nato usa leader europei
Fonte: Reuters

Quando uno dei leader europei come il presidente francese Macron afferma che la NATO è “in stato di morte cerebrale“, tutto sommato non sbaglia: del resto, se nell’indifferenza generale (specialmente degli USA), un Paese membro di un’alleanza difensiva – la Turchia – decide di invadere un altro Stato sovrano – la Siria – per sterminare guerriglieri curdi che in linea di principio hanno combattuto a favore degli interessi della maggior parte dei membri della stessa NATO, evidentemente qualche problema esiste.

L’aggressione della Turchia alla Siria ha segnato in effetti un vero e proprio spartiacque nella settantennale storia dell’Alleanza. Nella sua intervista a The Economist, Macron ha voluto sottolineare come questa iniziativa del governo turco, che comanda il secondo esercito della NATO dopo quello USA, abbia indotto i membri più importanti dell’alleanza a effettuare una profonda riflessione sulla reale capacità aggregativa dell’accordo atlantico, in termini di condivisione di obiettivi strategici sul breve e sul lungo periodo.

La NATO tra passato remoto e futuro incerto

In linea di massima, se un membro come la Turchia decide di dichiarare guerra a un altro Stato, di per sé la sua condotta non rientra nelle fattispecie collaborative della NATO; tuttavia (ed è questo il quesito che Macron si è posto prima di constatare la “morte cerebrale” dell’Alleanza), a causa della sostanziale impossibilità di trovare una risposta soddisfacente, se il governo siriano reagisse con un’incursione sul suolo turco, come si dovrebbero comportare gli altri alleati?

In effetti, non esiste una risposta predeterminata alla domanda di Macron, per quanto la situazione di un membro NATO impegnato unilateralmente in missioni militari a carattere eminentemente unilaterale non sia una novità. Le operazioni autonome della stessa Francia nell’Africa sub-sahariana e in Libia, condotte nel recente passato e più di una volta accusate di destabilizzare le rispettive regioni per proteggere gli esclusivi interessi “coloniali” francesi, parlano chiaro in questo senso.

È plausibile perciò che Macron, parlando di “morte cerebrale” della NATO, non stesse cercando semplicemente di sottolineare la crisi dell’Alleanza, perché è evidente che essa sia latente da tempo, sia riguardo ai princìpi che ai fini, così come rispetto al consenso tributato dalle opinioni pubbliche di diversi dei Paesi membri nei confronti di un accordo militare vecchio di settant’anni e figlio di un mondo che non esiste più.

Macron e un’alternativa alla NATO e agli USA

Macron intendeva piuttosto proporre con più forza, anche retorica, un’alternativa alla NATO. Il Presidente francese avrebbe dunque voluto rivolgersi, in particolare, a quei leader europei che, presi in mezzo alla tenaglia degli interessi dell’America trumpiana e dei governanti a essa vicini, appaiono oggi più che mai deboli di fronte a iniziative unilaterali destabilizzanti del vasto fronte atlantico e (soprattutto) mediterraneo e mediorientale.

In realtà, questa alternativa è già in via di definizione. Si tratta della cosiddetta “European Intervention Initiative – EI2“, un sistema di alleanze che attualmente comprende Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna e, dallo scorso settembre, l’Italia. Fondata nel 2018, si propone di condividere logistica e preparazione militare tra i membri, in previsione di crisi che implichino interventi attivi o umanitari delle forze a disposizione. Gli eventi dovrebbero essere gestiti in maniera centralizzata da un quartier generale con sede proprio a Parigi.

In questo modo l’Europa, o comunque una parte di essa, potrebbe svincolarsi dalla NATO, o da quel che ne rimane, e soprattutto dall’interpretazione che gli USA hanno dato dell’Alleanza sotto l’amministrazione Trump: quella di un bacino militare-commerciale (parole dello stesso Macron), in cui l’impegno americano risulta diluito e meno evidente in termini operativi, ma non politici.

Come dimostra la questione turco-siriana, infatti, gli USA ormai si configurano come blocco di pressione politica, militare ed economica, tentando però contemporaneamente di svincolarsi dai fronti caldi in cui sono stati finora impegnati, a beneficio di attori in apparenza minori (come la Turchia), ma in grado di “fare la voce grossa” nei confronti dei leader europei, coperti da un uso crescente, da parte degli Stati Uniti, della discutibile pratica del “silenzio (quasi) assenso“.

Il sistema “European Intervention Initiative – EI2“, quindi, potrebbe costituire una buona risposta continentale a questo nuovo status quo. Secondo Macron, l’Europa infatti non deve pensare di abdicare al suo status di potenza, seppur decisamente sui generis, perché policentrica e “comunitaria”. Stretta tra est e ovest, tra una Russia con rinnovate velleità egemoniche e gli Stati Uniti che esprimono la consueta arroganza, ma in maniera sempre più imprevedibile, i leader europei non possono lasciarsi sfuggire l’occasione di configurarsi come un punto di riferimento imprescindibile sullo scacchiere geopolitico, almeno a livello regionale (ovvero mediterraneo e mediorientale).

Una nuova alleanza per “quale Europa”?

Bisogna però chiarire subito di “quale Europa” sta parlando Macron. Non si tratta infatti di un’alleanza di contorno al sistema dei trattati UE, ma di un esperimento inedito, svincolato dalle logiche comunitarie in senso stretto e, in questa prospettiva, aperto anche (e forse soprattutto) a Paesi non membri dell’Unione.

In qualche modo, la nascita dell'”European Intervention Initiative – EI2” ha certificato il fallimento definitivo proprio dell’annoso progetto di difesa comune europea, immaginato all’interno del quadro istituzionale della UE. In effetti, la necessità di costruire un’alternativa a quel progetto è derivata da molteplici ragioni, tra cui l’inefficacia delle misure di difesa comune fin qui sperimentate, a causa della difficoltà di coordinamento delle diverse forze dei Paesi membri della UE, e l’incapacità di coordinare al meglio i processi decisionali all’interno del sistema di difesa dell’Unione, dovuta al meccanismo decisionale impostato, come di consueto nelle istituzioni UE, sul cosiddetto consensus, vale a dire l’unanimità.

Al contrario, l'”European Intervention Initiative – EI2” presenta il vantaggio di una certa semplificazione a livello procedurale e decisionale, consentendo soltanto “a chi se la sente”, tra i membri, di partecipare attivamente a ciascuna missione. L’eliminazione del consenso unanime permette dunque maggiore flessibilità e tempestività degli interventi comuni, un requisito indispensabile per un’alleanza militare.

La Francia capofila dei leader europei

Su queste basi, soprattutto la Francia, promotrice dell’accordo, sembra aver voluto opporre alla NATO con baricentro statunitense un nuovo modello organizzativo e, ancora di più, un nuovo modello di leadership, alternativa a quella degli USA.

Appare inoltre evidente come questa nuova struttura diplomatica, parallela a quella dell’UE, abbia consentito a un Paese come la Gran Bretagna di “rientrare in Europa”, almeno per quanto concerne la materia militare, dalla porta principale, al netto dell’ancora incerta e oscura Brexit. In questo senso, la nuova alleanza europea sembra proporre persino un nuovo modello di integrazione, mettendo d’accordo anche gli euroscettici del Regno Unito.

Il ruolo guida dei transalpini a livello continentale non sembra (per ora) in discussione. Bisognerà capire le reali prospettive del nuovo assetto diplomatico-militare e specialmente gli spazi di convivenza e mediazione con le altre due grandi creature sovranazionali, UE e NATO. Del resto, l’Alleanza sarà pure in crisi irreversibile, ma gli interessi degli USA non sembrano inclinare l’amministrazione Trump a staccarle definitivamente la spina, come invece forse si augurerebbero alcuni Paesi e leader europei.

Ludovico Maremonti

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here