Crisi climatica: quanto ci costerà l'eredità di Donald Trump
Deserto del Mojave. Foto Andrea Agrillo ©

Uno degli atti più scellerati condotti dall’oramai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato ritirarsi dall’accordo di Parigi che entrerà in vigore nel 2021 con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 e limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C. Questa decisione, anticipata già dalla sua campagna elettorale iniziata nel 2015, scaturisce dal suo riconosciuto scetticismo riguardo la crisi climatica definita da lui stesso una falsità, e dall’opinione che l’accordo di Parigi possa andare a ledere l’economia mondiale minacciando l’esistenza di diverse aziende americane definite inquinanti, portando poi alla conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Ma non è tutto: negli anni della sua amministrazione si è dedicato a smantellare gradualmente diverse leggi ambientali emanate durante la presidenza Obama, con conseguenze disastrose sia per la fauna selvatica che per il paesaggio.

Trump e il capitalismo fossile: effetti normativi, naturalistici e sociali

«Abbiamo dei gran problemi, gente, e non possiamo mandare soldi in giro per il mondo. Terremo i nostri soldi qui, i nostri lavori qui e alcuni lavori ritorneranno qui.» Trump non ha mai nascosto il suo sostegno alle lobby del petrolio e la volontà di sostenere e rafforzare una economia basata espressamente sul capitalismo fossile, capace di produrre quantità esorbitanti di greggio e gas a livello domestico – su scala mondiale gli USA sono il secondo produttore. Un report pubblicato il mese scorso dal Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America giustifica l’estrazione e la raffinazione di combustibili fossili in larga scala evidenziandone la qualità e sottolineando come ciò salvaguardi i posti di lavoro di migliaia di americani, non menzionando però le conseguenze e i rischi legati all’abuso di queste energie non sostenibili che alimentano inesorabilmente la crisi climatica in atto.

«Il concetto di riscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi per rendere non competitiva l’industria americana.» Attribuendo già dal 2012 l’esistenza della crisi climatica alla Cina e definendo Covid-19 il «virus cinese», Trump ha sfruttato il trambusto sociale e mediatico provocato dalla pandemia in atto, continuando con la sua opera di smantellamento delle norme a salvaguardia dell’ambiente arrivando ad abrogarne circa cento. Tale scelta è stata ritenuta necessaria per salvaguardare i posti di lavori a rischio a causa della pandemia, così Trump ha sospeso l’obbligo imposto alle imprese di limitare e comunicare il quantitativo di emissioni di agenti inquinanti nell’aria, dando di fatto la possibilità a enti come le raffinerie di petrolio di non controllare le quantità di benzene emesso nell’atmosfera. 

Ma un’anticipazione alla sua predisposizione liberale nei confronti dei combustibili fossili si è verificata lo scorso anno con l’eliminazione del Clean Power Plan promosso da Obama nel 2015 e che imponeva limiti alle centrali elettriche riguardo il quantitativo di emissioni, sostituendolo con l’Affordable Clean Energy. Questa norma consente alle aziende alimentate a carbone di restare attive più a lungo ricercando – ipoteticamente – tecnologie che possano ridurre le emissioni di agenti inquinanti, con ciò permettendo di fatto agli impianti meno moderni di restare ancora operativi. Tutto ciò avviene sotto l’egida dell’EPA (Environment Protection Agency) che dovrebbe impegnarsi nella lotta alla crisi climatica ma che, di fatto, ha sostenuto le politiche di Trump atte a massimizzare i profitti delle corporation e al contempo a preservare i posti di lavoro.

Inoltre, dopo aver ridimensionato due riserve naturali e monumenti nazionali nello Utah, Trump ha ben pensato di autorizzare le compagnie petrolifere a effettuare delle esplorazioni alla ricerca di petrolio e gas nel sottosuolo di queste aree di grande importanza ambientale, archeologica e storica e che al contempo rappresentano dei luoghi sacri per i nativi americani. Coerente con la «politica fossile», l’amministrazione repubblicana è intervenuta anche nello Stato più selvaggio d’America, l’Alaska, dove sono state autorizzate le trivellazioni nell’Arctic National Wildlife Refuge, dove diversi ettari di terreno sono stati messi all’asta per le major del combustibile fossile. Inoltre, poco prima di entrare nel vivo delle elezioni, sono state revocate le protezioni alla Tongass Forest, definita il polmone verde d’America, autorizzando così il disboscamento di quest’area preziosa anche per l’incredibile biodiversità presente al suo interno. Un’altra vittima dello scetticismo di Trump nei confronti della crisi climatica è la NEPA (National Environmental Policy Act), una delle leggi fondamentali degli Stati Uniti in tema di salvaguardia dell’ambiente e dei diritti civili. Questa norma imponeva alle agenzie federali di compiere delle attente valutazioni riguardo gli impatti economici, ambientali e socio-sanitari prima che determinati progetti potessero esser realizzati. L’attuale modifica minaccia l’esistenza delle comunità che abitano in prossimità di aree protette

Dunque, le varie modifiche normative applicate da Trump in questi anni si sono manifestate – e continueranno a farlo, purtroppo – con il danneggiamento vistoso di diverse aree del Paese.

In primo luogo, il crescente numero di incendi che si verifica ogni anno, soprattutto in California, è un chiaro effetto della crisi climatica: nonostante la matrice dolosa o meteorologica – a volte sono stati i fulmini a dar vita ai primi fuochi – le alte temperature e l’aria secca ricca di CO2 fanno diventare la vegetazione un efficace combustibile pronto a infiammarsi per decine di centinaia di ettari, distruggendo interi boschi e sterminando la fauna selvatica. Secondo l’AGU (American Geophysical Union) il cambiamento climatico antropogenico riscontrato nell’arco temporale che va dal 1972 al 2018 ha portato ad un incremento del 405% degli incendi in California, difatti nel 2017 e nel 2018 si sono verificati rispettivamente il terzo e il primo tra i più vasti nella storia del Paese.

Yosemite Valley, California. Chiusa nel 2018 a causa delle conseguenze degli incendi dovuti alla crisi climatica.
Foto: Andrea Agrillo ©

Durante l’estate appena trascorsa, nella Death Valley è stata registrata la temperatura record di 54.4°C, la più elevata dell’ultimo secolo dovuta alle incredibili ondate di calore e dall’aria secca e ricca di anidride carbonica. Perfino le aree aride e desertiche come il Grand Canyon mostrano chiare ferite dovute alla crisi climatica con l’estensione del periodo di siccità estivo – il Colorado River continua a essiccarsi lungo tutto il suo percorso – e perfino con delle forti nevicate nel periodo invernale, impensabili fino a qualche decennio fa.

South Rim del Grand Canyon: la crisi climatica sta rendendo ancora più aride queste aree danneggiando fauna e flora locali.
Foto: Andrea Agrillo©

Oltre gli effetti tangibili, ciò che il trumpismo diffonde è anche una possibile piaga sociale che va ad alimentare l’attuale crisi climatica legittimando la prassi anti-ecologica attraverso i suoi elettori. Un americano, in media, è responsabile del triplo di emissioni del gas serra di un qualunque altro cittadino del mondo. Inoltre l’emissione di CO2 pro capite negli Stati Uniti è di 16.21 tonnellate l’anno, la maggiore in tutto il pianeta (per avere una idea di comparazione, in Cina il dato si attesta intorno alle 6.92 tonnellate procapite). Un Paese in cui l’impatto ambientale medio di ogni abitante è così massivo necessita fortemente di una comunicazione istituzionale volta alla salvaguardia dell’ambiente. Con i dati presenti è chiara la necessità di una politica ecologica che vada a sensibilizzare la popolazione e che possa ridurre drasticamente questo indice nei prossimi anni.

Death Valley, California. Qui è stata registrata la temperatura più alta dell’ultimo secolo.
Foto: Andrea Agrillo ©

Ora tocca a Joe Biden affrontare la crisi climatica negli USA

Il neo eletto Presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è da subito schierato contro la scelta di ritirarsi dall’accordo di Parigi manifestando la volontà di tornare fra gli Stati firmatari appena insediato alla Casa Bianca. Nonostante la transizione presidenziale si stia dimostrando più ardua del previsto, Biden ipotizza di tornare a far parte dell’accordo di Parigi entro 77 giorni dalla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti. Ma non è soltanto da un nuovo presidente che potrà partire la lotta alle scelte di Trump: già dal 2018 quindici Stati hanno creato la United States Climate Alliance, una coalizione bipartisan impegnata a seguire quelle che sono le indicazioni degli accordi di Parigi. 

Donald Trump ha di certo lasciato un segno importante sul territorio americano, con conseguenze riscontrabili su scala mondiale. Le scelte controcorrente degli Stati della USCA, del Texas che ha iniziato a investire ingenti somme di denaro in energie rinnovabili (un paese che ha visto nascere la sua economia grazie al fracking) e di Paesi che rappresentano avanguardie americane in quanto a ricerca di energie alternative come la California, lasciano ben sperare a un cambio di rotta totale per l’America, che non sia soltanto un ritorno formale all’interno di un accordo mondiale, ma che rappresenti una vera presa di posizione riguardo la lotta alla crisi climatica. Dopo i risultati elettorali possiamo augurarci che questa sia un’eredità vera e propria, lascito di un testamento che non faccia sperare lontanamente in un vano ritorno, tentando di recuperare il recuperabile.

Andrea Agrillo

Traduttore, fotografo, musicista a tempo perso. Studio etno-antropologia per dare un senso ai voli pindarici che compio quando parlo e per tentare di capire come siamo arrivati a odiarci così tanto. Femminista wanna be - ma dicono sulla giusta strada - e fotografo della crisi climatica e delle dinamiche sociali, mi impegno a capire come possiamo cambiare due fra le maggiori piaghe di questa società. A volte cerco risposte nelle cose semplici, come le piante di basilico. Non sono sintetico, ma è sulla lista delle cose da fare.

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui