Keenan Anderson
Fonte immagine: Pixabay

Keenan Anderson, cugino di una delle fondatrici del movimento afroamericano Black Lives Matter, è deceduto dopo essere stato fermato e aggredito dalle forze di polizia. L’accaduto è la testimonianza del dolore inflitto ad un altro dei membri della comunità nera, da decenni vittima di sopraffazioni, violenze e negazione di diritti. 

Il fermo e la violenza

Aveva poco più di trent’anni Anderson Keenan, l’insegnante afroamericano morto a Los Angeles il 3 gennaio. Dopo essersi fermato a causa di un incidente stradale, l’uomo è stato richiamato dagli agenti di polizia giunti sul posto, i quali gli hanno intimato di sdraiarsi a terra a pancia sotto. Disarmato e pervaso dalla paura di andare incontro al destino riservato agli altri membri della sua comunità che prima di lui sono stati vittime di abusi, ha accennato un tentativo di fuga, in risposta al quale è stato afferrato, messo con forza a terra, rigirato prima su un fianco e poi posto in posizione prona: un gomito premeva sul suo collo e scariche di corrente elettrica emesse dalla pistola taser lo colpivano lungo il corpo.

«Stop it» implorava. E ancora «Help please. Help» urlava, ma alla sua insofferenza gli agenti di polizia rispondevano con nuovi impulsi elettrici e strette più forti. Dopo una breve pausa, durante la quale uno dei responsabili ha minacciato di ricominciare nel caso avesse tentato di muoversi e Keenan ha risposto promettendo di non farlo, sono seguite ulteriori scariche.

Nel video dell’accaduto, ripreso dalla body camera e diffuso online, si vede Anderson rimanere sdraiato sull’asfalto, inerme. Ma all’arrivo dell’ambulanza che avrebbe dovuto portarlo in ospedale e su cui morirà lungo il percorso per via di un arresto cardiaco causato dalla brutalità delle violenze subite, appariva già sotto shock.

Keenan Anderson è morto in custodia

Una morte in custodia, secondo il capo della polizia di Los Angeles. Un comportamento erratico quello di Keenan, nel cui sangue sono state rinvenute tracce di cannabis e cocaina. 

Ma custodia non vuol dire maltrattamento, comportamento erratico e presenza di droghe nel corpo, leggere o meno, non legittimano la furia omicida.

La morte di Anderson è l’esempio della sopraffazione sulla comunità nera, espressione della teoria darwiniana

L’uso della forza fisica per risolvere questioni di tipo amministrativo, come nel caso di Anderson, sentimenti di sdegno nei confronti della comunità nera: si tratta di una tradizione storico-politica sulla quale si è edificata la società americana e che sembra essere il risultato della messa in atto della teoria darwiniana della lotta per la sopravvivenza della specie. Quella forte, di cui fanno parte i rappresentanti e le rappresentanti del potere, che domina e sopravvive a quella più debole, alla quale appartengono le donne e gli uomini di colore. 

Ma le violenze, fisiche, psicologiche e/o verbali, perpetuate dalle forze di polizia e dai detentori e dalle detentrici del potere sulla minoranza afroamericana sono anche il prodotto di un’organizzazione dicotomica del discorso finalizzata alla contrapposizione tra bene e male, tra giusto e sbagliato. 

Lo stesso Donald Trump nel suo discorso di investitura definiva la comunità nera un popolo di non americani, contro cui è necessario attuare una politica spietata e da cui il Popolo americano ha il dovere di tutelare le forze dell’ordine, autorizzate ad abusare dei membri della comunità nera.

Si tratta di una vera e propria emergenza, alla quale il sistema politico vigente deve rispondere attivamente arginando, e non promuovendo, fenomeni di oppressione, sfruttamento, esclusione sociale e aggressività. Perché una società che vede nel male coloro che la violenza l’han sempre subita e ancora la subiscono e che la rivolta la portano avanti allo scopo di tutelare la vita stessa, e nel bene coloro che questa rivolta la sopprimono e la soffocano, è chiaramente abitata da individui che hanno interiorizzato un linguaggio aggressivo e che agiscono nella consapevolezza che perpetuare abusi contro la comunità afroamericana, da secoli al centro di una narrazione distorta, non sia un’arma, non sia una scelta, ma un diritto e un dovere.

Arianna Lombardozzi

Da sempre appassionata di informazione e tematiche sociali e cresciuta coltivando il desiderio di dare voce a coloro che non ne hanno, studio Strategie culturali per la cooperazione e lo sviluppo dopo il conseguimento di una laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

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