«I dolori del giovane Werther» di Goethe: l'afflizione d'un amore impossibile
Caspar David Friedrich - Man and Woman contemplating the Moon (Wikipedia)

Johann Wolfgang Goethe all’età di venticinque anni pubblicò nel 1774 il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther che divenne il manifesto, nonostante i motivi neoclassici presenti, del nascente movimento culturale-letterario tedesco dello Sturm und Drang – antesignano del romanticismo tedesco – al quale lo stesso Goethe aderì già nel 1770 grazie anche alla conoscenza del filosofo tedesco Johann Gottfried von Herder.

Il capolavoro goethiano fu incentrato sulle irrefrenabili angosce d’un giovane borghese e fu strutturato su concetti chiave come lo straziante sentimentalismo e l’individualismo romantico dell’eroe che si contrapponeva sia titanicamente alle convenzioni sociali dominanti e alla natura stessa dell’uomo, sia vittimisticamente in seguito all’inevitabile sconfitta e al conseguente ripiegamento dell’eroe su di sé che sfociava nella solitudine e nel sogno, nella malinconia e nel suicidio. Inoltre, la suggestività del romanzo scaturì dagli espedienti stilistici e dal lirismo della prosa, nonché dalla finezza di un’analisi filosofica e psicologica capace di narrare con minuziosità l’insorgere d’un travolgente innamoramento e della sua tirannica presenza nell’animo del giovane Werther.

Il romanzo, scritto in quattro settimane, avendo le sembianze d’un journal intime ebbe necessariamente una matrice auto-biografica: le sofferenze del protagonista rifletterono quelle dell’autore. Difatti la poetica di Goethe affondò le proprie radici nella brutale verità dell’intreccio in primis del suo infelice amore per Charlotte Buff, conosciuta a Wetzlar e promessa sposa di un altro uomo, Johann C. Kestner. In secundis del suicidio di un suo giovane amico, Karl W. Jerusalem, causato dall’amore impossibile per una donna già impegnata. Ebbene, risemantizzando tutto ciò, lo scrittore tedesco attraverso la commistione tra la trasposizione diretta della vita nella letteratura e la trasfigurazione poetica rese singolare e autentica la travagliata storia del giovane Werther.

Successivamente fu lo stesso Goethe a fornire una risposta a chi per l’ennesima volta gli chiese cosa ci fosse di veritiero nel giovane Werther: «Questa domanda mi è già stata rivolta spesso, e di solito rispondo che allora vi erano in una due persone, una delle quali è perita, mentre l’altra è sopravvissuta per scrivere la storia della prima, così com’è detto nel Libro di Giobbe: ‘Signore, tutto il tuo bestiame e i servitori sono stati uccisi, e io solo sono scampato per portartene notizia’».

Verso la fine del XVIII secolo con il sorgere del romanticismo tedesco, le giovani generazioni aspirarono ardentemente al conseguimento d’un’armonia cosmica (Stimmung) ragion per cui imperversò una sorta di religione della natura che, oltre a proiettare sulla bellezza della natura il proprio commosso e turbato mondo interiore, scrutò nell’individualità dei limiti da superare. In tal modo si generò un disgusto del proprio sé e, al contempo, si propagarono delle tendenze irrazionalistiche scatenate dalla persuasione che la realtà più autentica si sottraesse al dominio della ragione e si potesse attingere solo attraverso uno stato onirico: l’appagamento allucinatorio del desiderio. Dunque, l’idea dell’uno-tutto ebbe origine dall’ambizione di conquistare fuori di sé un infinito privo di realtà.

Pertanto, i canoni dell’artista romantico furono quelli del Kraftkerl (uomo pieno di forze) e dell’Originalgenie (genio originale), ossia di colui che seguiva soltanto il richiamo dei sentimenti, dei sensi e della fantasia. Così l’io s’innalzava simile agli dèi.

W. Blake – The Ancient Days (Amazon.it)

Ciò si manifestò pienamente nel 1787 quando l’opera fu ripubblicata e il personaggio del giovane Werther divenne immediatamente un esempio ammaliante per i giovani europei colti – per la prima volta a contatto con i propri sentimenti più viscerali e con le proprie passioni più recondite – che deliberatamente assunsero il suo atteggiamento inquieto e malinconico e finanche si strussero alla ricerca di amori sublimati simili al suo. Il modello dell’artista-eroe romantico si diffuse a tal punto che nacque una vera e propria moda: il wertherismo. Si verificò persino un notevole incremento dei suicidi.

Tutto ciò travalicava le reali intenzioni pedagogiche di Goethe – seppur entusiasta del dilagante successo – giacché il suo romanzo era piuttosto un avvertimento contro il rischio, corso da lui stesso, dell’auto-compiacimento nella disperazione e dell’auto-esclusione dalla vita.

Dunque, stando alle parole di Thomas Mann:

«Il successo del Werther […] superò ogni confine, facendo letteralmente impazzire il mondo e attirandolo in una voluttà di morte. Il romanzo determinò un’ebbrezza, una febbre, un’estasi diffusa su tutta la terra abitata: ebbe l’effetto di una scintilla che cada in un barile di polvere e liberi, allargandosi all’improvviso, una terribile massa di forze».

J. W. Goethe – I dolori del giovane Werther (Wikipedia)

I dolori del giovane Werther: taedium vitae e vanificazione dell’esistenza

Il romanzo, composto da una serie d’epistole, è scritto in prima persona ed è suddiviso in due libri; mentre l’arco temporale delle vicende si dipana dai primi giorni del maggio 1771 sino a dicembre 1772. Quasi tutte le lettere hanno come destinatario Wilhelm, un caro amico del giovane Werther, eccetto due rispettivamente indirizzate all’amata Lotte e ad Albert, il futuro marito di quest’ultima.

Werther è un ventenne introverso dalle ardenti passioni con notevoli capacità artistico-letterarie e con un pervasivo senso d’inadeguatezza rispetto al milieu aristocratico-borghese che lo circonda. Dopo una relazione tormentata decide di abbandonare la propria città e di rifugiarsi in un villaggio di campagna, Wahlheim, pur di ristabilire lo smarrito equilibrio interiore. Nonostante il suo animo instabile, la rigenerante solitudine e la rasserenante quiete, ritrovate in quel locus amoenus, lo conducono all’idilliaca fusione tra uomo e natura. Persino il contatto con l’umiltà e la genuinità della gente del posto lo rallegrano e lo rendono più insofferente verso la vanità e l’ipocrisia del contesto cittadino da cui è fuggito.

C. D. Friedrich – Il Mattino (Quadri e stampe) I dolori del giovane Werther

Una sera in occasione d’una festa danzante, il giovane Werther incontra la splendida e cordiale Lotte e travolto da un turbinio di emozioni se n’innamora perdutamente: il mondo intorno a lui svanisce del tutto. Ma la sua smodata esaltazione è priva di fondamento giacché è la stessa Lotte a riferirgli d’essere già promessa a un altro uomo, Albert. Costui è l’esatto opposto del giovane romantico, difatti è il classico borghese placido e razionale che infonde sicurezza.

Malgrado ciò Werther avverte il bisogno incoercibile di vedere Lotte, di starle accanto, di bearsi dei suoi sguardi, della sua voce, dei suoi gesti. Pertanto, intuisce che quell’amore irrealizzabile sta divenendo una dipendenza morbosa: si trasforma in un anèlito che svuota di senso l’esistenza senza l’oggetto d’amore. L’intensità del suo sentimento non contempla quindi dei limiti, ragion per cui l’idealizzazione dell’amata – alla quale vengono attribuite infinite qualità positive – lo conduce a confondere il bisogno affettivo con la smania assoluta di possesso; ciò implica il non potere in alcun modo rinunciare alla persona amata, che viene incorporata come una parte di sé, come la propria raison d’être. Dunque, il giovane Werther è sospeso tra il reale e l’immaginario e in questo iato spesso la sublimità raggiunge altezze vertiginose mentre l’abisso raggiunge profondità insondabili. Ciò fa sì ch’egli assegni alla relazione amorosa un significato di vita o di morte.

Questo dissidio interiore, ch’è intrinsecamente insanabile, fa sì ch’egli non sia più il fautore di un universo di cui rappresenterebbe il fulcro, bensì una vittima dell’irrazionalità dei propri istinti. In conseguenza d’un tragico abbraccio, il giovane scopre una verità inizialmente solo sospettata: Lotte lo ama nonostante sia esitante e tenda a respingerlo. Questa verità gli rende infine impossibile vivere senza di lei.

Il giovane Werther è consapevole fin dal principio dell’impossibilità dell’ottenimento del suo oggetto; questa tensione al tragico non è altro che un indomabile desiderio di infelicità, e forse un desiderio di morte. Dunque, Werther non si innamora di lei benché sia fidanzata, ma più che altro si innamora dell’idea che Lotte fosse fidanzata, e quindi dell’impossibile.

«Perché dunque io, Werther? Proprio io, che sono di un altro? O forse è appunto per questo? Io temo, temo sia soltanto l’impossibilità di avermi a renderle così attraente questo desiderio».

Nonostante ciò il rapporto si preserva – sia per convenzioni sociali che per la legge morale di Werther – all’insegna di una casta e straziante amicizia. Pertanto, lui stesso è vittima d’una società conformista e bigotta che ne soffoca le libertà. Però roso dall’insopportabile tormento e seguendo il consiglio dell’amico Wilhelm, accetta un incarico diplomatico che lo allontana dal villaggio. Con la nuova occupazione si rinfocola l’idiosincrasia verso le mendacità del mondo altolocato, in virtù di ciò dopo svariati diverbi con l’ambasciatore rassegna le dimissioni e rientra a casa. La malinconia (Sehnsucht) infesta ormai il suo animo e giunge al culmine con la notizia del matrimonio di Albert e Lotte.

Afflitto e sempre più cupo, Werther ritorna a Wahlheim: inizia a meditare il suicidio. Al netto del contrasto tra le pulsioni individuali e una realtà discordante, il suo io è posto dinanzi al tracollo esistenziale.

In un ultimo atto ostinato, un giorno recita i Canti dell’Ossian a Lotte e, notando la sua commozione, la bacia d’impulso. Lei, pur turbata dal legame con Werther, lo respinge, desiderando sopra ogni cosa rimanere fedele ad Albert.

Il giovane Werther è logorato dal taedium vitae, ossia dal disgusto di sé e della propria limitatezza, non riesce a colmare lo scarto tra la propria finitezza e la ricerca dell’infinito: la relazione non si intrattiene tra l’uomo e la donna, quanto tra l’uomo e il proprio sé. Il dolore non è causato da uno scontro con un ostacolo inevitabile della vita, bensì da una scelta deliberata verso il dolore, ossia una volontà assurda di condurre un processo interiore di vanificazione dell’esistenza.

giovane Werther
E. Manet – Il Suicidio (Antonio Della Rocca – WordPress.com) giovane Werther

Diviene, quindi, deus ex machina della sua propria vicenda: l’eroe romantico realizza la propria personalità fino al gesto dell’annientamento di sé nel suicidio.

Con un pretesto richiede in prestito ad Albert delle pistole e dopo aver inviato una lettera a Lotte, si spara. Dopo il funerale – senza preti, a cui presenziano in pochi tranne Lotte e Albert – il giovane Werther viene sepolto all’ombra di due tigli.

C. D. Friedrich – Viandante sul mare di nebbia (Wikipedia)

«Sollevare il sipario e scomparire là dietro! Questo è tutto. Perché indugiare, perché temere? Forse perché ci è ignoto cosa viene al di là di esso? O perché di là non c’è ritorno? Forse perché è una peculiarità del nostro spirito presentire caos e tenebre là dove non sappiamo nulla di certo».

Gianmario Sabini

Greenpeace

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Engels, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera, i Tool e i Kyuss. Detesto il moderatismo, il fanatismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, Calcutta, i Thegiornalisti e Achille Lauro. Studio, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, bevo sovente per godere dell'oblio, suono la batteria negli IVAS. Morirò.

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