
Si è discusso molto del recente incontro avvenuto tra il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il uso omologo cinese, Xi Jinping, avvenuto a San Francisco, in occasione del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC). Non si è trattato di un banalissimo summit istituzionale, in quanto i leader delle due superpotenze sono tornati ad incontrarsi dopo un anno di tensioni su più fronti, da Taiwan alla guerra in Ucraina, passando per le numerose rivalità in ambito tecnologico esplose attorno al caso dell’AI. Soltanto fino a pochi mesi fa, un bilaterale tra i due non sembrava nemmeno ipotizzabile. Il vertice tra i due capi di stato dunque, indipendentemente dai contenuti – su cui si è acceso un dibattito serrato, con due punti di vista sostanzialmente differenti e opposti – è stato frutto di una volontà condivisa, cioè quella di sedersi attorno ad un tavolo.
Joe Biden ha parlato dell’incontro in questi termini: «tra le discussioni più costruttive e produttive mai avute», elogiando i progressi compiuti nello ristabilimento delle comunicazioni militari e parlando della necessità di una cooperazione, per poi lasciarsi andare ad una gaffe, bollando ancora una volta il Xi Jinping come un “dittatore” il giorno dopo l’incontro. Fulminea la replica da Pechino, che non ha preso bene le parole dell’inquilino della Casa Bianca. Dal canto suo, Xi è stato molto più cauto sottolineando, da un lato, i passi in avanti compiuti ma dall’altro ha comunque ammesso che su alcune questioni importanti la distanza tra i due Paesi rimane profonda.
Al di là della facile retorica, l’incontro tra i due uomini più potenti del mondo sottolinea come, alla base della rivalità sino-americana, ci sia almeno la voglia di parlarsi, un tentativo per evitare che la competizione scivoli verso la guerra. Entrambi hanno bisogno di tenere in vita il rapporto bilaterale, nonostante le reciproche diffidenze e i dossier divisivi. Ed è forse questo, l’elemento più importante emerso dal vertice tra Joe Biden e Xi Jinping.
Tra cooperazione e diffidenza
Molti osservatori alla vigilia dell’incontro lo hanno valutato soprattutto come un’occasione per ripristinare il dialogo, senza aspettarsi rilevanti risultati rispetto alle divergenze tra i due Paesi, che riguardano l’economia, il mercato delle tecnologie, Taiwan e il diverso posizionamento sui conflitti in corso. In effetti, alla fine, è andata proprio così. Se si escludono dossier particolari, le oltre quattro ore di dialogo nella storica tenuta Filoli, alle porte di San Francisco, non hanno prodotto risultati eccezionali. Ma in un periodo storico confuso come questo, il fatto che le due superpotenze globali abbiano deciso di parlarsi è molto significativo.
Tra i risultati tangibili dell’incontro vi è sicuramente la ripresa delle comunicazioni militari, che riduce fortemente il rischio di incomprensioni e incidenti. La Cina aveva interrotto le comunicazioni militari con gli Stati Uniti nell’agosto del 2022, dopo che l’allora speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi aveva visitato Taiwan. Da quel momento la Pechino aveva smesso di informare gli Stati Uniti riguardo a eventuali esercitazioni, manovre o spostamenti delle sue forze armate, e Washington aveva fatto lo stesso.
Altre decisioni sono state prese sulla base del contrasto al contrabbando di Fentanyl negli Stati Uniti, una droga circa 50 volte più potente dell’eroina e considerata responsabile della maggior parte dei decessi per overdose degli americani trai 18 e i 49 anni. Il medicinale, inizialmente approvato come antidolorifico e anestetico dall’agenzia federale antidroga statunitense, è diventato oggetto di un contrabbando che il governo americano non riesce a stroncare, provocando una vera e propria emergenza sanitaria in tutto il Paese. Secondo fonti giornalistiche, l’accordo raggiunto a San Francisco impegnerà la Cina a perseguire le aziende chimiche che esportano illegalmente il medicinale e i principi di base utilizzati per produrlo in Sud America. In cambio, si dice, gli americani si impegneranno ad eliminare le restrizioni alle società che risulteranno rispettose degli accordi. Per avere un’idea della portata dell’emergenza sociale scoppiata a causa del farmaco, il tasso di decessi legati al Fentanyl è triplicato nel giro di cinque anni (2016-2021) e lo scorso anno gli USA hanno segnalato 110mila morti per overdose da droghe sintetiche, oltre due terzi legati al medicinale.
A dettare l’agenda delle due superpotenze mondiali c’è, chiaramente, anche la politica estera. I dossier sul tavolo sono la guerra in corso tra Israele e Hamas, con Biden che avrebbe chiesto alla controparte cinese di usare la sua influenza sull’Iran per evitare una escalation del conflitto. Dal canto suo, Xi ha parlato con il suo omologo americano della situazione in Corea del Nord, chiedendo al Presidente americano di prestare maggiore attenzione alle richieste di sicurezza del Paese.
Secondo fonti di Associated Press, Xi si sarebbe limitato solamente ad ascoltare le richieste di Biden sul dossier mediorientale, non lasciando trapelare nulla circa le sue eventuali intenzioni da intraprendere in quel contesto. La vera linea rossa nelle relazioni bilaterali resta, comunque, il futuro politico di Taiwan. Xi e Biden, chiaramente, hanno idee e interessi molto lontani: Pechino rivendica l’isola di Formosa come propria e auspica una riunificazione, mentre gli Stati Uniti la considerano, anche se non ufficialmente, un Paese indipendente. Il presidente americano ha ribadito che la questione deve essere risolta in modo pacifico, ma ha anche aggiunto che continueranno a fornire armi a Taipei come elemento di deterrenza contro una possibile invasione militare di Pechino.
Su tecnologia e ambiente, sono da segnalare i timidi passi in avanti compiuti nell’ottica di una cooperazione tra le due superpotenze per contrastare l’emergenza climatica. La svolta, in questo senso, è avvenuta poche ore prima del summit tra i due presidenti, con il rilascio congiunto dell’Accordo di Sunnylands, che mira al potenziamento della cooperazione per affrontare la crisi climatica attraverso il dialogo e l’accelerazione di azioni concrete entro al fine di questo decennio. Tale intesa consiste nella creazione di un programma per agevolare lo scambio di informazioni su politiche, misure e tecnologie per la riduzione di emissioni inquinanti, per condividere esperienze e valutare opportunità di attuazione delle misure previste per il contrasto all’emergenza climatica. Molto vago, invece, il passaggio sull’intelligenza artificiale e sulla cooperazione tecnologica. La diffidenza, in questo settore, resta dominante.
Xi, Biden e la convivenza strategica
Al di là della retorica, l’incontro tra Biden e Xi Jinping ha sancito l’inizio di quella che è stata soprannominata “convivenza strategica“. Tale espressione trova la sua definizione più coerente nella frase del presidente cinese, pronunciata in conferenza stampa: «Il mondo è abbastanza grande per la convivenza e per il successo di Cina e Stati Uniti». Oltre che confermare le ambizioni di Pechino, queste parole sottolineano come a San Francisco sia andato in scena il battesimo del multipolarismo, della coesistenza e della competizione tra due modelli differenti di governo e di sviluppo.
Più che di distensione, quindi, sarebbe più opportuno parlare di “tacita competizione”. I due presidenti hanno ribadito le loro differenze, sottolineando al contempo la necessità di avere un dialogo onde evitare che il confronto degeneri in una guerra. L’inquilino della Casa Bianca ha apertamente dichiarato che i due Paesi sono in competizione, lasciandosi sfuggire la parola “dittatore” per rimarcare una differenza anche “politica”, la quale però non ha inciso più di tanto sull’esito dell’incontro.
Il motivo è semplice: il vertice “doveva” essere un successo, sia per Biden che per Xi. In questo preciso momento storico, nonostante le ambizioni di Pechino, i due leader hanno bisogno l’uno dell’altro. Legami tesi ma irreversibili. Il presidente americano ha davanti a sé una difficile rielezione, con una parte dell’opinione pubblica sostanzialmente ostile ad un inasprimento dei rapporti con la Cina. Dall’altro lato c’è invece un Paese che, dopo anni di crescita sostenuta, sta attraversando una delicata fase economica in cui le possibilità di manovra sono limitate. Pechino ha bisogno di stabilità internazionale per perseguire i propri obiettivi e di un dialogo costante con l’Occidente per rinvigorire i commerci, soprattutto dopo la diminuzione della fiducia degli investitori stranieri.
Né Washington né Pechino nutrono alcuna illusione di una rapida svolta o di un miglioramento delle loro relazioni. Entrambi i Paesi continuano a perseguire i propri obiettivi e a rivendicare le proprie ragioni. Naturalmente, le diffidenze restano, in quanto gli obiettivi dei due Paesi, per quanto la retorica cinese li dipinga come “distinti e complementari”, sono in realtà conflittuali. Basti pensare all’evoluzione della narrazione cinese nell’ultimo decennio, passata da “il Pacifico è abbastanza grande per entrambi” a “il mondo è abbastanza grande per la convivenza di USA e Cina“. Al contempo, però, in questa delicata fase storica, che alcuni considerano di “transizione” – da un ordine globale ad un altro da definire – i leader delle due superpotenze sentono la necessità di contenere eventuali tensioni distruttive, dando priorità all’intrattenimento di un dialogo aperto, franco e costante.
Donatello D’Andrea
















































