Sarah Jane Morris: essere qui, adesso
Foto di Walter Silvestrini

Nella sua lunga carriera, Sarah Jane Morris ha realmente spaziato tra i generi e stili musicali più disparati, grazie ad una vocalità allo stesso tempo fulgida e fuligginosa, vigorosa e sommessa, tenue come un brusio, aspra come uno strido: dal pop anni Ottanta, che l’ha resa nota al grande pubblico (la sua versione di “Don’t Leave Me This Way” di Thelma Houston, cantata assieme a Jimmy Sommerville con cui formò i Communards, fu il singolo più venduto nel Regno Unito nel 1985), fino al jazz e R&B.

Nel suo più celebre album in studio, vale a dire “Cello Songs”, è possibile apprezzare appieno le qualità di questo straordinario talento britannico. In concerto con il compositore e violoncellista Enrico Melozzi, l’artista percorre un disteso cammino in compagnia di uno strumento, il violoncello, che, nonostante i quattro secoli vita e un repertorio invidiabile, non ha mai smesso di catturare l’attenzione dei creatori di musica contemporanei. Il colore caldo, il corpo e le corde si prestano alla stretta dell’interprete, affinché li faccia propri.

Con questa sua opera, Sarah Jane Morris ci insegna che la musica non è soltanto orientamento, metodo e sintassi, ma un’arte capace, come nessun’altra, di risaltare le nostre lusinghe e costernazioni nel divenire del tempo, delle propensioni e delle predilezioni.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Sarah Jane Morris per farci raccontare direttamente da lei le suggestioni e le emozioni nascoste in questo lavoro così particolare, che lo scorso 25 ottobre ha compiuto undici anni di vita.

Parliamo di “Cello Songs”, com’è nato questo originalissimo progetto che porta la firma di Sarah Jane Morris?

«É nato principalmente grazie alla collaborazione di Enrico Melozzi. Ci siamo conosciuti dato che lui ha curato un arrangiamento per gli archi di una canzone di Tom Waits che abbiamo suonato assieme; subito siamo stati desiderosi di intraprendere un percorso musicale comune. Dopo due anni e diversi incontri, si è finalmente delineata l’idea di “Cello Songs”, un matrimonio tra voce e violoncello. L’idea di base era di creare un’orchestra di violoncelli, con essa esplorare le possibilità dello strumento, oltre la musica classica: per quello gli si affiancarono una chitarra e un sassofono. L’obiettivo era avvicinare le melodie tradizionali a un suono pop, jazz e folk, fonderle insieme prendendo una canzone e stravolgendola in una completamente diversa. Era come il viaggio di una squadra, un gruppo organico. Tutto questo avvenne a Roma, perché lì ha sede lo studio di Enrico; è lì che abbiamo portato l’orchestra di violoncelli. Al nostro gruppo si è aggiunto, poi, Danilo Rea, un caro amico con cui ho suonato spesso: così è nata l’interpretazione della canzone di Pino Daniele, artista con il quale ho collaborato e di cui coltivo un vivido ricordo, “Alleria”. C’è, inoltre, un omaggio a Ennio Morricone, il mio compositore preferito. Quando mio padre morì, abbiamo sparso le sue ceneri con la musica di “The Mission”, film che egli amava moltissimo. Enrico ed io abbiamo, invece, scelto il tema di “C’era una volta in America”: lui la trasformata sotto una veste soul, io l’ho resa una canzone scrivendoci un testo. Nel disco è presente anche una personale reinterpretazione di un brano di Claude Debussy. Da cantautrice, posso affermare che è stato un progetto davvero interessante, ma molto azzardato: comporre una lirica per un pezzo di sassofono classico mi terrorizzava! Sono stata contentissima di vedere che il risultato è stato ottimo! “Cello Songs” è, nel contempo, un album classico e contemporaneo, che attrae il pubblico e stuzzica l’intelligenza. Ha permesso ad una semisconosciuta Sarah Jane Morris di donare una nuova linfa vitale ad un mondo sommerso, forse poco conosciuto, anche perché Enrico è un giovane punk-strumentista capace di rendere il violoncello trendy, trasformando un’opera classica in canzone!»

Fra le tante chicche, alcune delle quali da lei citate, è presente anche un brano inedito realizzato da Boy George appositamente per Sarah Jane Morris: “She Always Hungs Out Her Washing” è un valzer dal sapore medioevale molto distante da quanto si è comunemente pronti ad aspettarsi da un autore con le sue caratteristiche…

«Boy George è un mio caro vecchio amico sin dagli anni Ottanta, quando cantavamo insieme. Ha subito apprezzato l’idea di scrivere qualcosa al di fuori del suo solito repertorio: la canzone che ha composto avrebbe potuto benissimo scriverla Gershwin! È una combinazione tra una musica polacca ed un canto ebreo, molto inusuale per un artista come lui, come giustamente hai sottolineato. Narrando la storia di una femminista del 1930, è un ritorno a quel periodo di mancati diritti e conseguenti lotte per acquisirli.»

Nel disco c’è anche un suo inedito. Ce ne parla?

«Mother of God” è una canzone che ho scritto proprio durante il mio soggiorno a Roma. Si tratta di un brano in cui si riflette la mia visione spirituale, distante, però, da molti aspetti delle religioni che ritengo inaccettabili, come ad esempio la presa di posizione cattolica nei confronti dell’omofobia ed il rifiuto di metodi contraccettivi. Questo continuo criminalizzare la contraccezione, porta, talvolta, a conseguenze molto gravi, specie in un continente come quello africano, dove la promozione delle varie forme di contraccezione potrebbe aiutare ad arginare moltissimi problemi. Questa è solo una dimostrazione, fatto sta che sono i diktat di questo genere a tenermi lontana da ogni ortodossia: il credo di Sarah Jane Morris è insito nella bontà delle persone, nelle piccole cose buone presenti in ogni fede.»

Citando la commedia cinematografica “Monty Python’s The Meaning of Life” – so che lei la apprezza particolarmente – qual è il senso della vita secondo Sarah Jane Morris?

«Penso che la nostra esistenza sia un tragitto arduo, in cui si deve sopravvivere. È proprio come in quella bella poesia in cui si dice che bisognerebbe godere di ogni parte del viaggio, senza aspettarsi di trovare gioielli alla fine, altrimenti si rimarrebbe delusi perché, in verità, essi erano sparsi lungo tutto il cammino. Si deve, quindi, vivere ogni istante con gli occhi aperti. Nella società moderna, spesso, siamo occupati a guardare dentro uno schermo, scordandoci di apprezzare il momento che stiamo vivendo. Direi che il senso della vita per me è essere qui, adesso.»

Vincenzo Nicoletti

Vincenzo Nicoletti, classe '94. Cilentano d'origine, bresciano d'adozione. Oltre che per la scrittura, coltivo una smodata passione per i viaggi e per lo stare all'aria aperta. Divoratore onnivoro di libri e assiduo ascoltatore di musica sin dalla più tenera età.

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