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L’inferno è alle porte per i valorosi curdi che hanno sconfitto ISIS?

Non è un fulmine a ciel sereno, prima o poi sarebbe successo, eppure la dichiarazione unilaterale di Donald Trump di ritirare il contingente Americano dalla Siria, stimato in 2.000 uomini, lascia tutti a bocca aperta. La decisione è stata presa martedì, trapelata da fonti militari, resa pubblica solamente ieri: 24h per evacuare il personale diplomatico e 60/100 giorni per quello militare.

«Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, l’unica ragione di essere lì» rilancia in un twitter l’account del presidente degli stati uniti. Gli fa eco niente poco di meno che Vladimir Putin, presidente Russo, che all’annuale conferenza stampa di Mosca ha definito corretta la decisione di Trump di ritirare i soldati americani e condivisa l’idea che ISIS sia stato definitivamente sconfitto.

Ma ISIS è davvero finito?

Settimana scorsa l’ultima roccaforte cittadina del cosiddetto califfato, Hajin, è stata faticosamente ricatturata dalle SDF, le forze democratiche a guida curda, con il supporto aereo Americano. La striscia di terra che costeggia l’Eufrate fino al confine Iracheno, per quanto piccola, contiene ancora diversi villaggi ma soprattutto l’ultimo potenziale bellico di ISIS (tra cui centinaia di foreign fighters).

A settembre stime del pentagono, suffragate dalla Cia, parlavano di circa 25.000 miliziani ancora operativi tra Siria ed Iraq, dato supportato da un recente pubblicazione del “Center for Strategic and International Studies”. Per non parlare delle reti internazionali e della più generica mentalità del terrore, che porta lupi solitari a compiere attentanti sull’immaginario di ISIS stesso. A Raqqa, liberata ufficialmente il 17 ottobre di un anno fa, si è verificato pochi giorni fa un attacco bomba e, poco dopo, un’esplosione ha colpito una colonna di mezzi delle YPG, le unità di protezione popolare, nella zona di Qamişlo. Entrambi rivendicati da cellule infiltrate di ISIS.

Malumori si sono palesati tra diverse personalità politiche Americane e non solo.

Il Segretario alla Difesa, James Mattis, ha tentato fino all’ultimo di dissuadere il Presidente Americano da prendere tale decisione. Nulla di fatto, ora si è ufficialmente dimesso. Un altro pezzo dell’amministrazione Trump, forse il più importante fin ora, è stato perso.
“Se i nostri partner regionali Curdi perdono il sostegno degli Stati Uniti, corriamo il rischio che ISIS risorga e la concreta possibilità della capitolazione o totale distruzione della resistenza Curda nella regione” riporta la lettera inviata oggi al Presidente Trump e firmata da sei senatori americani. “[…] diversi alleati americani verranno macellati se questa ritirata (delle truppe americane) verrà implementata” ha dichiarato uno dei firmatari, il Senatore Ben Sasse.

Il pentagono ritiene necessario contrapporsi alla presenza Russia in un’ottica internazionale, in ogni scenario, incluso quello Siriano. Da un comunicato ufficiale si deduce che il tentativo del dipartimento della difesa sia quello di continuare a collaborare con i partner regionali, non sappiamo però a che livello. Anche dal nostro continente si sono levate dichiarazioni preoccupate, Francia e Regno Unito sono entrambi concordi che ISIS non sia stato definitivamente sconfitto.

Parigi, inoltre, si è sbilanciata su un nodo chiave del futuro scenario Siriano: la permanenza di truppe francesi operative, già presenti a Manbij e ormai dentro la città di Hajin. I soldati francesi potrebbero sostituirsi fisicamente a quelli americani e, ancora più importante, diventerebbero il nuovo deterrente ad una possibile escalation nell’area.

La Turchia sta ammassando ingenti truppe, pronta all’invasione. 
Già da alcuni giorni Ankara ha mobilitato diverse unità militari verso il confine nord della Siria. Costringendo le SDF, ancora impegnate nel conflitto contro ISIS, a dislocare ogni unità verso nord, in particolare a Kobanê e Seri Kani. Le dichiarazioni turche non lasciano spazio a dubbi, la strategia è quella dichiarata poco prima dell’invasione di Afrin: occupare militarmente il nord della Siria, creando un cuscinetto di decine di kilometri e, de facto, mettendo in piedi una pulizia etnica contro i curdi. Le mappe, diramate lungo i mesi, mostrano un piano volontariamente indirizzato ai soli villaggi e città a maggioranza curda, prevedendo presumibilmente, uno scambio con Damasco delle restanti città a prevalenza araba: Tabqa, Raqqa, la provincia di Deir el-Zor ed Hajin.

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« […] attendiamo l’ordine di iniziare a colpire i punti di osservazione (nel nord della Siria)» fonti militari turche hanno dichiarato alla stampa. İsmail Metin Temel, comandante delle operazioni turche nel nord est della Siria, ha suggerito che la missione sarà “eradicare le YPG in tutta l’area”, iniziando a prendere di mira i tunnel e le trincee scavate per difendere il confine.

La reazioni curde: «Il ritiro USA dalla Siria è un atto di tradimento e una pugnalata alle spalle».

«Non sappiamo cosa stia succedendo tra USA e Turchia, ma ad Afrin sono state usata bombe NATO[…]» ha dichiarato pochi giorni fa Salih Muslim, funzionario delle relazioni estere di TEV-DEM, il movimento democratico che ha guidato politicamente la creazione della Federazione del Nord della Siria, dove prima c’erano i territori del sedicente Stato Islamico.

Oggi, quando le speranze sembrano svanite, le dichiarazioni curde mirano a far comprendere il grave errore di una decisione come quella americana: «la battaglia contro ISIS è in una fase decisiva che richiede più supporto, non il ritiro» hanno espresso in un comunicato ufficiale le SDF, aggiungendo poi
«tutto ciò avrà implicazioni pericolose sulla regione e per la stabilità internazionale». Nelle carceri delle forze a guida curda si possono contare quasi 5.000 jihadisti di ISIS, tra cui diversi foreign fighters, incluse le italiane Meriem e Sonia, rispettivamente di Padova e Treviso, unitesi al califfato nel momento in cui aveva ancora una forte estensione territoriale. Più volte gli appelli a collaborare nello sforzo di gestione di questi terroristi, diretti ai paesi d’origine, sono caduti invano. Nessuno governo Europeo sembra voglia fare i conti con i suoi mali, delegando ancora una volta ai popoli del Nord della Siria, che hanno già sacrificato molto, se non tutto.

Avevo notato la totale scomparsa di ogni riconoscimento dell’impareggiabile sforzo dei Curdi del Rojava nell’ultimo importante incontro organizzato proprio a Roma dal prestigioso centro di ricerca ISPI, il MED2018. La presenza di quasi 50 tra ministri, presidenti e autorità politiche di vari paesi intente a parlare di Mediterraneo e, nel particolare di ISIS, Siria, Iraq, non aveva dato alcun spazio ai protagonisti anti-ISIS per eccellenza, i curdi del nord della Siria e nel complesso le SDF, le forze democratiche Siriane.

Lavrov, ministro degli esteri Russo, né il presidente dell’Iraq, né il Segretario generale della Nato, né Stefan de Mistura, inviato speciale dell’ONU in Siria, avevano accennato al ruolo vitale svolto dalle Unità di Protezione Popolare curde. L’unico fu il Ministro degli esteri turco che, senza troppa sorpresa, colse l’ennesima occasione per dare dei terroristi a tutti i valorosi e le valorose che hanno combattuto a Kobanê, Raqqa e decine di altre battaglie fondamentali nella sconfitta del califfato nero militare.

L’inferno è davvero alle porte?

Il nodo della presenza francese è ancora la chiave di volta, così come è stata fino ad ora la presenza americana. Un’invasione turca non può prescindere dal considerare come deterrente le truppe di Parigi di stanza nelle varie città del Nord della Siria. Indipendentemente da questo, la pressione di Ankara sui confini produrrà un allontanamento delle SDF dallo scontro con ISIS, la stessa gestione carceraria verrà compromessa. Nello scenario peggiore potrebbero essere rilasciati 3.200 miliziani medio-pericolosi (dei 5.000 che si stima si trovino nelle prigioni curde) così da gravare meno sulla gestione degli stessi e mettere il mondo davanti alla realtà.

La possibilità di far fronte ad un’operazione massiccia di invasione è quella di caldeggiare un accordo con Mosca e Damasco. Una protezione congiunta dei confini Nord, avviando di fatto una confederazione nazionale.
«Noi cerchiamo ora uno Stato confederale con il regime di Bashar Assad», dicevano diversi leader politici in primavera a Qamişlo. In mancanza di altro, alle forze democratiche Siriane non rimangono molte opzioni.

Ora, sull’intensità del possibile conflitto, bisogna considerare alcune cose: il consiglio cittadino di Afrin, prima dell’invasione Turco-Jihadista di marzo, contava il 50% di presenze femminili: ora alle donne è interdetta la possibilità di partecipare all’amministrazione pubblica. Ogni città liberata ha instaurato immediatamente un sistema democratico dedito alla popolazione, composto da ogni realtà religiosa piccola o grande che sia, guidato sempre da un uomo e da una donna, in quello che si chiama co-presidenzialismo. Sono migliaia i martiri caduti nell’estremo impegno di garantire un futuro di giustizia e pace al Nord della Siria ma anche, simbolicamente, di libertà e rispetto per tutte le donne del mondo. La martoriata etnia curda, da sempre senza uno spazio territoriale riconosciuto, ha per la prima volta la possibilità di vivere senza persecuzioni, almeno nel Nord della Siria.

Compreso tutto questo, pensate veramente che, qualora la Turchia decidesse di cogliere il ritiro americano e invadere la federazione del Nord, casa di tutti e tutte le valorose combattenti anti-ISIS, la gente di quei territori rinuncerà a combattere fino all’ultimo respiro?

La vera domande è, noi, cittadini europei che abbiamo beneficiato di tutti quei sacrifici, da che parte saremo?

Io non ho dubbi, spero neanche voi.

Claudio Locatelli

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Claudio Locatelli – Il giornalista combattente

1 COMMENTO

  1. La Turchia era in procinto di attaccare il Rojava anche prima dell’annuncio di Trump, a loro dire avrebbero addirittura ritardato le operazioni per consentire il ritiro americano. La limitata presenza francese non è un deterrente sufficiente attualmente. Lo sarebbe invece quella govenativa siriana, russa ed iraniana. Grazie a Trump le SDF attualmente devono scegliere tra farsi macellare dai turchi o tornare a farsi governare da Assad.

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