“Carillon” di Giulia Crescentini: il morbo dell'incomunicabilità nelle relazioni
Fonte: Sollevante Press Office

Il pozzo di creatività che Giulia Crescentini ha ritrovato nelle sue meditazioni quotidiane parrebbe non essersi esaurito: dopo aver pubblicato lo scorso febbraio il fortunoso singolo d’esordio “Il freddo è uno stato mentale”, la giovane cantautrice nata e cresciuta tra Talenti e Montesacro ne ha rilasciato un secondo dal titolo “Carillon” che, riflettendo le difficoltà di comunicazione dei tempi che corrono, risulta di grande attualità.

Suona un carillon, una musica antica, la rabbia non è finita.

Qual è la scusa per avere ancora paura di essere.

La necessità, innata in ogni essere umano di confrontarsi, di cercare nell’altro una qualche forma di solidarietà e calore, si esplica nel desiderio di comunicare. Ogni forma di comunicazione altro non è, però, che un espediente, un tentativo di mediazione fra la sua persona e il mondo esterno che non può che apparire limitato ed approssimativo: quando ci si trova nella condizione di dover esprimere un’emozione profonda dall’intimo dell’anima, pur sforzandosi, non si riesce che ad interpretare a parole una pallida immagine di quanto si ha dentro.

Quanto si cela dietro “Carillon”, l’ultimo dei singoli pubblicati dalla nuova rivelazione di casa Crescentini, andava investigato ed ecco che noi di Libero Pensiero non potevamo fare a meno di intervistare l’artista.

Uno degli elementi distintivi di “Carillon” è la perfetta simbiosi tra la lirica e il mood musicale che lo caratterizza. Un simile brano è frutto sicuramente di un arduo lavoro in fase di produzione artistica, incentrato sulla ricerca di dettagli sonori volti al coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore. Ci descrivi la genesi della canzone?

«Il brano ha avuto diverse fasi di lavorazione, ha cambiato forma tante volte. È nato come pezzo dalle influenze gitane nel 2019, mentre stavo lavorando con Alessandro Forte, amico e produttore romano. Nel 2020 ho incontrato Peppe Levanto con il quale ho prodotto tutti i miei brani. Abbiamo ripreso in mano “Carillon”, trasformandolo in un brano più intimo, che avesse, però, la capacità di esplodere alla fine, di crescere a livello di dinamica. Insieme, per dare quel tocco in più, abbiamo avuto l’idea di aggiungere il suono del mio carillon all’inizio e alla fine della canzone.»

Ad impreziosire a livello testuale “Carillon” vi sono le immagini/metafore utilizzate per descrivere stati d’animo e stati d’amore. Quanto i luoghi e le esperienze del tuo passato hanno influenzato la stesura del testo e, più in generale, la tua vita?

«Posso dirvi che tra le parole e gli accordi dei miei brani si nascondono le esperienze personali e, in generale, la mia vita; questo non fa di certo eccezione. I miei luoghi del cuore – facendo un esempio pratico il quartiere in cui vivo Montesacro – mi permettono di trovare uno spazio protetto dove posso lasciar fluire i miei pensieri. Raccolgo i momenti vissuti e, perché no, i racconti delle persone che amo, le espressioni che ascolto in un discorso, al fine di creare una storia, un racconto unitario.»

Sebbene sia una barriera facilmente circoscrivibile con il più semplice dei doni che ci sono stati donati in natura, vale a dire la facoltà di parola, può risultare complicato arginare il rischio di incombere nell’incomunicabilità. A tuo parere, a cosa è dovuto questo paradosso?

«Saper parlare e saper comunicare sono due cose diverse: comunicare è mettere in comune, creare un ponte che colleghi due persone. A volte non riusciamo ad esprimerci a dovere, spesso per paura, per insicurezza o perché nessuno ci ha insegnato a manifestare nel modo corretto alcuni concetti ed emozioni.»

Ora che con l’uscita di “Carillon” hai superato indenne la prova del secondo singolo, persevererai sulla strada intrapresa o tenterai di tagliare traguardi più ambiziosi?

«Sicuramente voglio continuare a far sentire la mia musica, a produrre pezzi nuovi. Mi piacerebbe molto fare le cose sempre più in grande, essere ascoltata man mano da più persone, suonare in spazi ampi. Non vedo l’ora di poter inseguire mete più alte con tantissima musica in più da scrivere e da ascoltare!»

Vincenzo Nicoletti

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