Discoteche chiuse
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Ci mancava, l’indignazione nazionalpopolare, ne sentivamo un’esigenza morbosa e irrefrenabile. Del resto il moralismo italiano è come un DPCM in piena pandemia: si rinnova a ogni scadenza e tutti sono obbligati a rispettarlo. È il 16 agosto quando il Ministero della Salute emana l’ordinanza con cui si impone la chiusura di discoteche e sale da ballo, oltre all’obbligo di indossare la mascherina all’aperto nei luoghi di pertinenza dei locali e laddove sia più alto il rischio di assembramenti. Discoteche chiuse, aperti i porti: eccola servita, la ricetta per il disgustoso cocktail di slogan e fake news da servire agli elettori assetati, il chiasmo propagandistico da imporre alle campagne elettorali come una croce su cui sacrificare la dignità intellettuale.

Detto, fatto ed eccoli lì, i difensori dello sballo del sabato sera ergersi in prima linea contro la “dittatura comunista” (sic!). Sul blog di Nicola Porro, ad esempio, è in atto da giorni una crociata per restituire la santa reliquia della pista da ballo al popolo prescelto dal Dio della disco. Questi veneratori di David Guetta e Bob Sinclair starnazzano (forse per via dei timpani assordati) di privazione della libertà, accanimento contro i giovani e posti di lavoro a rischio. Cosa rispondergli, buongiorno o buonanotte? Le discoteche chiuse sono una scelta difficile, gestita male e con tempistiche discutibili, ma necessaria per rimettere il Paese sull’attenti. Più di tremila nuovi casi nell’ultima settimana, mentre il resto del mondo attraversa le sue fasi più critiche dall’inizio del contagio. E con la riapertura delle scuole dietro l’angolo a qualcuno salta ancora in mente di gridare alla dittatura: sciagurati!

Poi c’è lui, l’uomo più inopportuno d’Italia. Nel commentare la decisione del SILB-Fipe (il sindacato delle imprese di intrattenimento) di ricorrere al TAR contro le discoteche chiuse, Matteo Salvini si è seduto dalla parte del torto non perché tutti gli altri posti fossero occupati, ma perché la conformazione anatomica dei suoi glutei non è adatta agli altri sgabelli. «Ieri (16 agosto, nda) sono sbarcati più clandestini rispetto agli italiani risultati positivi al tampone, ci sono 56 ricoverati in terapia intensiva in tutta Italia», ha affermato a La7. E ancora, in pieno delirio farsesco: «Non c’è nessuna emergenza, oggi ci sono stati 4 morti […] E che senso ha la mascherina dalle sei di sera alle sei della mattina? Perché dalle sei della mattina alle sei di sera il virus dorme?».

Qui, oltre alla demagogia, Salvini si spinge nel pericoloso campo della disinformazione scientifica. Affermando che il numero di vittime certifichi il quadro attuale, rincarando la dose con la panzana del virus che va a dormire, il leader della Lega conferma di essere una minaccia per la pubblica sicurezza – oltre che un omuncolo piccolo piccolo. In una dittatura comunista sarebbe da un pezzo a spalare carbone nelle profondità delle miniere siberiane, ma per sua fortuna Salvini è soltanto il prodotto di scarto di una subcultura democratica fallimentare, e per nostra fortuna non saranno le discoteche chiuse a farlo tornare al governo.

I dati che lo smentiscono arrivano direttamente dal Consiglio Superiore di Sanità. È il presidente Franco Locatelli a fornire le stime: «A seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5%». Se poi sia più semplice che gli italiani contraggano il coronavirus andandosene in giro ad abbracciare i migranti o scatenandosi nelle discoteche senza precauzioni è una domanda che mi piacerebbe porgere all’ex ministro del Papeete.

Insomma, le discoteche chiuse sono il nuovo spauracchio del bigottismo codino che avvelena i pozzi dell’opinione pubblica. Proprio come a suo tempo furono i runner, contrapposti impropriamente alle fabbriche ancora operative, scopriamo adesso che le discoteche sono la safe zone del contagio (o forse del consenso?), e che invece i migranti sono gli untori della seconda ondata. Ce ne faremo una ragione, come suggerisce anche Alberto Grandi su Wired. Dopotutto, a scegliere i motivi più sbagliati per cui incazzarci siamo sempre stati bravissimi: per i 600 euro del bonus INPS a momenti lucidavamo le ghigliottine, per il 30% di aziende che ha richiesto la cassa integrazione senza cali di fatturato non si è alzato un mignolo.

La discussione è la linfa del confronto, e il confronto è l’unico argine allo scontro. Sono le modalità con cui ciò avviene a lasciare disarmati: che lo si faccia senza criterio o peggio, per interessi di parte, priva di ogni finalità l’atto stesso. Si può discutere delle discoteche chiuse, dei porti aperti, delle mascherine, dei banchi di scuola, del vaccino, perfino dei locali di Daniela Santanché. Ben venga. Ma farlo per strumentalizzare le masse, ancor più in un contesto pandemico, è da irresponsabili, da criminali. E allora, magari, balliamo di meno e informiamoci di più. Alla disco preferiamo la biblio. È l’occasione (perché no, dettata dalla necessità) di suggerire un nuovo modello culturale, in cui aggregazione sociale non debba corrispondere necessariamente a frivolezza, spreco, ostentazione. Di ripensare, rigenerare luoghi e menti. Sarò un bacchettone, ma a me l’idea di sostuire il baccano sintetico di una discoteca con la calma autentica di una biblioteca non dispiace, non mi dispiace affatto.

Emanuele Tanzilli

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