Carcere, Poggioreale
Ph Valerio Bispuri

Sono trascorse poche ore dalla cattura del polacco Robert Lisowski, il detenuto evaso dalla casa circondariale di Poggioreale, ma non basta a placare le polemiche sulle condizioni in cui versa la struttura stessa.

Dopo la fuga del detenuto, avvenuta il 25 agosto, gli argini non hanno più retto: da più parti sono state evidenziate le problematiche che i detenuti e gli stessi agenti penitenziari sono costretti a subire presso la casa circondariale di Poggioreale. Le prime polemiche sono sorte dopo le affermazioni del cappellano del carcere, il quale ha dichiarato ipso facto:

«È scappato un detenuto da Poggioreale; embé? Perché stupirsi davanti a una evasione dal carcere? È la cosa più naturale che possa accadere. Quello che è innaturale è tenere rinchiuse delle persone in una situazione disumana e degradante.»

Altre segnalazioni sono giunte dal Garante Nazionale dei detenuti, tra l’altro poco prima che avvenisse l’evasione; il Garante, nelle vesti di Marco Palma, ha evidenziato una moltitudine di problematiche, pubblicando una relazione in cui si evince che “in alcuni reparti le condizioni di vita sono inaccettabili”; Palma ha rimarcato numerose criticità legate alla struttura stessa, e cioè al doppio dei detenuti che una casa circondariale come Poggioreale potrebbe ospitare, l’assenza inoltre di oggetti indispensabili per l’uso quotidiano da parte dei detenuti, nonché la difficoltà ad individuare spazi affinché i detenuti possano comunicare con le proprie famiglie. Difatti, è lo stesso Palma ad affermare che le condizioni sono “incompatibili con la dignità delle persone ristrette”. 

In effetti Poggioreale nasce come casa circondariale: questo significa che all’interno vi dovrebbe ospitare esclusivamente persone in attesa di giudizio, quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni. La realtà è un’altra: se a Poggioreale i posti ammessi sono 1633, ad oggi vi sono, invece, 2373 persone anche con condanna definitiva, a causa di un ampio sovraffollamento negli altri istituti penitenziari. All’interno di una cella ci sono dalle 15 alle 20 persone, spesso con un unico bagno in condizioni deplorevoli (come riportato dallo stesso Palma), letti insufficienti. Una sola finestra per 12 o 15 persone, un’aria irrespirabile, condizioni igienico-sanitarie al limite se non del tutto assenti, detenuti con AIDS ed epatite lasciati in queste celle sovraffollate in condizioni pericolose per sé e per gli altri.

Il sistema carcerario ha fallito perché esiste Poggioreale

Un fallimento, perché è lo stesso sindacato degli agenti penitenziari a riconoscere di operare in una situazione indegna: “Il sistema Poggioreale venga abbattuto”. Seppure una chiara provocazione, quanto affermato evidenzia la necessità immediata di provvedere a cambiare quelle che sono condizioni inverosimili sia per i detenuti che per gli agenti e per tutti coloro che vi lavorano; risulta inverosimile soprattutto in uno Stato democratico, la cui Costituzione sancisce all’art. 27 comma 3 che le pene non devono essere contrarie al senso di umanità e devono mirare alla rieducazione del condannato. Solo che la rieducazione, spesso, è una chimera.

Il problema principale è che in Italia abbiamo sempre delle “belle leggi”, ma coloro che devono attuarle e rispettarle non vi riescono nemmeno minimamente. Nel XXI secolo ancora pensiamo che la condanna per eccellenza possa essere la legge del taglione o addirittura la pena di morte. Abbiamo sempre pensato di eliminare il problema eliminando le persone. Così con i malati di mente, oggi con i detenuti. Li abbiamo esiliati, resi assenti, privi di parola e di ogni forma di comunicazione col mondo esterno: di loro sappiamo poco o niente, e ci vien fatto credere che siano lo scarto della società. Li riteniamo a prescindere colpevoli perché detenuti, per cui condannati alle loro irreversibili colpe, senza diritti, come bestie da macello. Se bastasse dare loro della dignità per renderli persone migliori, invece di abbandonarli, di annichilirli, imbruttirli dentro e fuori, restituendo alla società uomini che sanno solo riconoscere l’odio, perché nessuno ha insegnato loro la delicatezza d’animo, la gentilezza gratuita?

Se fossimo noi ad offrirgli un’altra possibilità garantendo loro posate per mangiare, un letto dove dormire, offrendo loro competenze spendibili, insegnando loro l’educazione al sentimento, alla condivisione, al sacrificio? Li chiudiamo invece nelle quattro mura, in condizioni disumane, senza possibilità di veder sorgere l’alba del giorno dopo, come fossero dei problemi gestibili perché controllati; non importa se si ribellano, se si suicidano: la società non deve sapere, non deve prendere consapevolezza né della causa né dell’effetto. Non è in questo modo che riusciremo ad arginare i reati e dunque a prevenirli, se è vero che non siamo nemmeno capaci, spesso, di creare le condizioni per reintegrarli in maniera costruttiva all’interno del tessuto sociale.

A Poggioreale c’è un problema di diritti, come in gran parte degli istituti penitenziari italiani. Vi è certamente un problema di sovraffollamento, ma anche di possibilità e prevenzione: mancanza di occupazione, analfabetismo, dispersione scolastica sono alcuni dei fenomeni che alimentano questi “inferni dei dimenticati”. Aver sbagliato nella vita non legittima lo Stato e chi lo rappresenta ad umiliarnee e spegnere le speranze, i sogni. Poggioreale non è un caso isolato, Poggioreale è oggi “il caso”, è quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che dovrebbe suscitare ampie riflessioni: sulla necessità di integrare un maggiore organico di educatori nonché di agenti, su una struttura che non dovrebbe vendere utopie né rinchiudere ed esiliare ciò che la società ha creato, perché spesso i detenuti sono esclusivamente il risultato di una società malata.

Il Comune di Napoli e il tema carcerario

Il tema Poggioreale, logicamente, è molto sentito anche dal Comune di Napoli, in particolare dall’assessore alle Politiche Sociali, Roberta Gaeta, che fece visita al carcere alcune settimane fa, tra fine luglio ed inizio agosto, e non esitò a pubblicare una considerazione su quanto visto:

«Insieme a una delegazione dei Radicali italiani ho compiuto una visita nel carcere di Poggioreale. Ritenevo doveroso osservare di persona le criticità di una situazione che viene sottaciuta dal dibattito politico, ma che interessa migliaia di persone. Come Assessore alle Politiche Sociali considero un dovere istituzionale occuparmi dei diritti dei cittadini privi delle loro famiglie e dei lavoratori.»

L’assessore ha già avuto modo di sottolineare, inoltre, “la mancanza di una prospettiva dell’attuale sistema giudiziario”, ritenendo che non si investa in un recupero efficiente ed in “programmi alternativi alla detenzione”. Secondo Gaeta, un modo per fronteggiare una tale emergenza è “recuperare del terreno circa la programmazione” attraverso forme di cooperazione, inserimento lavorativo e formazione laboratoriali.

Il carcere è una struttura portante di una società. Risulta per certi versi lo specchio di una società. Oggi si parla di Poggioreale, domani di Rebibbia: c’è la necessità impellente di una riforma carceraria, di una riforma che guardi a reali e possibili obiettivi, una riforma che metta nelle condizioni di lavorare, di recuperare soprattutto. Una riforma che maturi il detenuto, lo renda responsabile, che possa abbattere il concetto attuale di carcere espressione di potere, repressione. Abbiamo bisogno che la politica non dimentichi gli ultimi, “i colpevoli”; una politica fatta da illuminati che legittimamente si scandalizzano dinanzi alle più brutali violenze, lontane o vicine, ma che non si scandalizzano del proprio sistema carcerario condannato più volte dalla Corte di Strasburgo. Il paradosso più grande, dunque, è avere una società che ripudia ogni forma di barbarie, ma non si rende conto di avere il carcere alle porte: questo carcere.

Bruna Di Dio

3 Commenti

  1. Come Garante dei diritti degli animali del Comune di Napoli posso dire che noi garanti di ogni specialità non veniamo fatti servire a niente: e sottolineo “non veniamo fatti servire” perché le nostre funzioni non sono MAI istituzionalizzate, non c’è uno statuto, ci sono prescrizioni vaghe e ridottissimi poteri. E questo potrebbe anche andare, ma almeno qualcuno ci ascoltasse…Come vecchia firma di Repubblica bontà loro i colleghi giornalisti mi pubblicano ogni cosa, ma ho l’impressione che le relazioni stese per le istituzioni a cui riferisco non vengano neppure lette. Eppure un monitoraggio continuo e costante viene fatto dai garanti in ogni campo, quelli più attenti e appassionati alla materia di cui si occupano. Mi domando a che pro istituire una figura per poi fare scientificamente a meno di ascoltarla.

    • Gentile Stella, grazie innanzitutto per esserti soffermata. Riconosco quanto dici, riconosco che spesso certe deleghe istituzionali prive di necessari “poteri” o meglio potenzialità pragmatiche, risultano estremamente ridotte da non potersi creare le condizioni di progresso. Oltre, come dici, a rappresentare la forma ma non la sostanza: intendiamoci, per chi spesso ne fa’ utilizzo, dunque la politica. Eppure, risultate indispensabili per noialtri, anche se il passo decisivo è da compiere oltre.

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