
Nella memoria pubblica, il 25 aprile è la data della Liberazione d’Italia dal nazifascismo. Tuttavia, quella è solamente la data dell’inizio dell’insurrezione generale nei territori occupati, proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Verona è stata liberata il 26 aprile, Torino il 28, Venezia addirittura il 29.
L’insurrezione dei partigiani
La Liberazione di Venezia fu insurrezionale e, allo stesso tempo, negoziata, segnata dalla presenza armata dei partigiani e da una fitta rete di mediazioni politiche, diplomatiche e religiose. La città era uno snodo enormemente strategico e fragile. Era uno dei principali centri direzionali degli apparati burocratici e militari della RSI ma tutti avvertivano il rischio che il suo patrimonio urbano, storico e culturale non vedesse la fine della guerra.
L’insurrezione prese forma tra il 26 e il 28 aprile. Un primo episodio decisivo avvenne nel carcere di Santa Maria Maggiore: i detenuti politici, sostenuti da elementi della resistenza interna, assunsero il controllo della struttura e si armarono. Nelle ore successive, i partigiani occuparono caserme, sedi fasciste e punti nevralgici della città: Ca’ Littoria, la questura e la prefettura. Il 28 aprile l’insurrezione si estese, con scontri a piazzale Roma e nelle aree portuali, e si intensificarono le trattative con il comando tedesco, asserragliato attorno al luogo simbolo di Venezia: Piazza San Marco.
La resa dei tedeschi e la liberazione di Venezia
Accanto al CLN e ai rappresentanti militari della Resistenza agirono altri protagonisti: la Curia patriarcale e missioni alleate già presenti in città. Furono loro a favorire una soluzione che permettesse la liberazione di Venezia ed evitasse la distruzione del centro storico, minacciata dai tedeschi in ritirata. Il protagonista fu il cardinale Adeodato Piazza, che si presentò come garante neutrale tra il CLN e il comando tedesco. La resa fu negoziata e formalizzata nelle prime ore del 29 aprile. Non fu una capitolazione immediata come altrove, ma un compromesso costruito sotto pressione tra la forza armata dei partigiani e la necessità di salvare Venezia da bombardamenti e sabotaggi. Una città, ieri come oggi, unica e fragile, e proprio per questo sempre in pericolo: oggi è il più predatorio neoliberismo.
Se la città lagunare viveva una liberazione “contrattata”, la terraferma (Mestre e Marghera) conobbe scontri più duri. Le formazioni partigiane affrontarono le truppe tedesche in ritirata, impedendo la distruzione di infrastrutture e servizi essenziali. Fondamentale fu il salvataggio del porto e delle strutture lagunari, che i tedeschi avevano minato. La mediazione servì proprio a evitare che Venezia venisse “punita” durante la ritirata, come i nazisti fecero ampiamente altrove. Quando le truppe alleate arrivano il 29 aprile, trovarono Mestre già liberata e sotto il controllo del CLN. Fu un dato politicamente rilevante: la Resistenza non si limitava ad accompagnare l’avanzata alleata, ma la precedeva e ne preparava l’esito.
Il 30 aprile le forze alleate entrarono definitivamente a Venezia. La città era ormai libera, e soprattutto intatta. Piazza San Marco tornò a essere, come nelle grandi svolte della storia veneziana, il luogo simbolico della sovranità riconquistata: folla, bandiere e una festa che segnò non solo la fine della guerra, ma la rinascita politica.
La Guerra per la Liberazione di Venezia riuscì così nel suo obiettivo: non soltanto sconfiggere l’occupante, ma anche salvare la città.
Gabriele Bartolini















































