Così i Sioux sono riusciti a fermare l'oleodotto Dakota Access
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Washington. Una sentenza che ha il sapore di giustizia, quella pronunciata dal Tribunale federale della capitale americana in merito alla vicenda del controverso oleodotto Dakota Access. Grazie alla disposizione del giudice federale, il popolo dei Lakota Sioux, stanziato in prossimità del confine che divide i due Stati del Dakota e lungo il quale si estende parte dell’oleodotto, può tirare un sospiro di sollievo. 

In particolare, il provvedimento della Corte, dispone la cessazione delle attività dell’oleodotto e una profonda valutazione dei suoi rischi ambientali, premiando quindi le richieste dei nativi che per cinque lunghi anni si sono battuti tenacemente contro il volere governativo e i suoi cinici tornaconti commerciali. 

Ma quelli economici non sembravano essere i soli interessi in gioco. Come è noto l’amministrazione Trump non si è mai risparmiata in quanto ad atti provocatori nei confronti delle popolazioni indigene del Paese, per tale ragione molti attivisti dei diritti dei nativi si chiedono come mai la discutibile opera sia dovuta transitare proprio lungo i loro ancestrali territori. 

Le tappe della vicenda del Dakota Access

Il Dakota Access Pipeline conosciuto anche con l’acronimo di Dapl, si staglia per circa 19.000 km, percorrendo un’area che va dal Nord Dakota fino allo stato dell’Illinois. L’opera, costata complessivamente 3,78 miliardi di dollari, permetteva il trasporto giornaliero di circa mezzo milione di barili di greggio.

I lavori per la realizzazione dell’oleodotto erano andati avanti per alcuni anni, dopo che la giunta democratica di Obama ne ordinò l’interruzione, al fine di valutare attentamente il sospetto impatto ambientale. Nel 2016 con l’avvicendamento al potere governativo, passato nelle mani di Donald Trump, conclamato antagonista dell’ambiente oltre che negazionista della crisi climatica, i lavori sono ripresi incessantemente e quello che a tutti gli effetti somiglia ad un mostro ecologico nel 2017 viene portato definitivamente a termine. Tra l’altro proprio Trump, prima di conquistare l’attuale carica politica, ha partecipato attivamente al finanziamento del progetto, detenendone persino alcune quote che solo antecedentemente alla sua elezione avrebbe poi ceduto. 

Lo scorso aprile, il medesimo giudice federale, stabiliva che l’intero impianto avrebbe necessitato di una nuova valutazione ambientale, definendo sostanzialmente “carente” quella fatta a suo tempo. Solo qualche mese dopo, a causa della violazione del Nepa (National Environmental Protecy Act), ovvero la legge sul diritto ambientale statunitense, la Corte pronunciò quello che si auspica, sia uno stop definitivo alle attività dell’oleodotto. Il disposto della Corte ha dunque restituito la giusta dignità ai diritti del popolo indigeno Lakota Sioux, che vive in stretto contatto con la natura e basa su di essa gran parte del proprio fabbisogno.

Alla base delle comprensibili proteste della tribù dei Lakota Sioux, relegati nella riserva di Standing Rocks, nella quale si snoda parte dell’oleodotto, ci sarebbero le negative ripercussioni che questo avrebbe sul loro stile di vita, già minacciato da secoli di illegittime oppressioni governative. Gli inevitabili sversamenti che il Dapl genererebbe a causa della sua attività, potrebbero compromettere non solo la tenuta delle acque del Mississippi, fonte primaria dei bisogni degli indigeni, ma rischierebbero di inquinare irreversibilmente anche la terra che coltivano. 

Nel corso di questi anni di grande aiuto è stato anche il clamore mediatico che la vicenda ha suscitato nell’opinione pubblica. Alcuni celebri personaggi dello spettacolo, primo fra tutti Leonardo Di Caprio, già noto attivista per l’ambiente, e alcuni gruppi ambientalisti come Greenpeace sono scesi in campo al fianco dei nativi, supportando la loro pacifica “barricata”.

Soddisfazione e amarezza, due sentimenti contrastanti

Tra le usanze che contraddistinguono il popolo Lakota, vi è quella di apporre sul capo una piuma che omaggia un Sioux per il compimento di un gesto eroico. Per tale ragione la vittoria perpetrata ai danni dell’attuale governo repubblicano, meriterebbe allegoricamente una simile celebrazione.

Eppure gli interrogativi legati al futuro dell’oleodotto non sarebbero del tutto spariti: qualora, come si auspica, venga ordinata la definitiva chiusura, sarà necessario attuare un piano di smantellamento dell’intera opera e dunque investire nuove risorse. Viene lecitamente da chiedersi come sia possibile che in un’epoca di transizione ecologica si effettuino ancora delle tali scelte irrazionali, che oltre a comportare un immane spreco di capitali e di lavoro, danneggiano imperturbabilmente ciò che dovremmo tutelare: il nostro patrimonio ambientale.  

Gianmarco Santo

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