Sulla Casa Bianca le stelle sono offuscate e le strisce lacerate USA Biden
Fonte immagine: La Repubblica

Mercoledì 20 gennaio è il giorno in cui avrà luogo il fatidico cambio della guardia alla Casa Bianca: Joe Biden prenderà il posto di Donald Trump alla guida degli USA. Un evento atteso, soprattutto alla luce degli ultimi accadimenti al Campidoglio, dove il 6 gennaio una folla di sostenitori dell’ex Presidente ha preso d’assalto le Camere per impedire che l’ufficializzazione della vittoria di Biden avesse luogo. Da allora la tensione non è diminuita e per l’occasione verranno schierati diversi contingenti militari della Guardia Nazionale per impedire ciò che si vocifera da giorni: un’altra insurrezione capeggiata dai gruppi dell’estrema destra americana.

La situazione negli USA, com’è facile comprendere, non è mai stata così tesa. Ciò significa che i problemi di Biden e degli americani non finiranno con il cambio alla Casa Bianca. Sono molteplici le difficoltà che attendono il Presidente eletto e non è detto che questi quattro anni riusciranno nell’intento di risolverli. Si tratta di crepe profonde nella società che la crisi economica recente (e meno recente) ha contribuito ad ampliare. Ferite che trovano conferma in un secondo impeachment da votare a ridosso del nuovo insediamento. Insomma, non sarà un buon inizio per Biden, il quale dovrà fare i conti con la transizione più difficile da tanti anni a questa parte.

Capitol Hill non è stato un caso, la Casa Bianca è avvertita

Le ultime notizie che arrivano dalla Casa Bianca non sono gratificanti. L’FBI si aspetta che il 20 gennaio dei manifestanti armati possano interrompere la cerimonia del Presidente Biden, mentre le conclusioni a cui sono arrivati i procuratori distrettuali circa l’assalto del Congresso del 6 gennaio sono, se possibile, ancora più inquietanti: alcuni degli assalitori volevano assassinare dei deputati. Un resoconto terrificante che ha portato il Pentagono a schierare davanti alla Casa Bianca circa 25mila uomini della Guardia Nazionale, un corpo speciale dell’esercito, per prevenire attacchi di ogni tipo. Un epilogo che nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere per il cuore della democrazia occidentale.

Ma come siamo arrivati fino a questo punto? La ragione non è solo Donald Trump. Il Tycoon è, al contrario di quanto si possa pensare, il punto di arrivo di una vicenda ben più ampia e complessa che attraversa la storia recente degli USA a tutti i livelli, non solo quello politico.

Dagli anni ’70 in poi, la politica americana ha cominciato lentamente a polarizzarsi e a cercare lo scontro. Prima i repubblicani reduci dal Watergate, con Newt Gingrich, poi i democratici con altri eminenti esponenti dello scontro verbale. La politica estera non è riuscita a rappresentare più quel collante che univa i due grandi partiti, la competizione si è spostata all’interno. Ai repubblicani non interessava più fare politica ma recuperare il terreno perso e portare i democratici sullo stesso livello dialettico. Così nacquero i primi incidenti di percorso come l’impeachment a Bill Clinton, lo shutdown del 1995 e le prime proteste di cittadini e deputati davanti al Congresso che chiedevano riforme, senza sapere che queste venivano impedite proprio dagli stessi politici con cui manifestavano. Il “contratto con l’America”, portato in Italia da Silvio Berlusconi sotto altre forme, è un’idea di Newt Gingrich e nasce da una protesta da lui inscenata sulle scale del Congresso.

A contribuire a questo disordine politico c’è anche un sistema che, riprendendo le parole di Giovanni Sartori in merito al presidenzialismo americano, è stato concepito per incepparsi. La netta separazione dei poteri attraverso la divisione senza “scorciatoie istituzionali” dovrebbe favorire il dialogo tra le parti, ma quando queste sono troppo polarizzate per ascoltarsi cosa succede? Si snatura la politica ricorrendo agli scambi clientelari, cioè si ricorre al pork barrel e si fa affidamento sull’indisciplina dei partiti e sulla rinuncia ai principi ideologici. Non proprio robe gratificanti.

Qui entrano in gioco una miriade di cause e concause facenti capo alla natura stessa della politica americana, con degli stati poco interessati alle dinamiche nazionali e tesi a mantenere una forte indipendenza economica e politica da Washington. Una natura storica, dato che il confederalismo prima e il federalismo poi furono concepiti in accezione anti-centralista e anti-britannica, respingendo la dipendenza da un unico centro di potere e parteggiando per la formula “separati ma uniti”.

Con la radicalizzazione degli elettorati di entrambi i partiti, le cose si sono messe peggio. L’elezione del Tycoon è soltanto il punto di arrivo di un processo che ha visto la fiducia nei confronti delle istituzioni scemare. Resta il fatto che lo stesso Trump non si sia risparmiato in questi quattro anni, radicalizzando ed estremizzando ulteriormente il suo elettorato, dando credito a teorie del complotto politiche, come QAnon, sdoganando l’hate speech nei confronti dei democratici e rispolverando la classica e intramontabile retorica della lotta al socialismo. Un po’ come fece il Joseph McCarthy negli anni ’50 con il comunismo.

In questo sadico crogiolo di vicissitudini politiche c’è una società che soffre e si divide, diventa violenta e si scaglia contro le istituzioni. Basti vedere come i democratici hanno reagito alle sommosse di Capitol Hill, chiedendo l’impeachment per la seconda volta nei confronti dello stesso inquilino della Casa Bianca. Si tratta di un caso unico, per un evento unico che non accadeva dal 1814. I democratici accusano Trump di avere «deliberatamente incoraggiato le azioni illegali al Congresso», attraverso una campagna d’odio durata diversi mesi e fondata sul nulla. Ne vale la pena? Questo è un altro discorso, dato che assieme alla destituzione i democratici avrebbero preferito anche strumenti come l’interdizione dai pubblici uffici che impedirebbe a Trump di candidarsi nel 2024.

Gli USA e una società divisa

La crisi degli USA non sparirà con la fine della presidenza Trump e sicuramente non verrà risolta con un colpo di bacchetta magica da Joe Biden. La polarizzazione, prima che politica, è culturale, legata alle condizioni economiche e sociali di una società profondamente contraddittoria.

Gli elettori democratici e repubblicani sono divisi anche sulle esigenze primarie del Paese. Esemplare a tal proposito è la gestione della pandemia da Covid-19 che vede gli USA come primo Paese al mondo per numero di contagi e di morti. Secondo un sondaggio svolto l’ottobre scorso, per l’82% degli elettori democratici la Covid è stata una questione molto importante per le proprie scelte di voto, contro il 24% dei repubblicani. Il 94% degli elettori di Biden pensa che il modo più efficace per far ripartire l’economia sia tenere sotto controllo i contagi, mentre il 50% dei repubblicani ritiene che si debba riaprire tutto, come dice Trump.

E il coronavirus non è l’unico oggetto di disaccordo. Ci sono questioni più complesse come quella razziale che divide gli USA da secoli e che negli anni ’60 ha conosciuto il proprio punto di svolta con gli interventi dei presidenti Johnson e Kennedy, i quali hanno posto fine alla segregazione razziale. Si tratta di un problema fortemente polarizzante che ha spostato una consistente quantità di voti dai democratici ai repubblicani, dato che il Civil Rights Act non piacque proprio a tutti. E la questione delle discriminazioni si è riproposta anche oggi, in occasione dell’uccisione di George Floyd.

Il razzismo è un problema che esiste e che attanaglia la società statunitense più di qualunque altra. Dalla violenza delle forze dell’ordine, dove non è difficile scovare qualche suprematista bianco o di estrema destra, alle statistiche che dimostrano come i neri siano più poveri dei bianchi e vivano in condizioni peggiori. La crisi sanitaria ha confermato le differenze che intercorrono tra le etnie. Il tasso di contagio da Covid-19 negli afroamericani è molto più alto rispetto a quello dei bianchi. In 249 contee che contano almeno 5mila residenti, il tasso di contagio è più alto che tra i bianchi in 235 casi.

Le disuguaglianze, però, non sono soltanto etniche. Esiste una profonda frattura anche tra zone rurali e grandi città sia a livello economico che culturale. Il sistema americano, anche in questo caso, si mostra a crescente polarizzazione geografica. Il discorso ipernazionalista di Donald Trump ha saputo fare leva su questa frattura nella misura in cui è stata accentuata la divisione tra le città dei servizi, globalizzate, e le neglette cittadine postindustriali. Si tratta del classico gap tra ricchezza e povertà, tra globalismo e anti-globalismo. Una retorica che, negli USA, va avanti da almeno 30 anni e che ha creato un malcontento tale da influenzare continuamente la corsa alla Casa Bianca e che premia sempre i candidati repubblicani.

Il contesto entro cui Joe Biden sarà chiamato a operare appare un po’ chiaroscuro. La bandiera a stelle e strisce è ormai sfilacciata, come il tessuto sociale che il nuovo inquilino della Casa Bianca sarà chiamato a ricucire. È profondamente sbagliato farsi illusioni, ma una presidenza meno radicale e più moderata è quanto mai necessaria per placare gli animi di una società sull’orlo della guerra civile.

Donatello D’Andrea

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