La diga idroelettrica di Itaipù
Credit: Wikipedia

La diga idroelettrica di Itaipú è situata sul fiume Paraná, al confine tra Paraguay e Brasile. Prese il nome di “Itaipú” da un’isola vicina al sito, ma in realtà la parola deriva dalla lingua Guaraní e significa “Pietra che Canta”. È il più grande impianto idroelettrico operativo al mondo per quanto concerne la produzione energetica annuale.

L’idea della diga idroelettrica di Itaipú fu sviluppata negli anni Sessanta mediante accordi tra i due Paesi confinanti. Il 22 giugno 1966 infatti, i Ministri degli Esteri di Brasile e Paraguay firmarono la Acta de Iguazú, con la quale si sanciva che le risorse idriche appartenevano ad entrambe le nazioni. Una delle clausole del progetto prevedeva che l’utilizzo dell’energia fosse solo per i Paesi che avrebbero partecipato al progetto. Il 19 ottobre 1979 Brasile, Paraguay e Argentina firmarono un ulteriore accordo, riguardante l’utilizzo di risorse di energia idroelettrica nel tratto del fiume Paraná da Las Siete Quedas fino all’estuario del Rio de la Plata.

Le operazioni per la costruzione della diga idroelettrica di Itaipú iniziarono nel maggio 1975 con la realizzazione del canale artificiale che venne poi utilizzato come letto del fiume nei periodi di lavoro riguardanti la diga. Il 5 maggio 1984 fu completata la prima turbina. Le ultime due dell’originale gruppo di diciotto turbine furono installate nel 1991. Il progetto originale di venti turbine fu raggiunto nel 2006 quando la diga ampliò la sua capacità installata da 12.600 a 14.000 MW.

Nel 2000 la produzione arrivò a soddisfare la domanda del 95% dell’energia elettrica consumata in Paraguay e il 25% del Brasile. Se una delle turbine alimenta quasi completamente il Paraguay, le altre diciannove soddisfano circa un terzo del fabbisogno energetico del Brasile, al quale l’energia è fornita per il 90% da altri impianti di questo tipo. Diciotto delle venti turbine installate lavorano costantemente, mentre due restano in manutenzione. Attualmente la diga idroelettrica di Itaipú produce circa 90.600 GWh ogni anno, alimentando grandi città come Rio de Janeiro e San Paolo. La diga è stata da poco inserita nella classifica delle venticinque meraviglie del mondo stilata da Rough Guides e fa parte delle sette meraviglie ingegneristiche del pianeta.

Grazie alla diga idroelettrica l’elettricità in Paraguay ha un costo bassissimo, circa quattro centesimi di dollaro statunitense a chilowattora. È risaputo che questa nazione è uno dei Paesi meno densamente popolati dell’America Latina e la sua economia è prevalentemente agricola con presenza esigua di industrie sul territorio, per questo la produzione elevata di elettricità supera di molto il reale bisogno del Paese.

In Paraguay, la questione della distribuzione dei profitti della diga idroelettrica di Itapú è una questione di Stato. Diplomatici, economisti, politici, avvocati, scienziati politici, giornalisti e leader sociali discutono la rinegoziazione dell’allegato C del trattato Itaipú firmato nel 1973 tra due dittature: quella di Stroessner in Paraguay e quella del generale Emilio Garrastazu Médici in Brasile. Secondo il testo, ancora in vigore, il Paese più piccolo, il Paraguay, trasferisce l’energia in eccesso al prezzo di costo al più grande, il Brasile. Tale accordo, che il Paraguay considera ingiusto, scade 50 anni dopo la sua firma. Il termine è dunque previsto per il 2023 e il periodo dei negoziati coincide con le presidenze di Abdo Benítez e Bolsonaro.

Nel 2009 il presidente brasiliano Lula e il suo omologo paraguaiano, Fernando Lugo, acconsentirono a triplicare il pagamento del Brasile al Paraguay per raggiungere i 360 milioni di dollari all’anno. Anche all’epoca c’era intesa tra Brasilia e Asunción, erano gli anni di auge della sinistra latinoamericana. Ora, e fino al 2023, due governi nati proprio dalla reazione a quell’esperienza si ritrovano a decidere cosa fare con la distribuzione di energia. Le opinioni delle differenti parti sociali non sono poche: dagli abitanti del luogo, leader indigeni e contadini che chiedono riparazioni per le perdite subite a causa della centrale, ai rapporti di esperti contattati dal potente settore agroindustriale paraguaiano che sostengono che il Paraguay possa richiedere fino a 5,3 miliardi di dollari al Brasile. La questione è importante e a tal fine il Paraguay ha creato una Commissione nazionale definita “una squadra multidisciplinare” con lo scopo di affrontare la sfida e difendere gli interessi della Repubblica, sostenendo ciò che spetta al Paraguay come partner del Brasile.

La realizzazione della diga idroelettrica di Itaipú è infatti fortemente criticata a causa dello spostamento forzato dei villaggi degli indios guaranìs, cui nessuno ha mai concesso risarcimenti o fondi; inoltre sono state completamente distrutte le cascate di Guaíra, che erano le più estese al mondo, senza tralasciare il fatto che i grandi impianti idroelettrici stanno subendo oggi, gravi perdite dovute ai costi economici ed ambientali a cui si uniscono anche i drastici e cambiamenti climatici.

Come infatti sostiene uno studio condotto dai ricercatori della Michigan State University, pubblicato in un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, per essere davvero sostenibile, l’energia idroelettrica deve cambiare radicalmente i suoi modelli produttivi, a partire dall’abbandono della costruzione delle grandi dighe. Se in Europa e Nord America l’epoca d’oro delle grandi dighe è andata dagli anni Venti agli anni Settanta del ‘900, in molti Paesi in via di sviluppo continuano ad essere avviati più o meno grandi progetti (nel 2016, ad esempio, proprio il Brasile ha terminato la costruzione della Diga di Belo Monte sul fiume Xingu).

Ai cambiamenti climatici, che rendono le stagioni instabili, alla perdurante deforestazione e al pericolo per la biodiversità di acqua dolce presente (che va a ledere anche l’approvvigionamento alimentare delle regioni colpite), vanno aggiunti anche gli ingenti costi economici e sociali legati al reinserimento coatto delle popolazioni che vivono nelle aree destinate a essere sommerse dalle acque degli invasi. Questo quadro estremamente preoccupante, concludono gli autori, non deve però far pensare che l’energia idroelettrica debba rinunciare al suo posto fra le energie rinnovabili. Oggi infatti sono in fase di sviluppo tecnologie innovative, come le turbine instream, che non implicano la costruzione di dighe sul fiume, ma producono energia per le comunità locali, mantenendo una buona ecologia fluviale e senza generare costi sociali e di reinsediamento. Speriamo quindi in un futuro ancora più sostenibile anche per l’importante diga idroelettrica di Itaipú.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

1 commento

  1. MA QUALI TURBINE INSTREAM D’EGITTO!!!!!!avete idea di cosa siano 14GW???ci vorrebbero 140000 turbine da 100kW, e sarebbero sostenibili??? astenersi dal dire catazze, please!!!!!

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