Processo Lucha y siesta
Foto di Romina Mosticone per Lucha y Siesta

Continua il processo alla presidente di Lucha y Siesta per l’occupazione dell’immobile in Via Lucio Sestio, stabile di proprietà Atac e sede dell’Associazione. La prossima udienza è prevista per il 26 aprile, «nonostante una precedente assoluzione per la medesima ipotesi di reato, nonostante l’acquisto dell’immobile da parte della Regione Lazio, la giustizia procede agendo una finzione che scarica su una sola persona (la presidente dell’associazione) la responsabilità di decine di attiviste e centinaia di persone che hanno per anni operato gratuitamente a favore delle donne che qui hanno trovato una stanza tutta per sé e della comunità che in essa si identifica» – si legge in un comunicato di Lucha y Siesta.

Il 10 gennaio si è tenuta una conferenza stampa nelle vicinanze del Tribunale di Roma al fine di «chiedere l’emissione di un’immediata pronuncia assolutoria» e per il «riconoscimento di Lucha y Siesta Bene Comune». Diverse le realtà che hanno deciso di prendere la parola in segno di solidarietà all’Associazione e per ribadire ancora una volta l’importanza dell’operato svolto nella Capitale da Lucha y Siesta, fra queste: Ilaria Cucchi, Senatrice e Vicepresidente della Commissione Giustizia, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Aidos, ActionaAid Italia, Non Una di Meno, Casa Internazionale delle Donne.

Il processo a Lucha y Siesta

La vicenda giudiziaria ha inizio nel gennaio del 2021, quando senza alcun preavviso, le forze dell’ordine decidono di irrompere nel Centro antiviolenza al fine di identificare le persone lì presenti. Si trattava di donne e minori accoltə da Lucha y Siesta «ben noti, grazie ai rapporti con il servizio sociale e a screening sanitari precedenti l’ingresso nella struttura, ma soprattutto perché sono statə inviatə a Lucha y Siesta da altre strutture – pubbliche o convenzionate – che non hanno posti sufficienti per accogliere». 

Occupate nel 2008, le stanze di Lucha y Siesta sono diventate un punto di riferimento per tutte quelle donne sopravvissute alla violenza di genere che necessitavano di uno sportello di ascolto, di consulenza legale o di un riparo sicuro, in una città in cui i Centri antiviolenza (CAV) e le Casa rifugio riescono a garantire appena 25 posti (14 sono di Lucha) a fronte dei 300 previsti dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, per le grandi metropoli.

«Lucha y Siesta è mettere in pratica l’autogestione per vedersi garantiti i servizi essenziali, con la forza dell’autofinanziamento», in un Paese in cui è solo l’organizzazione dal basso a dare alle donne il supporto di cui necessitano e che va a sopperire all’insufficiente presenza dello Stato nell’affrontare la violenza strutturale e sistemica di stampo patriarcale.

In seguito al fallimento della società per azioni Atac, il curatore fallimentare ha inserito l’immobile di via Lucio Sestio nella lista del patrimonio da vendere all’asta, seppure non bastevole a saldare gli enormi ammanchi di Atac e nella totale miopia riguardo al ruolo fondamentale che ricopre il Centro antiviolenza per la città di Roma. Nel 2021 Lucha y Siesta ottiene un accordo con la Regione Lazio che decide di acquistare lo stabile per trasformarlo in un bene comune urbano, «eppure a oggi non è stata firmata nessuna convenzione con la Regione, lasciando la questione sulla gestione dell’immobile ancora appesa a un filo».

Pratiche transfemministe per contrastare la violenza di genere

Atac ha denunciato l’Associazione – nella persona della Presidente di Lucha y Siesta – per l’occupazione di un immobile lasciato alla polvere per anni, e poi liberato, rivitalizzato e restituito alla collettività da parte di innumerevoli attiviste solo nel 2008, diventando la Casa delle donne Lucha y Siesta. 

Sul sito dell’Associazione si legge che Lucha y Siesta nasce per essere uno spazio di tuttə, uno spazio sicuro, un centro culturale e sociale transfemminista, uno spazio in grado di supportare le donne nei loro percorsi di fuoriuscita dalla violenza di genere, «è un luogo materiale e simbolico di lotta per i diritti delle donne e delle soggettività oppresse dal patriarcato; è uno spazio di relazione, sorellanza e desiderio, un ambiente accogliente in cui creare rete, scambiare saperi, elaborare e sperimentare pratiche femministe e transfemministe.»

Un luogo di accoglienza e di cura dunque, ma anche un centro culturale atto alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere in tutte le sue sfaccettature, uno spazio di elaborazione politica secondo le metodologie proprie dei movimenti femministi. In tal senso, in un comunicato dell’Associazione si legge che Lucha y Siesta vuole «ribadire che le pratiche femministe, transfemministe e laiche sono le uniche in grado di contrastare la violenza di genere perché nate nelle lotte per l’autodeterminazione e la libertà» e che vi è l’urgenza di «sostenere chi ha dimostrato che l’antiviolenza è solidarietà e sorellanza per il cambiamento, e non un mercato economico per il Terzo settore».

fonte: (Lucha y Siesta)

Quando la violenza di genere diventa violenza di Stato

Atac è una società per azioni soggetta alla direzione e al coordinamento da parte dell’ente Roma Capitale, «che è uno dei principali beneficiari del lavoro autogestito dell’Associazione, la quale sopperisce le enormi carenze istituzionali nell’antiviolenza».

Sono circa 50mila le donne che ogni anno si rivolgono a un Centro antiviolenza. Luoghi che solo per il 15% sono a gestione pubblica e che sono retti per lo più da volontarie, del cui lavoro di cura gratuito lo Stato beneficia pur non riconoscendone debitamente l’importanza. Inoltre vi sono tempi eccessivamente lunghi per l’erogazione delle risorse e mancano interventi strutturali per far fronte alla violenza di genere.

Dal 2015 ActionAid si occupa del monitoraggio dei fondi pubblici stanziati dalla legge 119/2013 per il contrasto alla violenza di genere, al fine di verificare che le risorse destinate ai Centri antiviolenza e le Case rifugio vengano gestite in totale trasparenza dalle istituzioni nazionali e territoriali. Nel report del 2021 «Cronache di un’occasione mancata», ActionAid mostra come i ritardi burocratici frenino l’arrivo dei fondi previsti; «a ottobre 2021, le Regioni hanno erogato il 74% dei fondi nazionali antiviolenza delle annualità 2015-2016, il 71% per il 2017, il 67% per il 2018, il 56% per il 2019 e il 2% per l’annualità 2020».

Il quadro che va delineandosi non è dei più rosei per le donne, e non può che tornare alla mente l’inno femminista, il grido contro la violenza di genere delle donne cilene che ha fatto il giro del mondo dal 2019 dal titolo «Un Violador en Tu Camino». Nel testo della canzone viene sottolineato, con fare provocatorio, che sono proprio le istituzioni – le forze dell’ordine, la magistratura, le strutture del potere politico – a sostenere sistematicamente la violenza di genere. Questo clima di costante criminalizzazione delle pratiche femministe, nel caso specifico l’irruzione della polizia in via Lucio Sestio del 2021 e l’attuale procedimento giudiziario di Lucha y Siesta, conduce al fenomeno di ri-vittimizzazione delle donne, le quali, dopo essere sopravvissute alla violenze di genere in un contesto familiare ad esempio, vivono ancora una volta l’oppressione patriarcale nel contesto pubblico da parte delle istituzioni e dello Stato, che quando non è silenzioso osservatore di tali violenze, ne diviene addirittura ignaro complice, incapace di riconoscere che tali violenze, appunto, vengono perpetuate in innumerevoli forme.

«Come tutti i luoghi di elaborazione e sperimentazione di pratiche politiche di contrasto alla violenza di genere, Lucha è davvero patrimonio collettivo. Qui diamo vita insieme a metodologie vive, in continuo cambiamento. Se chi cura questi spazi di libertà per tuttə viene criminalizzatə, occorre reagire insieme». Diviene, dunque, fondamentale rivendicare maggiore potere da parte dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio nella gestione degli spazi e dei fondi stanziati per il contrasto alla violenza di genere, e che questi ultimi vengano erogati con maggiore trasparenza e acume. A tal proposito, Lucha y Siesta ribadisce ancora una volta a gran voce: «Rivendichiamo spazio per i nostri corpi e i nostri desideri, costruiamo futuro, intessiamo relazioni, ci riappropriamo della forza che ci viene negata».

Celeste Ferrigno

Nata all'alba del nuovo millennio in una malinconica provincia del Sud, ora studio a Bologna. Il suono delle campane mi accompagna da tutta la vita in questa laica Italia - mi trovo sempre a vivere nei dintorni delle chiese. Mi piace scegliere bene le parole da dire. Anticapitalista e queer.

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