Hong Kong Cina
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Continuano le proteste a Hong Kong, dove le strade tornano a riempirsi di migliaia di manifestanti in una serie di proteste pro-democratiche non autorizzate. Affrontando l’umidità e le possibile conseguenze legali, i contestatori anti-Cina lottano a gran voce per reclamare i propri diritti: la tensione è alle stelle e molti centri commerciali sono costretti ad anticipare l’orario di chiusura.

I motivi delle proteste a Hong Kong

Tra i motivi principali che hanno scosso l’opinione pubblica dell’ex colonia britannica negli ultimi mesi spicca la proposta di legge sull’estradizione, che consentirebbe di processare alcuni criminali nella Cina continentale. A detta dei dissidenti, la legge potrebbe spianare la strada a un controllo più rigoroso da parte del governo cinese sul sistema giudiziario di Hong Kong, favorendo così la repressione dell’opposizione politica.

Lo scorso 4 settembre la leader dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha annunciato la revoca della proposta di legge sull’estradizione, nella speranza di placare le proteste che hanno fatto precipitare la città nel caos. Il ritiro del provvedimento però sembrerebbe non bastare a mettere a tacere le richieste dei manifestanti: Bonnie Leung, voce del Fronte dei Diritti Umani e Civili, ha dichiarato che tale annullamento è solo una delle condizioni per porre fine alle sommosse:

«Cinque richieste non meno: le dimissioni di Carrie Lam, la creazione di una commissione indipendente per indagare sulle violenze politiche, la cancellazione delle accuse per i manifestanti, le riforme politiche e le elezioni democratiche».

Dopo essere stata per 150 anni colonia britannica, Hong Kong è oggi una regione amministrativa speciale della Cina. La soluzione che ha determinato nel 1997 il ritorno di Hong Kong sotto la giurisdizione cinese consiste nella formula “una Cina, due sistemi”, in virtù della quale la regione appartiene alla Cina, ma gode di un alto livello di autonomia, eccetto nei settori di difesa e politica estera. La Basic Law assicura “la salvaguardia dei diritti e le libertà dei cittadini” per 50 anni dopo la restituzione alla Cina (cioè fino al 2047) e tutela una serie di diritti che non sono in vigore nel resto del territorio cinese, tra i quali il diritto di protesta, la libertà di stampa e di parola. In molti però sostengono che già da tempo Pechino stia volando sensibilmente questi diritti.

Lacrimogeni e cannoni d’acqua per placare le proteste a Hong Kong

In occasione del 15esimo weekend di mobilitazioni, secondo quanto denunciato dalla polizia, vari gruppi di manifestanti radicali si sono radunati davanti al Consolato britannico, chiedendo il supporto della comunità internazionale alla loro lotta per le riforme democratiche. Tra lo sventolio delle bandiere britanniche e l’intonazione dell’inno nazionale inglese God Save The Queen, hanno lanciato oggetti pesanti, come ciottoli e bombe Molotov (un ordigno esplosivo tipico della guerriglia urbana), ai quali la polizia ha risposto con lacrimogeni e cannoni d’acqua contenenti uno speciale colorante blu per disperdere i manifestanti.

Precedentemente, gruppi di persone vestite di nero, colore caratteristico del movimento antigovernativo, hanno utilizzato bidoni dell’immondizia e coni stradali per costruire barricate contro la polizia, distribuita nei punti di maggior affluenza della metropoli, tra i quali le fermate della metropolitana e le sedi governative. La formazione delle barricate da un lato e l’assidua presenza della polizia anti-sommossa dall’altro sono state il prologo dello scontro tra i manifestanti e le forze pubbliche che, dalla metà di giugno, sono quasi all’ordine del giorno.

La Cina e il modello “un Paese, due sistemi”

Il corteo inscenato davanti al Consolato britannico dell’Admiralty aveva lo scopo di sollecitare Londra a intraprendere misure immediate contro la Cina per il mancato inadempimento del modello “un Paese, due sistemi”, accusando il governo di Xi Jinping di non essersi attenuto agli obblighi della dichiarazione sino-britannica, soprattutto in merito al suffragio universale.

«La dichiarazione congiunta sino-britannica continua ad essere violata. Hong Kong è sotto il controllo diretto del governo cinese», riporta il testo letto da uno degli organizzatori della protesta, secondo quando riportato da una fonte dell’agenzia EFE e dal quotidiano spagnolo El Mundo.

A gettare benzina sul fuoco nella contesa è anche la questione relativa ai passaporti per i British National Overseas (BNO), rilasciati con il passaggio del 1997 ai residenti dell’ex colonia, che danno ai possessori il libero accesso alla Gran Bretagna, ma non la residenza. Proprio la scorsa settimana, 130 parlamentari britannici hanno firmato una lettera indirizzata al Ministro degli Esteri inglese Dominic Raab, chiedendo agli stati del Commonwealth di concedere ai residenti di Hong Kong la doppia cittadinanza. Una richiesta di fronte alla quale il ministro ha dimostrato una freddezza disinteressata.

Hong Kong alla ricerca di supporto internazionale

Le proteste non si fermano. I manifestanti continuano imperterriti a provocare i disordini, così come i leader politici della dissidenza democratica cercano di alzare l’interesse nazionale sulle proteste. Nella giornata di venerdì 13 settembre, l’attivista democratico Joshua Wong, dopo una breve visita in Germania, è atterrato negli Stati Uniti, dove ha chiesto al presidente Donald Trump di approvare una legge che esprimesse il suo appoggio alla campagna pro-democratica.

«È importante aggiungere una clausola sui diritti umani negli accordi commerciali con la Cina e inserire le proteste a Hong Kong nell’agenda delle negoziazioni commerciali. Se la Cina non ha intenzione di salvaguardare la libertà economica di Hong Kong, sarà l’economia mondiale a pagarne le conseguenze», ha dichiarato l’attivista alla Agence France-Presse (AFP) .

Joshua Wong ha insistito più volte sul fatto che la decisione di ritirare la proposta di legge sull’estradizione è solo il primo passo necessario per spegnere le rivendicazioni democratiche, accusando il governo cinese di trasformare le nuove generazioni in orde di oppositori.

«Continueremo a lottare per conseguire elezioni libere. Non c’è nessuna ragione per la quale arrendersi, è ora che il mondo dia il suo supporto a Hong Kong», ha concluso Wong.

Malgrado la situazione complessa, Carrie Lam confida nella propria capacità di lenire il malcontento dell’opinione pubblica e di ripristinare la stabilità nella regione dopo tre mesi di baraonda. Proprio a questo scopo ha annunciato l’apertura di una piattaforma di dialogo, attraverso la quale il governo tratterà con cittadini appartenenti a diversi ambiti sociali, impegnandosi ad accogliere le loro richieste. Si tratta di una piccola concessione, che risulta senza dubbio lontana dalle richieste dei contestatori. Potrebbe però essere il primo passo per sbloccare una situazione diventata ormai stagnante. La Lam sarà capace di riportare Hong Kong alla prosperità? Staremo a vedere.

Matteo Allievi

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