
La società si evolve velocemente e, senza rendercene conto, la lingua con essa. Il modo in cui parliamo, le espressioni che utilizziamo e che fanno parte del nostro quotidiano, sono infatti lo specchio della società in cui viviamo, ed è per questo che in un mondo che corre veloce molte espressioni della nostra lingua sembrano andare in pensione, lasciando spazio a nuove frasi e modi di dire che riflettono maggiormente i tempi moderni. Ma c’è un fascino speciale nel riscoprire quei detti che risuonano come antichi, pieni di poesia e talvolta di nostalgia, che ci raccontano i tempi passati.
In questi giorni afosi ed estremamente caldi, facciamo un tuffo nel passato e rispolveriamo alcuni modi di dire utilizzati fino a qualche tempo fa per descrivere il caldo torrido, il mutare delle stagioni e il fluire incessante del tempo.
I modi di dire: il caldo che si fa sentire forte
Tra le espressioni più evocative, c’era quella del “sole che batte come un fabbro”, un’immagine potente per descrivere un caldo insopportabile, che sembrava martellare il cielo. Oggi, invece, si preferisce dire semplicemente “fa caldo da morire”, certamente meno poetico ma decisamente più diretto, e forse anche più realistico, considerando le temperature raggiunte negli ultimi anni e i danni connessi all’aumento delle temperature. Capitava di sentire anche il “sudore che cola come pioggia”, un’immagine vivida che si sente meno spesso nelle conversazioni di oggi.
Un’altra espressione colorita utilizzata dalle nonne era “soffrire il caldo come un cane”, che rendeva bene l’idea di chi si trovava sotto il sole cocente senza alcuna protezione. Ora, invece, si tende a usare frasi decisamente più neutre, come “fa un caldo insopportabile”.
Le stagioni e i loro colori
Le stagioni, con i loro caratteri distintivi, erano descritte con espressioni che oggi ricordano delle poesie studiate a scuola. L’autunno, ad esempio, era il “tempo delle foglie che si staccano come foglie di carta”, un’immagine delicata e suggestiva che ha perso un po’ di spazio nel linguaggio quotidiano. Oggi si dice semplicemente “le foglie cadono”, ancora una volta meno evocativo ma più pratico.
L’inverno, con il suo freddo pungente, era descritto come “l’inverno che morde”, un modo di dire che rendeva bene la sensazione di freddo intenso. La primavera, invece, era il “tempo dei fiori e delle speranze”.
L’estate, con il suo calore e i suoi colori vivaci, era spesso associata a immagini come “l’estate che si scioglie come burro”, un’immagine colorita che è scomparsa quasi del tutto dal linguaggio comune.
Il passare del tempo: tra poesia e realtà
Riflettere su quanto la lingua cambi nel tempo ci fa rendere conto di quanto proprio il tempo sia qualcosa di fugace, una dimensione sfuggente. E se oggi per descrivere proprio queste sue caratteristiche ci si limita a un “ah, come vola un tempo”, i nostri nonni preferivano rievocare immagini poetiche, quali “il tempo scorre come un fiume in piena”, o “il tempo vola come un uccello in volo”.
Le differenze nei modi di dire tra un passato non troppo lontano e oggi ci fanno rendere conto di quanto i cambiamenti nella società, nonché la vita stessa che conduciamo oggi rispetto a ieri, arrivino in profondo, fino a mutare persino la percezione del quotidiano. Tutto questo ha naturalmente riscontro nella lingua, che non va intesa come statica, ferma, standardizzata, ma anzi è un elemento vivo, in continua evoluzione e con una estrema capacità di adeguamento.
Nunzia Tortorella















































