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Credits AFP/Adem Altan

Alla vigilia delle elezioni amministrative, previste per il 31 marzo, in Turchia la situazione è più nera che mai. Nonostante la situazione economica del paese non potrebbe essere peggiore, ancora una volta, ci sono pochi dubbi che Erdogan uscirà vincitore dalle elezioni.

Come già successo per le politiche del 2018, si prevede un grande successo per l’AKP, il partito Giustizia e Sviluppo del presidente Recep Tayyip Erdogan. La novità sarà sancita da un probabile aumento, a livello locale, degli elettori del partito di estrema destra MHP, in seguito all’alleanza sancita tra quest’ultimo e l’AKP dopo le ultime elezioni.

L’unica nota di speranza è la possibile vittoria dell’opposizione ad Ankara, mentre Istanbul rimarrà quasi sicuramente in mano all’AKP. Si prevede inoltre una bassissima affluenza alle urne, dovuta tanto alla stanchezza degli elettori quanto alla mancanza di una seria alternativa nonostante la coalizione anti-Erdogan all’opposizione sia più compatta rispetto ad un anno fa.

La Turchia continua la strada verso la dittatura

Intanto la democrazia turca continua la rovinosa scivolata verso l’autoritarismo, con Erdogan che, secondo l’attuale legge elettorale, potrebbe rimanere al potere fino al 2029.

La Turchia è stata inserita nella lista dei paesi “non liberi” dal Transparency’s International, classificandosi 78esima su 180, e ha conquistato il primato mondiale per giornalisti arrestati (un terzo dei giornalisti arrestati nel 2017 sono turchi e più di 200 organi di stampa del paese sono stati chiusi o trasferiti nelle mani del governo).

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La polizia in tenuta anti-sommossa contro la marcia delle donne dello scorso 8 marzo [Nena News]

Il numero di arresti collegati allo al tentato golpe del 2016, ammonta a 77.000 persone mentre altre 150.000 sono state licenziate dal settore pubblico (giudici, insegnanti, poliziotti, ecc…). Solo un mese fa sono stati incarcerati 641 dei 1.112 poliziotti sospettati di essere “nemici” dello stato.

Il clima di paranoia e repressione continua nonostante il termine dello stato d’emergenza e si nutre delle paure della gente per aumentare il consenso elettorale: dai terroristi curdi a quelli occidentali, dalla NATO all’Unione Europea, il “nemico” della Turchia è ovunque.

La campagna elettorale di Erdogan

Come già registrato a partire dal tentato golpe del 2016, la campagna elettorale per le amministrative è stata condotta a partire da un discorso populista.

Secondo il Global Populism Database, basato su una ricerca finanziata dal The Guardian, il sultano Erdogan è in cima alle classifiche dei leader più populisti del mondo, sbaragliando la concorrenza sia in Europa che all’estero e accaparrandosi il titolo di “inventore del populismo del 21esimo secolo”.

Proprio come da noi, il discorso nazionalista si coniuga con misure populiste. Da due settimane le municipalità di Istanbul e Ankara hanno aperto dei punti di vendita dove i cittadini possono acquistare frutta e verdura a metà prezzo (nei supermercati il prezzo degli alimenti di base è aumentato del 31% rispetto all’anno scorso).

La misura è stata adottata in seguito a una dichiarazione di Erdogan circa il “terrorismo alimentare” ad opera di non ben identificati attori esterni contro la Turchia, che, con l’aiuto dei rivenditori medio-borghesi in cerca di profitto, hanno causato l’aumento dei prezzi.

Islamofobia e populismo

L’islamofobia e il terrorismo sono alcuni dei temi preferiti di Erdogan, utilizzati per aizzare le folle contro un presunto “nemico” esterno. La diffusione di “panico morale” tra i cittadini per distogliere l’attenzione dall’incapacità della classe politica di risollevare le sorti dell’economia rappresentano una strategia senza dubbio vincente, come ben sappiamo in Italia.

In un discorso pronunciato venerdì scorso alla riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, Erdogan ha ripetuto che l’attacco di Christchurch è da considerarsi un attacco terroristico dell’Occidente contro la popolazione musulmana. Ha inoltre fatto appello perché il mondo si schieri contro la crescente islamofobia così come un tempo ha fatto per l’anti-semitismo.

Che ci piaccia o no ammetterlo, Erdogan ha ragione.

L’islamofobia è una problema reale. Non solo, ma è un problema strutturale delle cosiddette democrazie occidentali. Basti guardare al modo in cui è stato presentato dai media l’attacco terroristico in Nuova Zelanda. O al modo in cui ha reagito il senatore australiano Fraser Anning, additando l’immigrazione come causa dell’attacco.

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Nonostante la risposta positiva del primo ministro neozelandese, che si è prontamente attivata non solo per condannare l’accaduto ma anche per limitare l’uso delle armi nel paese, non sembra sufficiente.

Finché non ci sarà una risposta compatta di condanna dell’islamofobia da parte dei leader occidentali, finché la priorità non sarà fermare la diffusione di discorsi d’incitamento all’odio, continueremo ad assistere al dilagare del terrorismo.

E del populismo, che si nutre proprio del terrorismo per guadagnare consenso. Non solo la destra europea continuerà a minare i diritti dei cittadini, ma si lascerà spazio a leader autoritari come Erdogan di ergersi a difensori dei diritti dei musulmani, in Turchia come in Europa, per aumentare il proprio potere.

La responsabilità però non è solo dei leader mondiali. Mentre il valore della la lira è in caduta libera e l’economia collassa, aumenta il numero di turisti britannici in Turchia. Come fa notare Catherine Bennett «Quanto repressivo deve essere un paese prima di diventare un problema di coscienza per i turisti?»

Claudia Tatangelo