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Attacchi a Kobane. Di nuovo. Sempre contro curdi, assiri, armeni, arabi, circassi e tutte quelle popolazioni che in Siria del Nord hanno inaugurato un nuovo modello di convivenza fra popoli. E ancora una volta l’attacco va contro l’unica vera democrazia in Medio Oriente, da parte di quella Turchia che da molti mesi sta tentando di smantellare definitivamente l’esperienza rivoluzionaria portata avanti da YPG e YPJ.

È dal 28 ottobre, infatti, che si registrano attacchi nel cantone di Kobane, più precisamente nei villaggi di Kor Eli e Selim poco distanti dalla città. La Turchia qui ha sganciato delle bombe, noncurante dei civili, sprezzante del diritto internazionale e sicura del silenzio complice degli Stati occidentali. Negli stessi giorni, a Tell Abyad (o Girê Spî), città vicinissima al confine con la Turchia sempre nel cantone di Kobane, cecchini turchi hanno ucciso una bambina di dieci anni e ferito due giornalisti dell’agenzia ANHA che documentavano il passaggio di soldati jihadisti dalla Turchia alla Siria.

Nei giorni a seguire vi sono stati ulteriori attacchi a Tell Abyad: l’agenzia ANHA ha documentato spari contro una scuola della città, che è stata immediatamente chiusa.

Gli attacchi a Kobane passano sotto silenzio

Com’è lontano quel gennaio 2015, quando tutti i giornali internazionali proclamavano la liberazione di Kobane da ISIS. Kobane era un simbolo, era lotta, ma soprattutto era speranza. Anche per chi di curdi e di YPG e YPJ ne sapesse poco o nulla da quel giorno Kobane significava qualcosa.

Sono passati tre anni e quella stessa Kobane, che nel frattempo è rinata dalle macerie, è sotto attacco nel più complice silenzio della stampa e della comunità politica internazionale, che non proferisce parola per via dei forti interessi nel rapporto con Erdoğan. E lascia fare, lascia morire.

Quando invece è necessario denunciare – a costo di sembrare ripetitivi – che il vero nemico, in questa guerra, è proprio quella Turchia che con il pretesto di colpire i ‘terroristi’ YPG e YPJ bombarda e uccide indiscriminatamente la popolazione curdo-siriana e tutti coloro che si stanno impegnando per un nuovo paradigma di vita.

Un modello questo che è una spina nel fianco per molti: potrebbe rinfocolare – o intensificare – le lotte dei curdi negli Stati vicini (Iran e Turchia soprattutto), ma soprattutto potrebbe essere un importante avamposto di democrazia reale, diretta e partecipativa in Medio Oriente e in quanto tale un danno per tutti gli Stati autoritari che fondano il loro potere su Stato-nazione, gerarchia, violenza.

Kobane come Afrin? Una strategia dietro gli attacchi

La paura più grande, in questo momento, è che a Kobane possa accadere quello che quasi un anno fa è successo ad Afrin, che è stata completamente invasa e che adesso è nelle mani dei jihadisti, mentre centinaia di migliaia di sfollati vivono nei campi profughi della regione.

«Lo Stato turco si fa difensore di ISIS. Quest’ultimo prima dell’occupazione di Afrin era stato quasi sconfitto, ma dopo che la Turchia ha occupato Afrin ha garantito a ISIS una pausa per riprendersi e ristrutturarsi», spiega Özgür Pirr Tirpe, membro dell’Unione dei Giovani del Rojava, intervistato da Bernd Machielski su Lower Class Magazine. «La situazione di adesso è paragonabile: i responsabili non sono gli organismi di autogoverno e autodifesa in Rojava, ma lo Stato turco e gli Stati imperialisti che agiscono in Siria. Ma noi naturalmente speriamo di poter impedire la guerra incombente prima che scoppi».

Gli attacchi a Kobane sono iniziati esattamente un giorno dopo il vertice fra Turchia, Germania, Russia e Francia a Istanbul, il 27 ottobre. Vertice in cui si sarebbe dovuto decidere come procedere con la questione siriana. In questo senso il metodo adottato da Erdoğan è chiaro: le bombe e l’annullamento totale di un’esperienza rivoluzionaria sono la prerogativa dello Stato turco.

Ma è proprio questa coincidenza a far pensare che si tratti di una mossa avallata dall’esterno e dell’inizio di una “strategia politica”. Da un lato provocare la reazione di YPG e YPJ, che presidia il territorio, e dall’altra prepararsi ad un’invasione, sfruttando le truppe jihadiste proprio come è stato fatto ad Afrin. Quelle stesse truppe di cui i due giornalisti dell’ANHA stavano documentando il passaggio fra Turchia e Siria.

Subito dopo gli attacchi, un comunicato stampa del Congresso europeo della Società democratica curda chiede la mobilitazione in Europa, per far sì che non vi sia una nuova Afrin e che Kobane possa continuare a brillare. Ma ciò che è più importante è dare parola, rendere manifesto ciò che sta accadendo: questo compito spetta ai giornalisti di tutto il mondo, prima ancora che ai politici.

 

Elisabetta Elia

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.

7 COMMENTI

  1. Condivido il contenuto dell’articolo e spero, ma ci credo poco, che il mondo civile possa fermare questa ulteriore tragedia.
    Però la mossa è stata avallata, non avvallata!

    • Grazie della correzione, Maurizio!
      Anche io purtroppo credo che nella situazione di oggi difficilmente si possa bloccare ciò che sta accadendo. Ma se la stampa si comportasse diversamente e così anche la società civile, forse..

      • Elisabetta scusa. Sono un altro rompiballe purista della Crusca e magari pure in errore: secondo me non è bellissimo dire Grazie della… ma Grazie per la … o sbaglio? Comunque in merito al tuo articolo davvero brava per la passione e per la qualità dello scritto, chiaro ed efficace, oltre alla causa assolutamante importante. Bellissima anche la foto dellq ragazza-combattente.

      • Elisabetta scusa. Sono un altro rompiballe purista della Crusca e magari pure in errore: secondo me non è bellissimo dire Grazie della… ma Grazie per la … o sbaglio? Comunque in merito al tuo articolo davvero brava per la passione e per la qualità dello scritto, chiaro ed efficace, oltre alla causa assolutamante importante. Bellissima anche la foto della ragazza-combattente.

      • Ciao Claudio,
        in realtà mi pare di capire (leggendo un commento di Serianni) che si possa dire in entrambi i modi. Comunque grazie dei complimenti, spero continuerai a seguirci!

  2. A me sembra che la propaganda la stiano facendo i terroristi del YPG/PKK e non i turchi. Non capisco perché ci cascate ogni volta e sono contento che le testate giornalistiche fermino il loro tentativo di circolare la propaganda. Presto la Siria sarà libera dai terroristi del YPG/PKK e la popolazione siriana libera.

    • Saprebbe spiegarsi meglio? Al di là dei dubbi che si possono nutrire sull’operato dello YPG/YPJ, credo che dire che siano dei terroristi sia a dir poco azzardato. Persino la Corte di giustizia europea in questi giorni ha detto che il PKK è stato ingiustamente inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.

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