Il fronte antispecista italiano potrà mai lottare unito? È questa la domanda che rivolgo a voi lettori di Libero Pensiero, dopo sei anni vissuti a cercare di raccontarvi le dinamiche che attraversano il movimento. Una riflessione inevitabile, per chi ha osservato il movimento dall’esterno, ma con la stessa volontà di chi lo vive dall’interno: dare voce alla sua causa, la liberazione animale.
Come avete potuto leggere in questo lasso temporale, abbiamo cercato di fare emergere e provare a fare dialogare la pluralità di realtà e approcci che compongono il variegato mondo dell’antispecismo italiano. Tra questi, c’è chi sceglie l’attivismo radicale, chi punta sul dialogo politico e sulle campagne istituzionali, e chi invece privilegia l’impegno culturale, educativo o accademico. Una ricchezza che testimonia vitalità, ma che porta con sé anche ombre: divergenze strategiche, differenze ideologiche e, non di rado, contrasti personali, che finiscono per ridurre la capacità collettiva di incidere davvero sul piano sociale e politico.
Agli albori del movimento antispecista italiano
Negli anni ’80 e ’90, il panorama italiano comincia lentamente a confrontarsi con le teorie antispeciste elaborate all’estero, grazie alla traduzione e alla diffusione di testi fondamentali come “Liberazione animale” di Peter Singer e “I diritti animali” di Tom Regan. Queste opere offrono per la prima volta una cornice teorica organica alla difesa degli animali, andando oltre la tradizionale sensibilità protezionista. Queste opere offrono per la prima volta una cornice teorica organica alla difesa degli animali, andando oltre la tradizionale sensibilità protezionista e introducendo riflessioni sulla sofferenza animale e sui diritti intrinseci degli esseri senzienti. Parallelamente, si sviluppano i primi collettivi animalisti radicali e campagne antivivisezioniste, segnando un passo avanti rispetto al semplice volontariato, pur senza identificarsi ancora pienamente con l’etichetta di “antispecismo”.
È in questo contesto che iniziano a germogliare pratiche e riflessioni che, negli anni successivi, avrebbero dato vita a un movimento più strutturato e consapevole, capace di collocarsi in modo critico all’interno del dibattito politico e culturale italiano. Le teorie importate dall’estero cominciano a tradursi in comportamenti quotidiani e in pratiche collettive, dando concretezza alle riflessioni emergenti. Queste si traducono in concrete scelte concrete di carattere etico e morale, come la riduzione del consumo di carne, l’adozione di diete vegetariane, il rifiuto di prodotti testati sugli animali e il sostegno a campagne antivivisezioniste. Parallelamente, i primi collettivi radicali offrono spazi di confronto e di pratica condivisa, dove l’etica diventa azione quotidiana e solidarietà concreta verso gli esseri senzienti. Attraverso manifestazioni, boicottaggi e attività di sensibilizzazione, il movimento sviluppa una coscienza critica capace di mettere in discussione norme culturali consolidate, ponendo le basi per un antispecismo italiano più strutturato e consapevole negli anni successivi.
Tuttavia, sarà solo con l’inizio degli anni 2000 che il termine “antispecismo” comincia a imporsi anche in Italia, segnando una rottura sempre più evidente con l’animalismo tradizionale. È in questa fase che nascono e si consolidano realtà militanti intenzionate a proporre un approccio radicale, spesso intrecciato con l’anarchismo e con altre lotte sociali. L’obiettivo non è soltanto quello di rivendicare maggiori tutele per gli animali, ma di denunciare lo specismo come una forma relazionale di dominio, in continuità con altre dinamiche di oppressione. Nonostante inizialmente si rivolgesse ancora a cerchie ristrette, il dibattito antispecista comincia gradualmente a farsi strada anche in ambito culturale, iniziando ad essere inteso come battaglia capace di mettere in discussione l’intero sistema di relazioni di potere che attraversa la società.
La svolta anarchica del movimento antispecista
L’arrivo dei social network e del web 2.0 ha moltiplicato la capacità comunicativa dei collettivi, consentendo di coordinare iniziative a livello nazionale e di raggiungere un pubblico sempre più vasto. Dal 2010 in avanti, l’antispecismo italiano entra così in una fase di sviluppo che lo porta a uscire dalla sua nicchia per conquistare nuovi spazi di visibilità. Alla crescita di collettivi locali si affianca la nascita di reti nazionali capaci di coordinare campagne di sensibilizzazione, iniziative pubbliche e azioni dirette che pongono al centro la denuncia dello specismo come forma di oppressione. Parallelamente, si consolida l’impronta anarchica del movimento, con l’adozione di un linguaggio sempre più radicale e intersezionale, che lega la questione animale a quelle sociali, quali il sessismo, il razzismo e altre forme di discriminazione, in modo da fare emergere con chiarezza come i sistemi di sfruttamento e oppressione siano interconnessi e richiedano risposte integrate.
L’evoluzione di questo nuovo orizzonte segna anche un salto di qualità sul piano pratico. Accanto ai dibattiti teorici e alla diffusione dei primi testi tradotti o autoprodotti, si affermano forme di attivismo diretto che superano la semplice sensibilizzazione: presidi davanti a circhi, macelli e laboratori di vivisezione, azioni di boicottaggio, occupazioni simboliche, campagne di controinformazione e manifestazioni pubbliche. Ad incarnare nella forma più autentica l’essenza dei principi anarchici dei principi anarchici, sono i rifugi per animali salvati da allevamenti e mattatoi. Questi spazi non rappresentano soltanto luoghi di accoglienza e cura, ma diventano veri e propri laboratori sociali, aperti a chi desidera confrontarsi con una prospettiva alternativa in cui gli animali non sono più strumenti di sfruttamento, bensì individui portatori di dignità e diritti.
L’emergere dell’antispecismo di matrice marxista
Questa crescita, però, porta con sé anche inevitabili tensioni interne. È proprio in questo clima che si sviluppa una declinazione dell’antispecismo di matrice marxista. Diverso dagli approcci precedenti, questa nuova prospettiva interpreta la vita quotidiana non come semplice esperienza individuale, ma come parte integrante del sistema capitalistico in cui il valore umano viene trasformato in valore economico. Secondo l’antispecista marxista, le scelte, i desideri e le relazioni degli individui non sfuggono alla logica del profitto, ma ne diventano strumenti, contribuendo alla perpetuazione del sistema capitalistico. La vita stessa, quindi, viene subordinata alla dinamica dell’autovalorizzazione del capitale, rendendo difficile distinguere ciò che è autenticamente nostro da ciò che è modellato dalle esigenze del mercato e delle strutture di potere. In questo quadro, tale antispecismo non si limita alla difesa degli animali, ma si inserisce in una critica più ampia delle condizioni di sfruttamento e alienazione che attraversano l’intero tessuto sociale.
Motivo per cui, questa prospettiva interpreta lo sfruttamento animale come parte di un sistema più ampio di oppressione. In questa chiave, lo specismo viene analizzato in continuità con capitalismo, e la liberazione animale appare inseparabile da quella umana. Non si limita quindi a scelte personali, ma si configura come un progetto collettivo di trasformazione sociale che mette in discussione le strutture economiche alla base della violenza. Da qui, deriva la naturale vicinanza a movimenti comunisti, ecosocialisti e più in generale anticapitalisti, con i quali l’antispecismo marxista condivide non solo la critica al sistema economico dominante, ma anche l’aspirazione a una trasformazione radicale della società.
Le divergenze strategiche tra antispecisti
La pluralità di approcci rende il movimento ricco e vitale, ma allo stesso tempo ne mette in evidenza le fratture interne tra la maggioritaria corrente anarchica e quella comunista, meno numerosa ma determinata. L’anarchismo insiste sull’autonomia dei collettivi, sulla pratica diretta e su un rifiuto radicale delle istituzioni; il marxismo, invece, tenta di collocare la questione animale all’interno di un quadro sistemico, intrecciandola con la critica al capitalismo e adottando un linguaggio dichiaratamente politico, volto a un progetto di cambiamento strutturale della società.
Tale scontro si riflette non solo sul piano ideologico, ma anche nelle strategie di azione e nelle pratiche quotidiane. Pur condividendo la critica allo specismo come sistema di dominio, le diverse anime divergono infatti nell’analisi e nelle prospettive di trasformazione sociale del presente, dando vita a un confronto costante tra visioni differenti sul modo migliore di intervenire nella realtà.
L’azione anarchica, fondata su un piano orizzontale, prende avvio da un lavoro profondo sulle proprie condizioni di esistenza. Essa richiede una decostruzione radicale dell’atteggiamento di dominio interiorizzato, che si manifesta nelle relazioni quotidiane, nei linguaggi e nei modelli di comportamento che riproducono il potere. Solo attraverso questa critica costante e consapevole dei meccanismi che permeano la nostra soggettività diventa possibile, per gli anarchici, smantellare le strutture di controllo e di oppressione che regolano non solo i rapporti tra esseri umani, ma anche quelli tra umani e animali.
In questo senso, il corpo diventa il principale campo di battaglia da cui partire per smantellare le gerarchie interiorizzate e le logiche di dominio che permeano la vita quotidiana, poiché è attraverso la riappropriazione dei propri corpi e delle proprie pratiche che si apre la possibilità di sovvertire i dispositivi di controllo che definiscono cosa è legittimo, utile o produttivo. Da questa riappropriazione nasce così la necessità dell’autogestione dei luoghi – come i rifugi o i santuari –, intesa come estensione collettiva della libertà del corpo nello spazio condiviso. Disimparare l’inerente atteggiamento di dominio diventa così la principale pratica politica da cui partire per costruire, “orizzontalmente”, degli ambienti realmente liberi dalle relazioni di potere, in cui la solidarietà, la cooperazione e la cura reciproca sostituiscano dominio e subordinazione.
Strategie collettive per la liberazione animale: l’antispecismo politico
Contrariamente all’antispecismo anarchico, che fonda la propria strategia sulla responsabilità individuale e sulla trasformazione etica dei comportamenti quotidiani, l’antispecismo marxista individua il nemico dell’oppressione animale nel sistema di produzione capitalista. In questa prospettiva, lo sfruttamento degli animali non deriva semplicemente da un atteggiamento di dominio interiorizzato, ma costituisce una conseguenza diretta delle logiche economiche di profitto, accumulazione e alienazione che strutturano i rapporti di produzione. Di conseguenza, la lotta per la liberazione animale non può essere separata dalla lotta di classe e dal superamento del capitalismo stesso: chiunque desideri emanciparsi da questo sistema può quindi partecipare alla lotta, anche senza aderire a pratiche individuali come il veganismo.
Ciò non implica una svalutazione del valore etico delle scelte personali, ma piuttosto il loro inserimento in una dimensione collettiva, in cui la trasformazione dei rapporti materiali di produzione diventa la condizione necessaria per ogni autentico cambiamento. Per questo motivo, la strategia dell’antispecismo marxista si rivolge “verso l’alto”: alla conquista del potere politico, o attraverso la partecipazione elettorale oppure tramite l’azione rivoluzionaria. Solo agendo su scala strutturale, infatti, è possibile modificare in modo uniforme ed omogeneo il sistema economico che ci governa, evitando di lasciare la responsabilità della trasformazione al singolo, il quale potrebbe anche dissentire o non essere pronto a cambiare le proprie abitudini.
Secondo i marxisti, infatti, liberarsi dallo specismo senza mettere in discussione il capitalismo non significa essere davvero liberi: gli animali non sono sfruttati solo a causa di atteggiamenti sbagliati o di comportamenti individuali, ma perché il sistema capitalistico si fonda sullo sfruttamento e sulla mercificazione di ogni forma di vita. E finché questo sistema esisterà, non potrà esserci vera libertà per nessuno. La liberazione animale è dunque indissolubilmente legata alla lotta per abbattere il capitalismo, senza la quale ogni forma di liberazione rimane parziale e inefficace.
Un cambio teorico come punto d’incontro?
Ne emerge così un panorama dinamico, capace di alimentare dibattiti e generare innovazione teorica e pratica, ma attraversato da tensioni – spesso accese – tra queste due anime principali, che rendono evidente la risposta alla domanda iniziale: “Giammai!”.
Il fronte antispecista non potrà né vorrà lottare unito, finché resterà imprigionato dalle proprie divisioni ideologiche; solo superando i dogmi teorici sarà possibile, per entrambe le parti, adottare strategie capaci di unire il movimento e costruire una lotta comune efficace, anziché perpetuare frammentazione e conflitto. Ma, al momento, questa prospettiva non sembra all’orizzonte.
di Gabriele Caruso















































