Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Fonte: Wikimedia Commons

Il neo-eletto presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha recentemente dichiarato che una volta cessato il fuoco nella Striscia di Gaza, Israele cederà la zona agli USA che la ricostruiranno e la renderanno una meravigliosa zona turistica, la riviera del Medio Oriente.

Nonostante avessimo già intuito che il presidente Trump aveva intenzione di fare del suo secondo mandato una mondiale partita a RisiKo, quest’ultima dichiarazione ha lasciato spiazzati tutti, da Netanyahu agli esponenti del suo stesso partito, quello repubblicano. Il piano folle, oltretutto, violerebbe i diritti umani e sarebbe comunque quasi impossibile da realizzare.

Il piano per il ripristino… di una nuova Nakba

Lo scorso 4 febbraio il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato negli Stati Uniti, come se su di lui non pendesse un mandato di cattura internazionale, per incontrare il presidente USA Donald Trump

Durante la conferenza stampa dell’incontro il Tycoon ne ha approfittato per sganciare la bomba: una volta cessati i combattimenti a Gaza Israele consegnerà il territorio agli Stati Uniti che penseranno a ricostruirlo e a trasformarlo in una bellissima località marittima per milionari.

Sembrerebbe un bel progetto se non fosse che, nella realizzazione del mega resort dal sapore arabeggiante, coloro che vivono in quella zona, i palestinesi, non sono inclusi nel progetto. Infatti secondo il discutibile piano di Trump, i palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza sarebbero destinati all’esodo verso i paesi arabi confinanti.

Insomma nell’ immaginario di Trump il suo progetto immobiliare a Gaza sarà possibile partendo, di fatto, da una seconda Nakba che, alle orecchie di Netanyahu, suona come la sua tanto agognata pulizia etnica che si auspica per quel territorio.

Le reazioni di Israele e del resto del mondo

Oltre a far tornare in Israele un Primo Ministro super felice di aver trovato un nuovo compagno di barbarie, le reazioni della comunità internazionale sono state ben diverse.

I Paesi appartenenti alla Lega Araba come Egitto, Giordania e Arabia Saudita hanno immediatamente respinto l’idea del Tycoon dichiarando che questo “ricollocamento” dei cittadini della striscia “È una ricetta per l’instabilità e non contribuisce alla soluzione a due stati che è considerata l’unica via per portare pace e sicurezza tra palestinesi e israeliani”.

In particolare, l’Arabia Saudita, Paese alleato degli USA insieme ad Israele e da cui si attendono diversi milioni di dollari per la ricostruzione della Striscia, ha rifiutato di netto la proposta di Trump. Il Ministero degli esteri saudita, infatti, ha precisato che “L’Arabia Saudita continuerà a impegnarsi senza sosta per la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale e non stabilirà relazioni diplomatiche con Israele in assenza di questo” aggiungendo poi che questa posizione “non è negoziabile”.

Anche la Cina rifiuta categoricamente la proposta di Trump. Pochi giorni fa un portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che Pechino “ha sempre sostenuto che il governo dei palestinesi sui palestinesi è il principio di base della governance postbellica di Gaza”.

Le tardive risposte europee

In Europa le reazioni sono spuntate fuori a macchia di leopardo dopo un iniziale ed inquietante silenzio. Il Ministro degli Esteri inglese, David Lammy, ha dichiarato che Londra rimane convinta che i palestinesi debbano “vivere e prosperare nelle loro terre d’origine a Gaza e in Cisgiordania” mentre Annalena Baerbock, la Ministra degli Esteri della Germania, ha ribadito che “è chiaro che Gaza – insieme alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est – appartiene ai palestinesi e costituisce il punto di partenza per un futuro Stato di Palestina”. Il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, invece, ha commentato le dichiarazioni del Presidente USA affermando che il governo italiano rimane dell’idea della soluzione “due popoli, due Stati”.

Le dichiarazioni di Trump hanno spiazzato persino i repubblicani

Alle dichiarazioni del presidente degli USA sul suo folle progetto di prendersi la Striscia di Gaza, il Partito Repubblicano, il suo partito, si è trovato spiazzato e le reazioni sono state diverse.

C’è chi, tra i più grandi sostenitori di Trump, ha subito appoggiato il progetto e non ha perso occasione di manifestare il suo sostegno come, ad esempio, la rappresentante del Congresso della Carolina del Sud Nancy Mace che sulla piattaforma X ha postato un chiarissimo “Let’s turn Gaza into Mar-a-Lago” facendo riferimento al resort di Palm Beach di proprietà di Donald Trump. C’è chi invece ha mostrato contrarietà al progetto della Riviera del Medio Oriente come il senatore del Kentucky Rand Paul. Paul sui social ha dichiarato che l’America non ha bisogno di sostenere un’altra occupazione che non gioverebbe al loro tesoro e che farebbe spargere il sangue dei loro soldati aggiungendo un provocatorio “I thought we voted for America First” (“credevo che avessimo votato per l’America First”).

Effettivamente nemmeno alla Casa Bianca si aspettavano che Trump esponesse un progetto così ampio e complesso senza prima consultare i suoi funzionari di governo. Infatti nei giorni dopo le dichiarazioni sia il segretario di Stato Marco Rubio sia la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt hanno cercato di limitare i danni provando a rettificare le dichiarazioni del Presidente USA. Rubio, ad esempio, ha dichiarato che lo spostamento dei palestinesi da Gaza verso altri Paesi arabi sarebbe durato solo il tempo necessario per ricostruire Gaza e non, come aveva dichiarato Trump, una definitiva espulsione di un popolo dalla loro terra.

Un’idea folle oltre che irrealizzabile

L’idea di Donald Trump di trasformare Gaza in un di resort per mecenati americani non solo è crudele e irrealizzabile, ma rappresenterebbe l’ennesimo attacco al popolo palestinese. Le reazioni unanimi di rigetto da parte dei governi di tutto il mondo dimostrano quanto questo piano sia fuori dalla realtà e quanto sia lontano dal portare la pace nella regione.

Fortunatamente, ci sono anche i numeri a smorzare gli entusiasmi coloniali del presidente americano. Infatti, il sogno mediorientale di Donald Trump è irrealizzabile sia per una questione umanitaria che per una economica. 

Per quanto riguarda la questione umanitaria, la Striscia di Gaza conta circa 2,3 milioni di persone e rappresenta uno dei territori più densamente popolati del Medio Oriente. Sfollare quel numero così ampio di persone nei paesi limitrofi significherebbe violare profondamente i diritti umani fondamentali e questo sarebbe troppo anche per un presidente USA pregiudicato e un Primo Ministro su cui pende un mandato di cattura dalla CPI. 

Dal punto di vista economico invece è stato stimato dall’ONU che per ricostruire la striscia servano circa 40 miliardi di dollari. A questa già esorbitante somma va aggiunta una variabile temporale: sempre secondo l’ONU ci vorrebbero 14 anni soltanto per la rimozione delle macerie dato che le infrastrutture di Gaza sono state rese inutilizzabili e il 68% degli edifici ha subito gravi danni.

Stando ai numeri se veramente vuole intraprendere questa strada del “Mar-a-Gaza” il presidente Donald Trump, dovrà andare incontro a molti ostacoli per poi non riuscire a godersi nemmeno un giorno di quel resort arabeggiante dato che ha quasi 80 anni. 

Quindi, per il futuro, il presidente Trump dovrà accontentarsi di trasformare il Mar-a-Lago di Palm Beach in un ospizio.

Benedetta Gravina

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