Anchorage-Washington: Putin detta l'agenda, Trump la esegue
Fonte immagine: Wikimedia Commons

Dalla gelida Alaska di Anchorage fino ai corridoi solenni di Washington, si consuma una partita diplomatica che rivela l’essenza fragile e conflittuale della geopolitica contemporanea. Nel giro di poche settimane, quello che era iniziato come un tentativo di Donald Trump di imporsi come regista di un nuovo equilibrio tra Russia e Ucraina si è trasformato in un teatro in cui la posta in gioco non è soltanto il cessate il fuoco, ma la ridefinizione delle garanzie di sicurezza in Europa. Ad Anchorage, Trump aveva provato a usare la carta del performer politico, puntando su un cessate il fuoco che potesse portare consenso immediato ma Vladimir Putin ha bloccato la scena, impedendo al presidente americano di appropriarsi del frame e trasformando quell’incontro in un fallimento bruciante.

Da quel momento, la strategia è cambiata. A Washington, davanti a Volodymyr Zelensky e a sette leader europei – Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Ursula Von der Leyen e Mark Rutte – Trump ha riorientato il discorso: non più cessate il fuoco, ma garanzie di sicurezza “senza precedenti”.

Mosca, nel frattempo, ha reagito con mosse ambigue: da un lato vincendo la performance e uscendo dall’isolamento ad Anchorage e dall’altro riscrivendo la regia da Washington, con la telefonata di Trump a Putin durata circa 40 minuti dove è venuta fuori l’idea del trilaterale – diventato bilaterale nemmeno poche ore dopo, senza il Tycoon. Tutti segnali che indicano come Putin non creda realmente alla possibilità di un’intesa, ma utilizzi il tempo diplomatico per guadagnare spazio sul piano militare. Sullo sfondo, resta il divario informativo tra Europa e Stati Uniti: la stampa italiana parla di un possibile appoggio aereo americano a una futura forza europea in Ucraina, mentre i giornali statunitensi si limitano a riferire di un supporto generico, fatto di rifornimenti e sistemi difensivi, senza alcuna intenzione di rischiare uno scontro diretto con la Russia.

Il risultato è una scena diplomatica che appare sospesa tra performatività politica e realtà militare: da una parte un’America che riscrive la regia, dall’altra un’Europa ancora divisa e una Russia che detta i tempi senza credere davvero alla pace. È in questa tensione che si gioca la vera partita: non tanto su ciò che viene detto nei comunicati, quanto sul non detto, sugli spazi di potere che si aprono e si richiudono tra Washington, Mosca, Pechino e le capitali europee.

Da Anchorage a Washington: il frame in mano a Mosca

Il vertice di Anchorage è stato il primo vero banco di prova del ritorno di Donald Trump sulla scena internazionale. L’ex presidente americano ha provato a sfruttare il momento proponendo un cessate il fuoco immediato nella guerra russo-ucraina, con l’obiettivo di presentarsi come il leader capace di riportare la pace in Europa orientale. Un gesto simbolico che, se riuscito, gli avrebbe garantito un dividendo politico enorme sia sul piano interno che internazionale. Ma il disegno si è incrinato quasi subito: a dettare le regole del gioco non era Washington, bensì Mosca.

Vladimir Putin si è presentato ad Anchorage con un’agenda precisa. Non intendeva offrire alcuna concessione sostanziale, ma riaffermare che il conflitto in Ucraina resta sotto il controllo del Cremlino. Il messaggio implicito era chiaro: la Russia non è isolata, nonostante le sanzioni e gli stalli sul campo di battaglia, e continua a detenere il potere di stabilire se, come e quando si potrà arrivare a una tregua. In questo senso, Anchorage ha sancito il ritorno del paradigma russo: nessuna trattativa senza garanzie di sicurezza, nessun compromesso che metta in discussione la possibilità di riscrivere i confini.

La conseguenza diretta è stata quella di relegare Washington a un ruolo subalterno. Trump, che ambiva a incorniciare il vertice come un successo personale, ha finito per offrire a Mosca l’occasione di rafforzare la propria narrativa: nonostante l’inferiorità militare e tecnologica rispetto alla NATO, la Russia resta un attore imprescindibile, capace di bloccare o sbloccare il processo diplomatico a suo piacimento. È un messaggio che parla non solo a Kiev, ma soprattutto all’Europa: i negoziati passeranno da Mosca, non da Washington o Bruxelles.

La scena è cambiata a Washington, dove il Tycoon ha cercato di riprendersi la centralità. Con Volodymyr Zelensky e i sette leader europei riuniti, Trump ha provato a ricostruire un’immagine di leadership, presentandosi come il facilitatore indispensabile del dialogo. Ma dietro la regia americana, il canovaccio rimaneva quello russo. La lunga telefonata privata con Putin, durata quaranta minuti, è stata l’elemento più significativo del vertice: un atto di diplomazia diretta che ha reso evidente quanto, in ultima istanza, il Cremlino continui a detenere la penna con cui si scrive la trama. Senza il via libera russo, non c’è cessate il fuoco né soluzione politica possibile.

Gli europei, dal canto loro, hanno scelto un approccio tattico: assecondare Trump nel tentativo di condurlo su una linea condivisa. La Francia e la Germania hanno insistito sulla necessità di garanzie reali e verificabili, ipotizzando contingenti di sicurezza, mentre Italia e Commissione europea hanno giocato il ruolo di mediatori. Il risultato è stato un equilibrio precario.

In questo contesto, l’Ucraina è rimasta sospesa. Zelensky ha potuto rivendicare una vittoria politica di facciata, incassando il linguaggio delle garanzie di sicurezza.. Gli impegni europei e americani non si sono tradotti in meccanismi concreti (per ora), alimentando la percezione che l’Ucraina continui a dipendere da dinamiche esterne e che la sua capacità di influenzare il corso degli eventi sia limitata.

Mosca, invece, ha colto il punto centrale: ad Anchorage aveva dimostrato di poter piegare Trump al proprio frame, a Washington ha compreso che la partita non è più tra Russia e Stati Uniti, ma tra la sua volontà di guadagnare tempo e la resistenza occidentale. In questo senso, la strategia del Cremlino rimane invariata: nessuna pace immediata, logoramento sul campo e test di tenuta politica ed economica per l’Europa.

Il doppio vertice ha dunque reso chiaro che la diplomazia performativa americana non basta a scalfire il realismo geopolitico russo. Se Trump pensava di chiudere la guerra con un colpo di teatro, Putin ha ricordato a tutti che, nel mondo reale, la forza e il tempo contano più della scena.

Trump, l’attore che si crede regista

Il vertice di Anchorage ha mostrato con chiarezza la fragilità della diplomazia performativa di Donald Trump. Il Tycoon si era presentato come il leader in grado di imporre un cessate il fuoco immediato, convinto di potersi intestare il ruolo di pacificatore globale. Ma la scena era già occupata da Vladimir Putin. Con una freddezza calcolata, il Cremlino ha trasformato l’idea del cessate il fuoco in una formula vaga – le “garanzie di sicurezza” – che lasciava alla Russia il potere di decidere tempi e modalità. Mentre Trump immaginava di dominare il palco, in realtà era già dentro il copione russo: senza Mosca, nulla si muove.

Gli errori di comunicazione hanno aggravato il quadro. L’applauso e il tappeto rosso, la limousine condivisa, la prossemica sbagliata hanno evidenziato i limiti di una diplomazia fatta di gesti senza sostanza: overpromising and underdelivering. Putin ha potuto così smontare la performance di Trump, restituendo centralità alla narrazione russa e legittimità a sé stesso: non più un leader isolato bensì uno accolto con tutti gli onori.

A Washington, lo scenario è cambiato. Trump ha provato a riappropriarsi della scena, mettendo in mostra le sue doti di attore politico. Gli europei e lo stesso Zelensky hanno recitato un copione semplice: lusingare il Tycoon per mantenerlo al centro, cercando di ripetere lo stesso schema seguito dal Cremlino qualche giorno prima in Alaska. “Otto grazie in un minuto” dal leader ucraino, dichiarazioni di sostegno dai presenti, e poi il gesto simbolico che ha catturato le telecamere: la telefonata di quaranta minuti con Putin. Una mossa performativa potente, che non ha prodotto risultati concreti ma ha trasmesso al pubblico l’immagine di un risolutore con canali aperti verso Mosca. La realtà, però, rimaneva la stessa: Trump come regista della scena, ma con il copione scritto dal Cremlino.

La strategia russa è chiara: rinviare qualsiasi accordo vincolante, logorare Kiev e mettere alla prova la resistenza europea. Proporre un bilaterale a Mosca senza Trump ha avuto il valore di una provocazione, utile solo a ribadire che Putin non intende riconoscere a nessuno un ruolo esclusivo nella trattativa, costringere l’Ucraina ad un “no” di principio e guadagnare tempo per motivi militari.

Il vertice di Washington ha infine svelato quale sia il ruolo degli europei. Costretti a compiacere Trump ma con una divisione dei ruoli chiara: Macron e Merz più risoluti, Meloni e Von der Leyen mediatori, Rutte la cerniera fra Nato ed Europa, Starmer ispiratore del cambio d’atteggiamento di Zelensky e, infine, Stubb, l’uomo di confine che ha fatto comprendere a Trump l’entità della minaccia russa.

E mentre si discute dell’invio di soldati – nella speranza di avere un ombrello americano a supporto – si propongono investimenti: 100 miliardi di euro in armamenti chiesti dal Tycoon, per l’Ucraina. Un investimento necessario per restare sulla scena ma anche un prezzo da pagare per l’imprescindibile appoggio del Tycoon e per salvaguardare l’ultimo baluardo a difesa della sovranità continentale, l’Ucraina.

Donatello D’Andrea

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