La diga sul Nilo Azzurro e il Corno d’Africa pronto a infilzare l’Etiopia
Fonte immagine Africa Rivista

Una delle questioni più delicate per il futuro del continente africano (e non solo) è proprio quella riguardante l’acqua. Le gestione di grandi bacini idrici, di falde acquifere e di arterie fluviali, occupa già da diversi anni uno spazio consistente nel dibattito geopolitico. Ad oggi ci sono almeno 300 conflitti per l’oro blu, le cui cause spaziano dalle rivendicazioni di bacini condivisi all’utilizzo delle falde acquifere come risorse strategiche, senza tralasciare quello che a più riprese è stato definito come “nazionalismo idrico“, cioè una nuova frontiera politica che coinvolge il bene primario nelle proprie narrazioni per aumentare il prestigio di un governo o di una nazione intera. Questo è il caso della grande diga sul Nilo Azzurro, pronta a infilzare il Corno d’Africa, che coinvolge Egitto, Etiopia e Sudan.

Il Nilo, con i suoi 6600 chilometri di lunghezza, è un’arteria vitale per i Paesi che lambisce. Le civiltà che popolarono le sue sponde si nutrirono delle immense possibilità che il fiume più lungo del mondo era capace di fornire. Attraversando numerosi Paesi, il corso d’acqua garantì una sorta di equilibrio in un territorio dove l’emergenza idrica è all’ordine del giorno a causa della cronica carenza di acqua potabile. Con la costruzione della Grande Diga sul Nilo Azzurro (detta del Rinascimento), avviata nel 2013 e appaltata a una grande azienda italiana (la Salini-Impregilo) con un contratto dal valore di 5 miliardi di dollari, tale equilibrio potrebbe rompersi poiché andrebbe a minacciare la stabilità dei Paesi che sfruttano le acque del fiume.

Il grande progetto, portato avanti dall’Etiopia, rappresenterebbe (come suggerisce il nome) il simbolo della rinascita del Paese ma anche una legittima appropriazione delle preziose risorse presenti sul territorio. La diga sul Nilo Azzurro garantirebbe una capacità di produzione di energia più che doppia rispetto a quella disponibile nel Paese – 6450 MW, in poche parole la più grande diga idroelettrica del continente – e porterebbe l’elettricità a una parte di quei 65 milioni di abitanti che vi hanno accesso.

Dal canto loro, Sudan ed Egitto vedono l’intera questione in un altro modo, dato che una diga sul Nilo Azzurro avrebbe conseguenze importanti sull’economia e la società dei due Paesi, ma soprattutto comporterebbe una importante riduzione della portata di acqua del fiume. In particolare, il governo egiziano vede la diga come un vero e proprio guanto di sfida alla sua egemonia nella regione.

Intorno alla costruzione della diga sul Nilo Azzurro, si intrecciano i destini di tre stati chiave della regione, i quali stanno cercando in tutti i modi di difendere o migliorare lo status quo all’interno della propria area di interessi. Il grande problema di questa vicenda, però, è che per affermare la propria ragione i contendenti sarebbero pronti anche a mobilitare gli eserciti. E a mettere a repentaglio la sopravvivenza di milioni di persone.

L’infrastruttura della discordia: la diga sul Nilo Azzurro

Il governo egiziano sostiene che un progetto del genere non possa essere realizzato a causa di due accordi internazionali (uno coloniale e un altro del 1959 firmato con il Sudan) che stabiliscono una sorta di predominio degli egiziani sulle acque del Nilo. Dal canto suo, l’esecutivo etiope sostiene di non riconoscer tali accordi e di avere il diritto di sviluppare i progetti necessari al suo sviluppo, come la diga sul Nilo Azzurro.

Secondo il documento del 1959, la portata annuale del fiume Nilo era suddivisa in 18,5 metri cubi per il Sudan e 55,5 miliardi per l’Egitto. Nell’accordo, ovviamente, l’Etiopia e gli altri Paesi del bacino del Nilo non venivano nominati. Nonostante siano passati decenni, l’Egitto continua a sostenere la validità dell’accordo mentre le altre nazioni ritengono che sia arrivato il momento di rivedere i termini, per adeguarli alle circostanze contemporanee.

Dal canto suo, il Sudan ha assunto una posizione più conciliante sul progetto, perché potrebbe beneficiarne per controllare le alluvioni nel suo territorio che ogni anno lasciano senza casa e senza mezzi di sostentamento centinaia di migliaia di persone. Soltanto nel 2020, le inondazioni hanno causato nel 2020 la morte di oltre 100 sudanesi, coinvolgendo nel disastro più di 900mila persone.

I Paesi coinvolti nella disputa sulla diga etiope (DW)

Ciò su cui i contendenti non riescono ad accordarsi sono la sicurezza e i parametri di riempimento e rilascio dell’acqua della diga sul Nilo azzurro. L’Egitto e il Sudan sollecitano regole certe e condivise per tutti sulla gestione e il funzionamento dell’opera, soprattutto in vista di eventi particolari come le inondazioni e la siccità. Qualche anno fa, Etiopia, Egitto e Sudan hanno firmato una dichiarazione congiunta con lo scopo di trovare un’intesa comune per la costruzione della diga sul Nilo Azzurro, senza ottenere grandi risultati.

Gli egiziani chiedono un periodo di sette anni che consenta di rilasciare 40 miliardi di metri cubi d’acqua ogni anno, gli etiopici hanno proposto tre anni per non ritardare i propri piani di sviluppo. Il Cairo vive la messa in funzione della diga sul Nilo Azzurro come un furto di risorse, mentre Addis Abeba non intende ammettere intrusioni nella consacrazione di un’opera dall’alto valore simbolico, perno della proiezione geopolitica etiope.

Per ora le parti sono ancora lontane dal trovare un’intesa. Il Nilo è determinante per tutto il Corno d’Africa, dato che le sue acque sono vitali per almeno 160 milioni di persone, ed è per questo che Egitto e Sudan preferirebbero che l’Etiopia rilasci una parte dell’acqua immagazzinata nel bacino idrico della diga. Gli etiopi, dal canto loro, preferiscono avere la flessibilità di decidere quanta acqua liberare senza fissare dei parametri. I maggiori problemi sorgerebbero, però, nei periodi di siccità, dove l’Etiopia potrebbe tagliare il flusso d’acqua verso le proprie dighe per mantenere il serbatoio pieno.

Il Corno d’Africa in subbuglio

La tensione si taglia con un coltello e un conflitto armato non sembra più essere un’ipotesi così remota. La mancanza di un accordo ha spinto le parti più coinvolte a minacciare l’intervento armato. Recentemente il Presidente egiziano Al Sisi ha ribadito che “tutte le opzioni sono possibili” nel caso in cui “una goccia dell’acqua d’Egitto” venga toccata. Il primo ministro etiope si è espresso sulla stessa lunghezza d’onda.

Un eventuale conflitto armato avrebbe effetti disastrosi sull’equilibrio del Corno d’Africa e in particolare sull’Etiopia guidata da Abiy Amhed, già dilaniata da una profonda guerra civile. All’interno del Paese sono in corso delle ostilità tra l’esercito federale e le forze regionali del Fronte di liberazione popolare del Tigray. Si tratta di un conflitto suscettibile di produrre degli effetti anche fuori dai confini statali. Un esempio è quello della guarnigione di Al Fashaqah, la quale ha abbandonato le proprie posizioni per dare manforte ai soldati impegnati contro i ribelli. Una mossa del genere non è stata indolore perché quelle 97 miglia quadrate sono uno dei tanti territori contesi tra l’Etiopia e Sudan. Infatti l’abbandono dell’area ha permesso ai sudanesi di riprenderne il controllo e di respingere l’assalto delle milizie filo-etiopi.

Inoltre, come spesso accade in questi contesti, le interferenze esterne, provenienti soprattutto da superpotenze mondiali con interessi contrapposti, fanno il resto. Questo è il caso della Cina, che è coinvolta nella costruzione della diga, e degli Stati Uniti, che con Donald Trump si erano schierati a favore dell’Egitto e avevano cercato di mediare senza successo. Il fallimento delle trattative aveva interrotto i contatti tra Addis Abeba e Washington. Con Joe Biden alla Casa Bianca, però, le cose potrebbero cambiare.

Dal canto suo, l’Etiopia però ha dichiarato subito che non accetterà la mediazione internazionale. Ormai la costruzione della diga sul Nilo Azzurro è diventata una questione di nazionalismo, che andrebbe a incidere anche sulle tensioni politiche interne ed esterne, cercando di mitigarle. D’altronde si sta parlando di un Paese che non solo mira a risolvere i suoi problemi di approvvigionamento idrico ma anche a proiettarsi verso il ruolo di key regional player.

Anche l’Egitto sembrerebbe non voler scendere a compromessi, dato che vede la propria leadership nel Corno d’Africa contesa. Inoltre, come è stato sottolineato, la popolazione locale dipende dalle acque del Nilo per il 97%, sia per l’acqua potabile che per le risorse idriche necessarie per l’agricoltura. Un discorso molto simile potrebbe farsi anche per il Sudan, il quale è alle prese con una delicata transizione democratica.

Un altro aspetto di cui tenere conto è anche quello dell’impatto ambientale del progetto, considerando i cambiamenti climatici nel territorio del Nilo. In Egitto molti dei canali d’irrigazione del delta sono ormai quasi a secco. A causa di questo problema, il Paese ha ridotto di oltre la metà l’area utilizzata per la produzione di riso, da 1,76 milioni di acri a 750mila, nella speranza di risparmiare tre miliardi di metri cubi d’acqua. Inoltre, il bacino superiore del fiume, che scorre in Etiopia occidentale e in Sud Sudan, potrebbe subire una forte diminuzione della portata con evidenti ricadute sul bacino meridionale, che scorre in Egitto e si nutre delle piogge del bacino superiore.

La Diga sul Nilo Azzurro, alla base di un supposto rinascimento etiope, sembrerebbe seguire alla perfezione le orme degli altri grandi progetti di dighe africane: esagerate ambizioni, squilibrio ambientale (capace di incidere sulla riuscita del progetto) e tensioni con il vicinato. Una miscela esplosiva che rischia di peggiorare il già fragile equilibrio del Corno d’Africa, uno dei punti di faglia geopolitica più delicati del pianeta.

Donatello D’Andrea

Greenpeace

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