Polonia, la crisi con l'UE tra Polexit giudiziaria e Recovery Fund
anifestazione pro-EU: Tribunale non-costituzionale (trad.) (https://www.aljazeera.com)

Il 10 ottobre a Varsavia circa 100 mila voci si sono levate in coro facendo risuonare nell’aria le parole: «noi restiamo nell’Unione». La popolazione è scesa in strada in almeno 160 città manifestando la sua opposizione alla sentenza della Corte Costituzionale polacca, nella quale viene disconosciuta la natura sovraordinata del diritto europeo in relazione a quello nazionale. Le piazze si sono riempite di bandiere dell’UE, della Polonia, e sotto il librarsi di drappi azzurri, rossi e bianchi, non sono mancati slogan contro il partito di maggioranza Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, o PiS): «rubate i nostri soldi, ma non ruberete la nostra libertà» – l’accusa all’estrema destra, di ispirazione nazionalista e clericale.

Donald Tusk, co-fondatore del partito di centro-destra a vocazione europeista, Piattaforma Civica, ed ex Presidente del Consiglio europeo, ha convocato la manifestazione con il monito: «Dobbiamo salvare la Polonia, nessuno lo farà per noi». All’evento sono intervenute diverse personalità di spicco, tra le quali Rafał Trzaskowski, sindaco di Varsavia, eminenti politici della sinistra polacca, da Leszek Miller, ex primo ministro della Polonia, a Robert Biedroń. Vi è stata, inoltre, la partecipazione di gruppi quali il Comitato per la Difesa della Democrazia, un’organizzazione che ha tra i suoi obiettivi la promozione dei valori europei e dei diritti umani, e Strajk Kobiet, il movimento per i diritti delle donne nato in Polonia nel 2016. Tutti gli interventi hanno avuto come filo conduttore l’urgenza di tutelare lo stato di diritto e la democrazia polacca.

L’Unione Europea viene percepita da moltə come l’argine capace di difendere i diritti dei polacchi, i quali negli ultimi anni stanno subendo un continuo assottigliamento per via delle politiche nazionaliste del PiS. Kamila Gasiuk-Pihowicz, deputata di Coalizione Europea, ha affermato: «Vogliamo una Polonia aperta, non xenofoba, vogliamo che la bandiera europea sia ancora la bandiera di tutti i polacchi».

Un sondaggio realizzato a metà settembre dal quotidiano economico Dziennik Gazeta Prawna ha evidenziato che l’88% dei polacchi vuole che la Polonia permanga all’interno dell’UE, e il 57% di loro non ritiene Polexit uno scenario plausibile.

L’indipendenza del sistema giudiziario polacco è oramai compromessa

Con la pronuncia del 7 ottobre la Corte Costituzionale polacca ha stabilito che ogni atto normativo dell’Unione Europa dovrà conformarsi alla legislazione polacca. Un principio cardine del diritto comunitario stabilisce che gli Stati membri non possono applicare una norma nazionale contraria al diritto europeo. Questo principio è ormai consolidato nella giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) e risulta fondante per la struttura giuridico-istituzionale dell’UE.

Tra l’ordinamento dell’UE e quello dei singoli Stati membri sussiste una rapporto di integrazione in un unico sistema, in cui vi è la preminenza del diritto europeo su quello nazionale. Il principio del primato del diritto comunitario è stato sancito nelle sentenze Costa contro Enel del 15 luglio 1964 e Simmenthal del 1978, e accolto nei diversi ordinamenti statali. Esso mira ad assicurare, nell’ottica del cosiddetto processo di integrazione europea, una protezione uniforme dei cittadini da parte del diritto europeo su tutto il territorio dell’UE.

Nelle motivazioni della sentenza si legge: «Nel sistema giuridico polacco il Trattato sull’Unione Europea è subordinato alla Costituzione, e come ogni norma del sistema polacco deve essere conforme ad essa».

La decisione della Corte Costituzionale polacca non stupisce, in un contesto nazionale in cui da anni lo stato di diritto viene intaccato. Recentemente, una sentenza della CGUE, ha smontato la riforma della giustizia polacca, con la quale è stato introdotto un organo disciplinare con il potere di sanzionare, destituire o trasferire contro la propria volontà qualsiasi giudice del Paese. Inoltre, la nomina dei magistrati risulta essere largamente a discrezione del potere politico. Quest’organo, per la CGUE, viola l’indipendenza delle Corti statali, propria dello stato di diritto, fondato sulla separazione dei poteri e la loro reciproca autonomia.

In questo contesto Mateusz Morawiecki, Presidente del Consiglio dei ministri ed esponente del PiS, ha presentato un quesito di fronte alla Corte Costituzionale polacca affinché si pronunciasse in merito agli «ampi e ragionevoli dubbi» sulla prevalenza del diritto comunitario sulla Costituzione polacca, sostenendo che l’UE non ha il diritto di interferire con i sistemi giudiziari degli Stati membri. I giudici polacchi hanno suggerito che, in caso di «conflitto insanabile» tra i due ordinamenti, sarà opportuno ricorrere a: «modifica della Costituzione, modifica della legge europea o uscita dall’UE».

Polonia, la crisi con l'UE tra Polexit giudiziaria e Recovery Fund
Manifestazione pro-UE in Polonia. Fonte: fri.fr

Perché Polexit non risulta essere uno scenario plausibile

La Commissione Europea, l’organo esecutivo dell’UE, non ha ancora approvato il piano per l’accesso ai fondi del cosiddetto Recovery Fund da parte della Polonia, al fine di spingere il Paese ad accogliere i moniti dell’UE sulla garanzia dell’indipendenza del suo sistema giudiziario. Questo perché l’UE dispone principalmente di strumenti economico-finanziari per fini coercitivi. In tal senso, alcunə espertə fanno notare che la sentenza potrebbe consistere in una strategia volta ad aprire una discussione con l’Unione per l’erogazione dei fondi europei.

Un eventuale Polexit sembra non essere auspicabile per nessuna delle parti, oltre a consistere in una procedura estremamente complessa (basti guardare alla Brexit). Si tenga conto che un’ampia fetta degli scambi commerciali nell’Unione hanno per protagonista la Polonia: nel 2018 il 69% delle importazioni in Polonia provenivano da Paesi dell’UE. Dalla sua entrata nell’Unione nel 2004, poi, la Polonia ha visto salire il suo PIL pro capite, ora allineato a quello del 70% dei Paesi dell’UE. Infine, da un punto di vista meramente pratico, l’art. 50 del Trattato di Lisbona non permette l’espulsione unilaterale di uno Stato membro.

La Polonia e l’identità europea

Morawiecki, lunedì 18 ottobre, ha affermato che l’UE rischia di diventare un «organismo guidato a livello centrale, gestito da istituzioni prive di controllo democratico». Al contempo ha aggiunto che la Polonia rimarrà un «membro leale».

Giovanni Guzzetta, ordinario di diritto pubblico a Tor Vergata, ha sottolineato come il diritto costituzionale dei Paesi dell’UE si sia «assestato secondo uno schema che prevede il primato del diritto europeo, salvo che questo non incida su scelte fondamentali dello Stato», alla tutela delle quali sono previsti i cosiddetti controlimiti, ma ciò che ha fatto la Corte polacca è contestare la possibilità del diritto comunitario di derogare a qualsiasi norma statale.

Quella della Polonia è una visione politica che ha numerosi seguaci in Europa, e che per questo motivo non può essere liquidata superficialmente, basti pensare alle posizioni di Meloni in Italia. Sempre Guzzetta afferma: «Questa crisi dell’Europa dipende dal fatto che non si è mai sciolta l’intrinseca tensione che c’è nell’edificio istituzionale tra la dimensione inter-governativa e la dimensione democratico-federale. Un dualismo che ci portiamo dietro dalle origini, ancora irrisolto». Per alcunə, l’UE si è fondata sulla razionalità economica, e non anche su di un sentimento di appartenenza.

I Paesi membri non hanno una storia condivisa, una lingua comune; è difficile che un cittadino europeo vada ad identificarsi con l’Unione. Non avere una vera unione politica può portare i Paesi membri a vedere gli obblighi europei come nient’altro che imposizioni dall’alto. Basti guardare alle parole di Morawiecki, in un videomessaggio trasmesso durante la convention di Vox: «Non possiamo lasciare questo aspetto nelle mani di chi non comprende che l’unità non è omologazione. Dobbiamo proteggere le differenze delle comunità nazionali, perché da queste diversità dipende la forza del nostro continente».

Celeste Ferrigno

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