zaydite degli Huthi presenti nel Nord del Paese e il governo centrale del presidente Ali Abed Allah Saleh.

Le povere condizioni economiche, la corruzione e gli alti livelli di disoccupazione spinsero la popolazione a scendere in piazza. La violenta reazione del Governo amplificò le proteste che si estesero velocemente in tutte le maggiori città e costrinsero Saleh ad abbandonare la carica di Presidente dopo 33 anni di governo. 

La transizione del potere non portò, però, alla fine dei conflitti. Il nuovo Presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, già vicepresidente del vecchio governo e supportato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) e dagli Stati Uniti, non riuscì a rispondere efficientemente agli ostacoli che doveva affrontare il Paese.

Una grave siccità, la continua crisi economica, gli attacchi di Al Qaeda e le proteste dei separatisti del sud e degli Houthi a nord, resero il governo talmente debole da essere incapace di rispondere all’offensiva degli Houthi che riuscirono nel 2014 ad occupare la capitale Sanaa e costringere Hadi ad abbandonare la sua carica e a rifugiarsi ad Aden.

La divisione dello Yemen dopo la guerra civile del 2011

L’avanzata degli Houthi però ha avuto come conseguenza l’internazionalizzazione del conflitto, trascinando lo Yemen in una vera è propria guerra dove sono molte le forze in campo e il prezzo più alto è pagato dai civili.

Chi combatte in Yemen: gli attori interni e regionali

La guerra civile in atto in Yemen, quindi, si innesca dallo scontro tra forze pro-governo, guidate dal presidente riconosciuto Hadi, e milizie Huthi, inizialmente alleate con l’ex presidente Saleh. L’alleanza strumentale tra ribelli Huthi e l’ex presidente è terminata nel 2017, quando l’ex presidente ruppe l’alleanza cercando un riavvicinamento con i Sauditi per poi essere ucciso dagli stessi ribelli.

Gli Houthi sono un movimento politico-religioso che nasce negli anni Ottanta a Saada, nel nord del Paese. Il gruppo rivendica un’identità zaydita, una branca sciita che rappresenta il 40% della popolazione yemenita ed è concentrata prevalentemente nelle zone nord del Paese. L’élite zaydita regnò nello Yemen del nord fino alla rivoluzione repubblicana del 1962. Il nuovo governo, così come quello nato dopo l’unificazione dello Yemen, finì per marginalizzare gli zaydi a favore della componente sunnita del Paese.

La difesa della popolazione sciita dalle discriminazioni del governo, così come una forte retorica anti-americana e quindi, di riflesso, una violenta accusa mossa al Governo colpevole di appoggiare gli Stati Uniti, sono il cuore dell’agenda del movimento politico-religioso degli Huthi.

Il colpo di stato guidato dalla milizia degli Huthi ha provocato la reazione dell’Arabia Saudita – da sempre vicino invadente dello Yemen – che è intervenuta militarmente per liberare i territori occupati, insieme a una coalizione di Paesi arabi tra cui gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l’Egitto, il Kuwait, il Sudan e la Giordania.

Per i Sauditi la posta in gioco in Yemen non è soltanto quella di ripristinare un governo a loro favorevole ma anche quella di contrastare l’Iran, storico nemico contro cui da anni combatte una “guerra fredda” che si concretizza nell’impegno nei principali scenari di conflitto mediorientali a sostegno di fedeli alla dottrina sunnita – i Sauditi – e ai fedeli sciiti – gli Iraniani.

Il coinvolgimento iraniano in questa guerra può essere interpretato quasi unicamente in funzione anti-saudita. Infatti, come molti studiosi hanno evidenziato, per quanto i ribelli Houthi si siano negli ultimi tempi avvicinati al network transnazionale sciita, le loro azioni sono mosse principalmente da interessi interni.

La possibilità di aumentare la pressione sul confine tra Yemen e Arabia Saudita, d’altronde, è stata colta al volo dall’Iran che ha aumentato il suo supporto verso i ribelli Houthi proprio a seguito dell’attacco della storica nemica.

Ma lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, parallelo a quello tra forze fedeli a Hadi e milizie Huthi, non è l’unica componente di questa guerra.

Un altro attore fondamentale del conflitto sono gli Emirati Arabi – alleati dei Sauditi – che, spinti dalla necessità di indebolire la minaccia della Fratellanza Musulmana (che nello Yemen è rappresentata dal partito Islah, uno dei protagonisti della rivolta del 2011), sono impegnati nella parte meridionale del Paese dove addestrano e finanziano le milizie secessioniste in funzione anti-Huthi.

La presenza militare degli Emirati in Yemen gli ha inoltre garantito una nicchia di mercato congeniale ai propri interessi regionali. L’ambiziosa politica estera emiratina che guarda con interesse all’Oceano Indiano e al Corno d’Africa rende le coste sud dello Yemen un punto strategico chiave, e permetterebbe di bypassare le minacce iraniane di chiudere lo stretto di Hormuz (questo stretto mette in comunicazione il Golfo Persico con l’Oceano Indiano).

Ultimo elemento da non dimenticare nell’analisi del conflitto è la presenza sul territorio di gruppi terroristici tra cui Al Qaeda e, nell’ultimo anno, l’ISIS. I gruppi di questo tipo hanno base principalmente nelle zone desertiche e difficilmente controllabili.

A che punto è la guerra?

A dicembre, dopo il fallimento di settembre, si sono finalmente tenuti i colloqui preliminari di pace tra i protagonisti del conflitto in Yemen. I colloqui, che si sono tenuti in Svezia, rappresentano un primo passo verso la creazione di un clima di fiducia indispensabile per poter proseguire concretamente verso la risoluzione del conflitto.

Il tema principale dei colloqui è stato lo scambio di prigionieri, ma si sono poste le basi anche per cominciare a dialogare su un possibile cessate il fuoco, l’apertura di corridoi umanitari e il ritiro delle forze belligeranti dalla città portuale di Hodeida, luogo strategico in quanto sede di molte installazioni militari degli Houthi e punto di passaggio per gli aiuti umanitari.

Marcella Esposito