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Aborto: l’importanza della scelta e le minacce di regressione legislativa

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Aborto: l’importanza della scelta e le minacce di regressione legislativa
Credit: Casa dei Diritti

L’aborto è ancora oggi, forse in modo particolare, tema al centro di polemiche che si contestualizzano nella cornice delle ideologie favorevoli o contrarie, e che minano le conquiste legislative di tale diritto. La scelta personale però va sempre rispettata, a maggior ragione se si tratta di interruzione volontaria della gravidanza.

La questione dell’aborto tocca senz’altro corde sensibili sotto molteplici aspetti: religiosi, etici, culturali, giuridici e sociali, che spesso però trascurano l’importanza inviolabile della scelta individuale perché chiuse e relegate in un’ideologia univoca. In quasi tutto il vecchio Continente l’aborto è consentito, ma alcuni paesi, come l’Irlanda, hanno raggiunto questo diritto solo nei tempi più recenti (2018). Una conquista importante ma per noi tardiva, dato che la legislazione italiana ha legalizzato l’aborto quarant’anni prima, nel 1978.

I paesi in cui l’aborto non è ancora oggi consentito o fortemente limitato si collocano soprattutto in Sud America, Africa, Medio Oriente e Sud-Est asiatico: Egitto, Madagascar, Senegal, Laos, Filippine, Repubblica Dominicana e Nicaragua sono solo alcuni dei luoghi in cui non è consentito nemmeno nel caso in cui la vita della gestante sia in pericolo, condizione che invece autorizza la pratica in Nigeria, Somalia, Afghanistan, Paraguay, e Indonesia.

In un articolo pubblicato lo scorso anno per TPI, Laura Melissari analizza la situazione mondiale sull’aborto per chiarire le diversità esistenti. 61 sono i paesi in cui l’aborto è sempre concesso, entro un certo periodo di tempo gestazionale, mentre quelli in cui è sempre vietato sono cinque. In alcuni di questi è consentito in casi eccezionali che riguardano i rischi per la vita della madre, le anomalie del feto, in caso di stupri o incesto. «Resta il fatto che anche quando non è espressamente permesso – o è punibile la sua pratica – l’aborto viene praticato in maniera illegale e clandestina, esponendo le madri a rischi enormi per la loro salute fisica e mentale».

Aborto:  l’importanza della scelta e le minacce di regressione legislativa
Credit: OggiScienza

In Italia l’aborto è legale dal 1978, grazie alle lotte della Sinistra e dei Radicali che portarono all’approvazione della legge 194, che ha abrogato gli articoli del codice penale inerenti i reati d’aborto. Si può così interrompere la gravidanza entro novanta giorni dall’inizio della gestazione o tra il quarto e quinto mese per motivi di natura medica.

Ma la storia della legge 194 parte da lontano: era il 1971 quando la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’articolo 553 del Codice penale, che criminalizzava la propaganda sui contraccettivi, e in concomitanza i senatori Banfi, Caleffi e Fenoaltea presentarono il primo disegno di legge sull’aborto. Il 29 aprile del 1975 il Parlamento approvò la legge n°405 per l’istituzione dei consultori, che tra gli obiettivi avevano la divulgazione dei contraccettivi. Nel maggio 1978 così, la legge 194 recante le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” venne salutata come una grande vittoria legislativa a favore del diritto di abortire e della libertà di scegliere.

Ma se l’importanza della scelta e il diritto all’aborto sembrano ormai conclamati, le polemiche continuano a presentarsi con una puntualità imbarazzante. Ritorna alla mente la campagna lanciata, nel 2018, da CitizenGo con lo slogan “l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. Ma ancora più recente e sconcertante è l’infelice uscita di Matteo Salvini, che a riguardo ha detto che «l’aborto non è un sistema contraccettivo». Nemmeno in calcio d’angolo è riuscito a salvarsi, puntando il dito contro la scarsa prevenzione e sottolineando come la sua affermazione sull’aborto non sia contraria al principio in sé o al diritto di scegliere.

La maggioranza ha prontamente risposto all’ex Ministro dell’interno: il M5S con una nota congiunta dei parlamentari del gruppo Pari opportunità, mentre il segretario PD Zingaretti ha accusato Salvini di dire falsità contro le donne italiane, provando a sindacare sulle loro scelte personali. Fratoianni, deputato di Sinistra Italiana, a riguardo ha dichiarato che è sconcertante per un politico sindacare sulla vita delle donne e stabilire cosa sia per loro giusto o sbagliato (e non si può certo dargli torto).

Nel frattempo, a giugno in Umbria è stata abolita la possibilità di praticare l’aborto farmacologico in day hospital, una seria minaccia in favore di una legislazione più repressiva del diritto. Come si legge in un articolo de Il Post «la giunta di centrodestra, inserendo la modifica nelle nuove linee guida sanitarie per il coronavirus», ha ripristinato «l’obbligo di ricovero per tre giorni». Con un colpo di delibera la Regione Umbria ha minato il diritto all’aborto scatenando enormi e plausibili polemiche. «Secondo chi critica la decisione, imporre un ricovero di tre giorni in ospedale aumenterebbe il rischio di contagio e potrebbe essere un sostanziale disincentivo alla pratica, considerata più sicura rispetto all’aborto chirurgico», continua l’articolo.

La risposta del ministro della Salute, Roberto Speranza, non ha tardato: le nuove linee guida per l’interruzione volontaria della gravidanza con metodo farmacologico prevedono l’aborto in day hospital e fino alla nona settimana. «Un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà del nostro Paese», ha dichiarato il ministro. Le nuove linee guida, accordate dopo aver consultato il parere del Consiglio Superiore della Sanità, vanno a modificare le uniche finora esistenti e datate 2010, alle quali proprio la Regione Umbria si era appellata. Queste permettevano l’aborto solo entro le prime sette settimane e consigliavano un’ospedalizzazione di tre giorni. Veniva però lasciata libertà di scelta alle Regioni sul ricovero: «per questo, verificata la sicurezza del metodo in Italia e nel mondo, negli ultimi anni alcune Regioni italiane si sono discostate dalle linee ministeriali e hanno introdotto il regime di ricovero in day hospital», si legge ancora su Il Post.

Di certo, a causa del coronavirus, abortire è diventato più complicato perché nella riorganizzazione generale e in assenza di linee guida nazionali alcuni ospedali hanno ridotto gli accessi e molte altre strutture hanno sospeso o trasferito il servizio. A livello politico, tuttavia, il più grande nemico dell’aborto è senza dubbio il senatore leghista Simone Pillon che, saldamente ancorato al Medioevo, a più riprese anche durante il Family Day ha dichiarato: «Via l’aborto, prima o poi in Italia faremo come in Argentina». Come al solito, però, si parla senza conoscere i dati reali che classificano, sorprendentemente, il nostro paese tra quelli con un tasso di abortività tra i più bassi e in calo rispetto agli anni passati, mentre cresce la percentuale dei medici obiettori.

Anche per questo dovremmo renderci conto che determinate scelte individuali non devono essere messe alla ghigliottina né diventare motivo di emarginazione, perché rimandano sempre e inevitabilmente a conoscenze e responsabilità personali e sono assolutamente intrasferibili. A maggior ragione scelte così complesse non possono e non devono avere condizionamenti o costrizioni: ogni donna ha il diritto di scegliere per sé.

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Credit: Agi

Ci si dovrebbe piuttosto porre domande sui perché di questa scelta, che spesso si legano al disagio sociale, economico, e a condizioni di salute sfavorevoli. Come testimoniano i dati, in Italia l’aborto è praticato soprattutto tra le donne straniere in giovanissima età, tra i 20 e i 24 anni. Anche l’istruzione influisce: c’è un livello più elevato di aborti tra le donne con la sola licenza elementare, perché probabilmente «le donne con istruzione più elevata sono quelle che maggiormente hanno migliorato le loro conoscenze e modificato i loro comportamenti relativi al controllo della fecondità», afferma il Ministero della Salute.

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Credit: Open

È intuitivo capire quanto la situazione sia ancora complessa, liquida, in divenire: e anziché fronteggiare continue minacce di regressi dovrebbe invece essere potenziato il versante dell’educazione. La conoscenza rende liberi. E se davvero si ritiene che il problema sia l’aborto, il detto secondo cui “quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito” non fa altro che trovare conferma.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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