Vittoria di Conte o vittoria di Pirro?
Fonte: laregione.ch

Vittoria di Conte sul Recovery Fund? Indubbiamente sì. Vittoria dei paesi cosiddetti “frugali”? Anche. Vittoria del Gruppo di Visegrád? Sì, e con molta soddisfazione. Vittoria dell’UE? Per certi versi sicuramente. Ma sta proprio in questa sequela di risposte affermative il problema.

Il Consiglio Europeo e l’accordo raggiunto

Le estenuanti trattative per trovare un accordo sul Recovery Fund e sul bilancio dell’UE (il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027) hanno reso l’ultimo Consiglio Europeo uno dei più lunghi della storia: conclusosi martedì all’alba, ha finalmente sancito un pacchetto di 1824 miliardi di euro complessivi. Il compromesso prevede un QFP di 1074 miliardi di euro, di poco superiore al precedente, che dovrà passare al vaglio del Parlamento Europeo. È stato ufficialmente istituito il Recovery Fund/Next Generation EU (NGEU), consistente in 750 mld €. Per finanziare questo Fondo si raccoglieranno le risorse sui mercati finanziari, emettendo di fatto debito comune garantito dal bilancio pluriennale e ripagato secondo i contributi nazionali allo stesso tra il 2028 e il 2058. I 750 mld € sono stati suddivisi in sussidi a fondo perduto (390 mld) e in prestiti a tasso agevolato (360 mld), una proporzione meno ambiziosa della proposta franco-tedesca di maggio e della Commissione Europea. Per quanto riguarda la governance dei fondi, la Commissione elaborerà una valutazione iniziale dei Piani Nazionali di Riforma presentati da ciascuno Stato, seguita dall’approvazione del Consiglio dell’UE a maggioranza qualificata. Non ci sarà dunque il diritto di veto voluto dall’Olanda (una vittoria di Conte), ma è stato elaborato un meccanismo di “freno d’emergenza”: se ritiene vi siano incongruenze sulla valutazione dei risultati di spesa, uno Stato può rimettere la questione al Consiglio Europeo (in ultima istanza prevarrà comunque la Commissione Europea). Non è un veto, ma potrà costituire un fastidioso rallentamento nell’erogazione dei fondi a un Paese.

Vittoria di Conte, recovery fund
La conformazione del bilancio UE deciso al Consiglio Europeo. Fonte: consilium.europa.eu

I pro: debito comunitario e la vittoria di Conte

Il compromesso raggiunto è un passo storico per l’UE, e non era affatto scontato viste le premesse. Il sostegno del governo tedesco e l’unità di intenti tra Francia, Spagna e Italia (anche questa una vittoria di Conte) sono stati decisivi nei risultati positivi usciti dall’accordo. Infatti, per la prima volta l’UE emetterà debito comune per finanziare trasferimenti di risorse di questa entità tra Stati membri in un breve lasso di tempo, superando due tabù europei (gli eurobond e i trasferimenti fiscali): cosa impensabile fino a qualche mese fa. Non solo, ma l’UE avrà nuove risorse proprie: una plastic tax aggiungerà gettito al bilancio UE, a cui in futuro potranno affiancarsi una carbon tax e una digital tax.

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I “mediterranei”: da sinistra, il Presidente del Consiglio Conte, il Presidente del Governo spagnolo Sánchez, la Cancelliera tedesca Merkel, il Presidente francese Macron e la Presidentessa della Commissione Europea von der Leyen. Fonte: ilriformista.it

Dal punto di vista dell’utile del nostro paese, non riconoscere la vittoria di Conte sarebbe in mala fede. Secondo le stime circolate in questi giorni, l’Italia sarebbe il maggiore beneficiario del Recovery Fund e le spetterebbero 209 mld €, 81,4 in sussidi e 127,4 in prestiti. Obiettivamente, Conte è tornato da Bruxelles avendo praticamente ottenuto tutto ciò che il Governo chiedeva sul Recovery Fund: sono stati introdotti strumenti di debito comune, si è mantenuta il più possibile la quota dei sussidi (nella proposta della Commissione erano 81,8 mld), la quota dei prestiti è stata aumentata dai 90,9 iniziali (forse non a caso, un aumento di 37 mld, l’entità del MES per l’Italia), è stato evitato il diritto di veto dei singoli Paesi e, di fronte a fondi che arriverebbero a partire dal 2021, vi è la possibilità di coprire retroattivamente le misure di rilancio varate da febbraio di quest’anno. La vittoria di Conte si percepisce riguardo a tutta la linea negoziale della delegazione italiana. Ora la vera sfida per l’Italia sarà spendere efficacemente i fondi così pervicacemente negoziati e ottenuti. Serviranno lungimiranza e capacità di progettazione, risorse umane e politiche che, per quanto si ritengano mancanti nel contesto italiano, esistono.

I contro: sacrifici e condizionalità

La vittoria di Conte non deve però offuscare i costi del compromesso relativo a molte questioni. Quest’ultimo lascia l’amaro in bocca, considerando ciò che si è sacrificato per vederlo realizzarsi, e cosa invece sarebbe potuto essere.

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I cosiddetti “frugali”: il Primo ministro svedese Löfven, il Primo ministro olandese Rutte, La Prima ministra danese Frederiksen e il Cancelliere federale austriaco Kurz. Alle richieste dei 4 si è aggiunta la Finlandia, con la Prima ministra Marin. Fonte: Twitter

Innanzitutto, i paesi “frugali” (Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia, a cui si è aggiunta la Finlandia) hanno lottato con successo per ridurre la proporzione globale di sussidi del Recovery Fund in favore dei prestiti, e anche se non hanno ottenuto il diritto di veto, sono riusciti a introdurre il “freno d’emergenza”. Categoricamente contrari agli eurobond, sono stati convinti grazie all’aumento dei rebates, i rimborsi sui versamenti nazionali al bilancio UE: secondo le stime, i 4 frugali e la Germania ridurranno la partecipazione al QFP di 53 mld in 7 anni, che saranno coperti da un maggiore contributo di Francia, Italia e Spagna. Il compromesso sui rimborsi non è tanto spendibile per ottenere maggiore liquidità adesso (in una visione puramente contabile dell’UE), ma soprattutto rende possibile ai frugali ridurre la propria partecipazione al bilancio UE, nella prospettiva di ridurre gli esborsi ai creditori del debito comunitario. Un atteggiamento che dimostra la mancanza di solidarietà tra Paesi membri.

Inoltre, sempre su pressione dei “frugali”, sono stati de-finanziati o tagliati rispetto alla proposta iniziale alcuni progetti europei: HorizonEurope (ricerca) è passato da 13.5 mld a 5, Just Transition Fund (cambiamento climatico) subisce un calo del 70% dei fondi (ora è a 10 mld), InvestEU (investimenti per occupazione e crescita) va a -80%, mentre del programma di potenziamento dei sistemi sanitari (!) non vi è più alcuna traccia. Bisognerà capire cosa farà il Parlamento Europeo, che si era impegnato a non appoggiare un bilancio UE che non finanziasse queste voci. Probabilmente non rifiuterà il QFP, ma chiederà aggiustamenti e il coinvolgimento nella governance del NGEU, cedendo su molti aspetti.

Un’altra questione spinosa sul tavolo delle trattative è stata l’eventualità di legare l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto, meccanismo che avrebbe messo in dubbio l’approvazione del Recovery Fund di Polonia e Ungheria, i due del Gruppo di Visegrád (composto anche da Slovacchia e Repubblica Ceca) che hanno fatto dell’«illiberalismo» in seno all’UE il loro marchio. Alla fine, una formula annacquata sull’importanza del rispetto dello stato di diritto, senza alcuna condizione, ha sancito la “piccola vittoria” di Orbán e Duda.

Infine, restano da capire l’entità effettiva degli aiuti all’Italia e le condizionalità del Recovery Fund. Secondo alcune stime, l’Italia tra sussidi a fondo perduto e contributi al bilancio UE otterrebbe un trasferimento netto di 30 mld di euro, 4,2 mld l’anno (0,25% del PIL) per sette anni. A conti fatti, di fronte a una caduta del PIL italiano a doppia cifra, i trasferimenti genuini non sembrano essere così consistenti, ridimensionando la vittoria di Conte. A prescindere dallo stimolo, il Recovery Fund potrebbe essere controbilanciato dagli effetti del ritorno al consolidamento fiscale, come annunciato dal Vice-presidente della Commissione Europea Dombrovskis. I meccanismi di controllo sull’utilizzo e il pagamento dei fondi saranno molto stringenti e i Paesi beneficiari dovranno seguire le raccomandazioni specifiche per ciascun Paese degli anni 2019 e 2020. Le riforme richieste nel 2020 (Green Deal, digitalizzazione, ricerca e innovazione, tra le altre) sono tutte ragionevoli e auspicabili. La questione sta nelle raccomandazioni del 2019, al cui punto 1 vi è la riduzione della spesa pubblica, incompatibile con le riforme che si dovrebbero mettere a punto. Ad ora, più che la Troika in casa, a preoccupare è il velo di incertezza che aleggia sulla questione nel dibattito pubblico.

In conclusione, l’accordo raggiunto al Consiglio Europeo è un compromesso dove si sono ottenuti storici passi in avanti per l’integrazione europea e una significativa vittoria di Conte, ma al costo di esosi sacrifici, economici e politici, che fanno pensare a un accordo comunque fortemente al ribasso, per entità e ambizioni. L’UE pare trovarsi sotto il fuoco incrociato di neoliberali e illiberali, dove le divisioni tra Nord, Sud ed Est si accentuano, e ogni blocco promuove inconciliabilmente la propria visione dell’UE. I presupposti affinché questa piccola vittoria del progetto europeo diventi una vittoria di Pirro ci sono tutti.

Augusto Heras

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