Il divieto del consumo di carne selvatica minaccia la sicurezza alimentare
Foto di Miriam Fischer da Pexels

Con lo scoppio della pandemia di Covid-19, il mondo si è ritrovato di fronte a un dilemma che parrebbe avere una facile soluzione: il divieto di consumo di carne selvatica utile a prevenire i problemi di salute pubblica e la distruzione di biodiversità. Tale deliberazione potrebbe avere però degli effetti catastrofici sulla sicurezza alimentare di molti Paesi. A confermarlo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology, secondo cui la rimozione della carne selvatica dall’alimentazione umana su scala globale potrebbe rappresentare uno shock non solo per i sistemi alimentari, ma anche per la natura.

Stop alla carne selvatica: le conseguenze

È ormai noto che il contatto ristretto fra uomo e fauna selvatica è strettamente collegato all’aumento di malattie zoonotiche in tutto il mondo. Secondo lo studio dell’UNEP “Preventing the next pandemic – Zoonotic diseases and how to break the chain of transmission, la prevenzione delle zoonosi, e quindi la salvaguardia della salute dell’uomo, può e deve essere un obiettivo da raggiungere tramite la tutela ambientale.

Dopo la scoppio della pandemia da Covid-19 i governi di tutto il mondo hanno individuato nel consumo di carne selvatica, proveniente da allevamenti e da habitat naturali fortemente colpiti dalle attività umane, uno dei principali colpevoli della diffusione di malattie zoonotiche, infezioni che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’uomo. Tale consapevolezza ha portato la Cina, nazione in cui nel dicembre del 2019 si registrò il primo caso di Sars-CoV-2, a vietare il commercio di fauna selvatica destinata al consumo alimentare umano. Una decisione temporanea ma necessaria, un importante deterrente utile al controllo dell’insorgenza di nuovi focolai di coronavirus.

Ma se il divieto di consumo di carne selvatica in una determinata regione, per un periodo temporale relativamente breve, implicherebbe lievi turbamenti nelle abitudini alimentari della popolazione locale, la medesima soluzione applicata su scala globale comporterebbe gravi shock per i sistemi alimentari di molti Paesi e rappresenterebbe un serio pericolo per la già fortemente minacciata biodiversità. A confermarlo un recente studio pubblicato su Current Biology secondo cui «l’improvvisa perdita di carne selvatica dai sistemi alimentari indotta dalle politiche potrebbe avere conseguenze negative per le persone e la natura». I ricercatori affermano che la rimozione della carne di fauna selvatica dalle diete alimentari si tradurrebbe in insicurezza alimentare, causata dalla riduzione di proteine, e in pericolo per la natura e la salute umana, in quanto i cambiamenti dell’uso del suolo utili a sostituire i nutrienti persi con il divieto animale potrebbero portare a una riduzione della biodiversità e a un maggior rischio di emergenza di malattie infettive.

Le conseguenze della rimozione di carne selvatica dai sistemi alimentari globali.
Fonte immagine: cell.com/current-biology

I risultati dello studio affermano che a pagare le conseguenze maggiori di un possibile stop alla carne selvatica su scala globale potrebbero essere, come sempre, le nazioni in via di sviluppo, Paesi in cui la sicurezza alimentare rappresenta un concetto teorico e nient’altro e in cui le alternative alla carne di origine selvatica mancano. Lo shock di tale divieto colpirebbe in maniera minore i Paesi sviluppati, luoghi in cui i sistemi alimentari più efficienti garantirebbero valide alternative per la popolazione.

Per quel che riguarda il cambiamento dell’uso del suolo, lo studio stima che per sostituire le proteine derivanti dal divieto di consumo di carne selvatica servirebbe un aumento del terreno agricolo di 123.980 km2, ovvero una superficie pari a quella occupata dall’Inghilterra. Tutto ciò si tradurrebbe in una perdita di biodiversità non indifferente: «Stimiamo che fino a 267 specie potrebbero essere portate all’estinzione a livello globale», affermano i ricercatori.

La crescente insicurezza alimentare e una massiccia perdita di biodiversità non sono gli unici rischi derivanti dal divieto del consumo di carne selvatica su scala globale. Lo studio infatti evidenzia che vietare carne selvatica non aiuta nel fermare l’insorgenza di nuove malattie infettive. Aumentare il numero di terreni da pascolo e quindi il numero di bestiame da allevamento potrebbe significare un elevato aumento di EID (malattie infettive emergenti).

Prima di ricorrere al divieto di fauna selvatica per scopi alimentari occorrerebbe studiare il contesto in cui si sceglie di agire. Secondo lo studio «Gli impatti dei divieti sul consumo di carne selvatica sarebbero moderati da fattori specifici del contesto». In zone quali il Madagascar, il Gabon rurale, il Camerun orientale, il Malawi e l’Amazzonia brasiliana, luoghi in cui il consumo di carne proveniente da animali selvatici rappresenta un’importante componente della dieta locale e in cui le alternative scarseggiano, la già fragile sicurezza alimentare subirebbe uno shock catastrofico. «Tutti questi fattori dovrebbero essere considerati quando si progettano interventi politici nei mercati della fauna selvatica», concludono i ricercatori.

Marco Pisano

Greenpeace

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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