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Fonte: http://www.m100potsdam.org/

Stavolta si fa sul serio: la Scozia spinge di nuovo, e forte, sul tasto dell’indipendenza. Dopo il voto britannico, che ha visto l’affermazione senza appello dei conservatori pro Brexit di Boris Johnson, la primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha riproposto con vigore il tema della separazione di Edimburgo da Londra.

Nicola Sturgeon e la “secessione europeista” della Scozia

Oggi il consenso popolare verso la proposta secessionista sembra più maturo e l’idea meglio strutturata e sedimentata. In effetti, questa volta l’indipendenza non è solo questione di orgoglio nazionalista: non ci si troverà di fronte a un nuovo “caso Catalogna”, come invece poteva sembrare nel 2014. Allora, nonostante la retorica separatista, non sorprese che la Scozia non dimostrò davvero l’interesse a scegliere la secessione, nell’ambito del primo referendum sull’indipendenza indetto nella storia del Regno di Unito. Nel 2019, la rivendicazione appare profonda e ragionata: Nicola Sturgeon l’ha spiegato bene in un documento approfondito di quasi quaranta pagine, indirizzato al premier britannico Johnson. Il propellente dell’eventuale indipendenza, ha spiegato la Sturgeon, è la Brexit.

L’uscita dall’Unione Europea non è mai stata digerita da Edimburgo: in effetti, quando, nel 2016, si votò in tutta la Gran Bretagna per la Brexit, la Scozia fece registrare alte percentuali di contrari a quell’ipotesi, oltre il 60%. Il voto di inizio dicembre 2019, poi, ha indirettamente confermato questa tendenza: il partito separatista di Nicola Sturgeon, dichiaratamente europeista (una condizione essenziale della separazione da Londra, infatti, è sempre stata quella dell’immediata ammissione nella UE della Scozia), ha ottenuto ben 48 seggi dei 59 riservati a Edimburgo nel Parlamento di Westminster. I conservatori di Johnson, dunque, in Scozia non sono passati: anzi, nella regione si respira una diffusa, acuta insofferenza nei confronti del premier britannico.

“BoJo” non ha fatto nemmeno campagna elettorale, a nord del Vallo di Adriano. Sarebbe stato inutile, se non controproducente, considerato invece il grande serbatoio di consensi di cui gode in Scozia Nicola Sturgeon, sempre più salda in testa alla maggioranza nel Parlamento locale. Forte già di un consistente sostegno da parte dei Verdi, peraltro, la first minister scozzese ha proposto un’ulteriore alleanza anche ai laburisti, allo scopo di blindare la proposta separatista sul fronte interno.

L’indipendenza, bisogna intendersi, nei piani della Sturgeon non consiste nell’ennesima proposta di un sovranismo intollerante ed escludente, sensibile alla retorica delle “piccole patrie”: al contrario, coinciderebbe con una reazione immunitaria, da parte del popolo scozzese, al salto nel buio cui la destra “anglocentrica” di Johnson costringerebbe quella parte del Regno Unito, in cui spicca appunto la Scozia, che non è affatto convinta di potersi permettere di separarsi dalla UE.

Così, Nicola Strugeon nel citato documento indirizzato a Downing Street ha caratterizzato le ragioni tecnico – giuridiche, oltre che di opportunità politica, per cui alla Scozia dovrebbe essere riconosciuta la possibilità di procedere a un secondo referendum sull’indipendenza: la nuova richiesta di consultazione popolare diretta nasce dalla consapevolezza che, rispetto al 2014, lo scenario in Gran Bretagna è mutato radicalmente. Il Regno Unito ha scelto la Brexit, ma la Scozia non si è conformata a tale opzione: Nicola Sturgeon ha voluto rimarcare questo punto con insistenza.

Non c’è alcuna contraddizione, come invece ha furbescamente segnalato Johnson, con quanto la stessa first minister scozzese aveva dichiarato all’epoca della sconfitta nel primo referendum, quando aveva promesso che un eventuale nuovo quesito sarebbe stato posto soltanto una volta passata la presente generazione: mutate le condizioni di fatto e di diritto (vale a dire, votata la Brexit), quella promessa ha perso validità. Agli occhi di Nicola Sturgeon, è evidente come i calcoli di convenienza per il futuro di Edimburgo abbiano cambiato segno e si sia resa necessaria una nuova procedura per assicurare agli scozzesi il diritto democratico di pronunciarsi in piena autonomia sulla propria sorte.

I problemi procedurali della secessione

La procedura, appunto, rappresenta lo scoglio più rilevante alla riproposizione di un referendum in tempi brevi: come detto, non siamo di fronte a una nuova Catalogna, per cui i leader scozzesi non vogliono rischiare delegittimazioni agli occhi del mondo e della stessa UE proclamando una consultazione sull’indipendenza non autorizzata dal Parlamento di Londra. L’autorizzazione di Westminster, come ben sa Nicola Sturgeon, è infatti la precondizione essenziale per la validità legale dell’eventuale voto; tuttavia, con una maggioranza saldamente conservatrice a Londra, sembra praticamente impossibile che il via libera venga concesso.

Del resto, la stessa comunicazione di circa quaranta pagine a Johnson è sembrata più un atto politico, una sollecitazione nei confronti dell’opinione pubblica, piuttosto che una manovra che davvero intendesse sortire effetti immediati e convincere Londra a concedere il nuovo referendum. Come scrive il Guardian, ci sarebbe poi anche da chiarire l’aspetto, stavolta tutto interno all’ordinamento scozzese, della necessaria o meno riformulazione del quesito, che si sta studiando se possa essere lo stesso dell’occasione precedente.

La strada per il secondo referendum sull’indipendenza, dunque, appare in salita e probabilmente sarà lunga: rimane però forte la spinta propulsiva, la motivazione che induce gli scozzesi a invocare la “secessione europeista” e a rifiutare, almeno per il momento, le nuove avances politiche che il governo Johnson sta esplicitando, pur di far rientrare il fenomeno indipendentista e mettere in difficoltà Nicola Sturgeon.

I problemi economico – finanziari di una Scozia indipendente

In particolare, anche attraverso il discorso della regina al Parlamento di Westminster scritto, com’è consuetudine nel Regno Unito, dallo stesso primo ministro, il premier britannico ha promesso che dopo la Brexit metterà mano alla spesa pubblica per finanziare importanti interventi sul sistema sanitario nazionale e risollevare le aree economicamente depresse del Paese. Queste ultime, per inciso, sono quelle che hanno votato più convinte e compatte a favore della Brexit.

Le promesse di Johnson però non seducono gli scozzesi guidati da Nicola Sturgeon, che sentono di perdere molto di più con l’uscita dalla UE di quanto non gli verrebbe promesso di guadagnare. In primo luogo, l’appartenenza al sistema sovranazionale ha consentito a Edimburgo, soprattutto da un punto di vista legislativo, di emanciparsi in una certa misura dalle imposizioni britanniche: l’ordinamento scozzese, che ha già un’elevata autonomia da quello centrale, è perfettamente aggiornato ai regolamenti UE, che disciplinano anche materie costituzionalmente di competenza esclusiva dello Stato centrale.

In secondo luogo, c’è l’aspetto economico – finanziario. I pro Brexit hanno sempre sostenuto che il sistema comunitario (che pure consentiva al Regno Unito notevoli privilegi) danneggiava l’economia britannica. Johnson ha assecondato politicamente tale rivendicazione, presupponendo tra l’altro che l’uscita dall’UE potesse consentire di avere di nuovo le mani libere sulla spesa pubblica, appunto, e sulla creazione di nuovo debito. Con un tessuto industriale in forte declino, la spesa verrebbe presumibilmente “pagata” dalle attività finanziarie di Londra (città, però, schierata a maggioranza contro la Brexit), che dovrebbe così confermarsi capitale mondiale dei servizi e potenziale paradiso per i capitali globali, anche di dubbia provenienza.

La Scozia sembra però fuori da questi opulenti giri finanziari. Con l’equazione di Johnson sulle virtù della Brexit ancora tutta da verificare, Nicola Sturgeon e i suoi hanno già valutato come molto negative le prospettive di un’uscita dall’Unione per la Scozia, che di fatto ha un’economia debole e dallo status comunitario trae diversi vantaggi. Il precario stato di salute di Edimburgo, d’altra parte, risulta anche l’incognita maggiore in caso di effettiva separazione dal Regno Unito: come sottolineano alcuni osservatori, non è chiaro se basterebbe il petrolio del Mare del Nord, da solo, a sostentare la Scozia, così come non è chiaro quale valuta si adotterebbe, visto che l’ipotesi di battere moneta propria appare fantascientifica. In più, l’ingresso nella UE non sarebbe automatico dopo l’indipendenza, ma implicherebbe una procedura i cui tempi lunghi non sarebbero prevedibili (per quanto la già esistente conformazione “europea” dell’ordinamento scozzese sicuramente aiuterebbe su questo punto).

È chiaro che Nicola Sturgeon conosce queste difficoltà, che rendono irrealistico procedere alla secessione di punto in bianco, senza i paracadute adeguati. Tuttavia, sembra altrettanto evidente che il segnale politico lanciato a Johnson e all’intera opinione pubblica britannica potrebbe avere l’effetto, insieme alla sconfitta dei conservatori protestanti in Irlanda del Nord, di destabilizzare le certezze del premier britannico, magari ritardando o rendendo ancora non così automatica la Brexit.

Ludovico Maremonti

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