Nel corso della storia abbiamo dovuto lottare a lungo per i nostri diritti. Eppure, anche quando, dopo tanta fatica, è la legge a riconoscerli, c’è qualcosa di più forte, una morale e un senso comune pressante e opprimente a metterli in discussione.
Il 28 settembre è la Giornata Internazionale per l’aborto sicuro. Pur se non ancora riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite, si tratta di una giornata simbolo per riflettere e parlare del diritto all’aborto. Garantito dalla legge italiana nel lontano 1978, ad oggi dopo quasi 50 anni, l’interruzione volontaria di gravidanza non è un processo facile, accessibile, né tantomeno accettato da tutti.
IVG – un diritto taboo
Con la legge 194 del 1978, lo Stato italiano riconosce l’interruzione volontaria di gravidanza. Certo, con ritardo rispetto ad altri pasi, ma finalmente ecco una legge che tutela la salute psicofisica delle donne.
Secondo la legge, gli istituti sociosanitari e i consultori familiari dovrebbero prestare soccorso alla donna che sceglie l’aborto a partire dal primo colloquio fin a dopo l’intervento. Il processo, tuttavia, non è del tutto scontato e semplice. Quando una donna sceglie di interrompere una gravidanza ha bisogno di chiare informazioni. Ci si rivolge quindi al medico di fiducia, per sentirsi rispondere, fin troppo spesso, non senza un accenno di fastidio, “no, non tratto questi casi”. Allora si va al consultorio, un labirinto kafkiano dove, se si ha la fortuna di incontrare personale professionale e minimamente empatico, le informazioni necessarie vengono fornite per lo più in maniera distaccata e approssimativa.
Nonostante sia un periodo estremamente delicato e durante il quale anche un solo giorno in più potrebbe essere determinante, la burocrazia italiana non si smentisce mai: lunghe attese, rapidità nell’intervenire inesistente, informazioni spesso incomplete che comportano ulteriori giorni, se non settimane, di ritardi. I tempi così si dilatano senza poter far altro che attendere e sperare di essere ancora in tempo. C’è una costante però in questo lungo periodo di andirivieni e di attese: il modo in cui l’argomento viene trattato persino dal personale sanitario. L’aborto diventa “colui che non può essere nominato” e nel momento in cui la donna spiega il motivo del consulto, viene trattata come se portasse addosso la A scarlatta, che macchia di una grave colpa. L’aborto è si un diritto, ma del quale vergognarsi. Naturalmente, tempi nettamente ridotti se si può pagare profumatamente una struttura privata. Nonostante ciò, anche in questi contesti non è detto che la lettera scarlatta scompaia.
Aborto: una necessità o una condanna?
Trascorsi i tempi per i lunghi iter burocratici e arrivato il proprio turno nella lunga lista di donne in attesa di effettuare l’IVG, ci si reca – nuovamente – nella struttura sanitaria indicata per abortire. Data la delicatezza dell’intervento e la sensibilità del singolo, ci si aspetterebbe un certo tatto da parte del personale. E invece è surreale il modo in cui le donne vengono trattate e la differenza che viene fatta in base alle situazioni, spesso da altre donne persino, nella maggioranza delle strutture. Se decidi di abortire per motivi di salute sei in qualche modo giustificata, è qualcosa che scegli ma non dipende totalmente da te. Cosa diversa se la decisione è legata a fattori personali, come difficoltà economiche, situazioni relazionali, o altro.
Alcune donne hanno raccontato di essersi sentite trattate come se avessero dovuto vergognarsi di essere lì: “non farti sentire, non uscire dalla camera, non farti vedere”. La donna che sceglie l’aborto per motivi che non siano la salute, è agli occhi dei molti un criminale in cerca di riparo, deve stare in silenzio, da sola, lontano da occhi indiscreti. I medici la aiutano per dovere professionale, ma la giudicano moralmente per la scelta presa. Prende quindi i medicinali distribuiti a tutte le donne presenti quello stesso giorno e se si chiede quali siano gli effetti, la risposta è “un mal di pancia”. Solo un mal di pancia, una banalizzazione estrema delle sofferenze fisiche ed emotive di una donna marchiata da una colpa inesistente.
L’aborto è un diritto delle donne dal ’78, una rivincita delle donne che finalmente possono scegliere per sé del proprio corpo e rivendicare la propria individualità. Ma l’Italia, per quanto si professi uno stato laico e all’avanguardia, è ancora un paese legato a un’opprimente morale retrograda di stampo patriarcale. Inconsciamente l’aborto è condannato, spesso anche in quel substrato sociale più progressista, perché contro “la Morale”, perché “contro natura”.
Ancora nel 2025 le donne che scelgono questo percorso – e sono veramente tante -, oltre alle difficoltà personali soggettive e diverse di donna in donna, devono affrontare gli sguardi e i toni non solo del personale in ospedale, ma anche dei famigliari e conoscenti, che colpevolizzano ancora questo diritto e chi sceglie di usufruirne. E quindi per questo deve essere taciuto, è un segreto, non puoi essere accompagnata, devi stare da sola a soffrire i dolori di un parto senza partorire, perché “l’hai scelto tu”. Anche se l’ho scelto io non significa che sia facile o indolore, non significa che merito di stare da sola e non ricevere supporto di alcun tipo.
Dopo quasi 50 anni dalla legge 194 avrebbe dovuto essere chiaro a tutti quanto sia necessario per una donna poter decidere se interrompere o meno una gravidanza. L’IVG è un diritto di tutte, non una colpa o una vergogna. La vergogna dovrebbero provarla chi ostacola questo diritto, chi condanna – anche inconsciamente -, e chi colpevolizza le donne che hanno il coraggio di scontrarsi contro l’opprimente morale collettiva e rivendicare i propri diritti.
Nunzia Tortorella















































