La Russia di Putin e il gioco delle alleanze strategiche
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La geopolitica del gigante russo è al centro del dibattito politico internazionale da diversi anni, a causa della spregiudicatezza con cui Putin conduce la propria politica estera e il coinvolgimento dei paesi occidentali nelle vicende che la riguardano. Onde evitare equivoci, sarebbe utile dipingere un quadro delle mire strategiche e delle alleanze della Russia di Putin che tenga conto dei progressivi sviluppi delle vicende internazionali.

Il crollo dell‘Unione Sovietica, nel 1991, rappresentò la fine del bipolarismo ideologico e l’inizio di una nuova parte della storia contemporanea, con gli Stati Uniti unica vera superpotenza. A tale sviluppo seguì quello che relegò la Russia a una potenza di secondo piano. A questo smacco politico subito dai russi se ne aggiunsero altri, tra cui quello economico legato alla fallita liberalizzazione voluta dalla Perestrojka.

Putin e la Cina: uno strano sodalizio

L’ascesa dell’ex capo del KGB può collegarsi facilmente alla ferrea volontà di superare gli smacchi subiti e di rilanciare la Russia come potenza politica. Putin, dipinto come l’uomo della provvidenza, fu uno dei maggiori artefici di questo processo. Dapprima operò una rapida sistemazione interna, seguendo certe volte anche metodi poco ortodossi, e poi ricucì i rapporti con i Paesi vicini, servendosi della neonata CSI (Comunità di Stati Indipendenti, la quale raccoglie 9 ex Repubbliche Sovietiche, ricche di risorse). A quest’organizzazione ne seguirono altre molto più ambiziose, miranti a mettere le radici nel Medio e nell’Estremo Oriente.

A riprova di quanto detto, la partecipazione della Russia al BRICS e alla SCO (L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) è l’evidente dimostrazione di un giro di alleanze che guardano più a Oriente che a Occidente. Infatti, la libertà di movimento di cui gode la Russia in Europa è abbastanza limitata a causa della prepotente presenza dell’UE e della NATO. Rivolgersi altrove, per ritrovare lo smalto perduto e al contempo crearsi una zona di influenza, è stata una mossa sicuramente azzeccata.

Tra queste alleanze spicca il sodalizio tra la Russia e la Cina, considerata dai media internazionali come la più strana e controversa cooperazione tra due nazioni rivali.

I motivi di contrasto tra le due potenze fanno riferimento a questioni geopolitiche di difficile risoluzione. La penetrazione russa nelle zone orientali ha disturbato, e non di poco, la politica di soft power perpetrata dall’ormai seconda potenza economica mondiale all’interno delle ex repubbliche sovietiche, ricche di risorse minerarie e carbon-petrolifere. In particolare gli investimenti cinesi si son fatti consistenti in Bielorussia, Kirghizistan, Tagikistan, in Kazakistan e in Ucraina. Nonostante ciò, Putin e Xi Jinping son riusciti a superare queste questioni meramente territoriali stringendo un sodalizio (definito “partenariato” dalla propaganda sino-russa), basato principalmente su una collaborazione energetica e militare in funzione anti-statunitense.

Quella tra Russia e Cina, però, fatica a definirsi alleanza a causa della difficoltà di diversificare i settori di cooperazione. Oltre quello energetico e militare, il volume degli scambi tra i due paesi non supera i 200 miliardi di dollari. Inoltre se da un lato i due paesi sembrerebbero collaborare, dall’altro cercano di perseguire i propri obiettivi territoriali. I cinesi hanno esteso la propria influenza su aree appannaggio esclusivo del Cremlino (Artico e Asia Centrale), i russi mirano invece a sensibilizzare i popoli orientali su una cooperazione allargata, per uscire da quella sindrome di accerchiamento di cui ha sempre sofferto.

La Russia e la geopolitica delle alleanze strategiche

Se quella tra Cina e Russia sembrerebbe una collaborazione piena di contraddizioni, l’alleanza tra Putin e Assad contro il terrorismo islamico e l’ingerenza statunitense, invece, è a tutti gli effetti una sofisticata operazione geopolitica. Da sempre l’obiettivo del Cremlino è quello di procurarsi un porto in acque calde, poiché i freddi e ghiacciati avamposti artici sono utilizzabili pochi mesi l’anno. In questo caso la penetrazione in Siria e l’accesso al porto (e aeroporto) di Tartus rispondono a questa esigenza.

Ma la geopolitica russa e le sue alleanze oltrepassano il Mediterraneo fino ad arrivare in Venezuela dove è in crisi il governo di Nicolas Maduro, supportato proprio da Cina, Russia e Turchia. In questo caso Putin si è schierato a favore del chavista a causa degli interessi, economici e militari, che la Russia, e le sue multinazionali, nutrono sul territorio venezuelano. Inoltre, il Venezuela rappresenta un punto d’appoggio importante per la penetrazione russa all’interno dei deboli regimi politici meridionali.

Una penetrazione che, nel silenzio dei media, è già stata avviata all’interno degli Stati africani. Questi ultimi, governati per brevissimi periodi di tempo da blande democrazie impopolari, hanno ceduto il passo a dittature militari che hanno prestato il fianco a interventi di nazioni straniere e multinazionali che con il loro danaro hanno letteralmente acquistato “fette di territorio” (fenomeno del land grabbing) per far fronte al fabbisogno energetico/alimentare delle rispettive nazioni (Arabia Saudita, Cina, Russia, India e USA in particolare). La Russia, nello specifico, nutre particolari interessi economici e minerari nel Nord Africa e nel Sudan dove, attraverso società paramilitari istituzionalizzate (Wagner), finanzia i ribelli e i dittatori lì presenti.

Ma il teatro geopolitico prediletto dalla Russia è il Mediterraneo. Come dimostra la vicenda dello stretto di Hormuz, una consistente presenza di alleanze all’interno del Mediterraneo (e del Medio Oriente) è necessaria per garantire i suoi interessi nella zona (e dell’Iran, suo alleato). A questo proposito, oltre all’avvicinamento siriano, rispondono anche il sodalizio turco e il tentativo di penetrazione in Italia.

Il rapporto di Putin con le nazioni europee è da sempre intriso di particolare diffidenza, culminata con l’invasione della Crimea e l’imposizione di dure sanzioni che, però, ad oggi non hanno avuto gli effetti sperati. Ancora alta è la dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo, come dimostrano i vari progetti di gasdotti (TAP e Nord Stream).

Tuttavia l’affermazione dei vari sovranismi all’interno dello scacchiere europeo ha giocato un ruolo importante nella penetrazione della causa russa all’interno delle politiche europee. Il sovranismo, infatti, tende a idolatrare gli “eroi dei popoli e delle nazioni”, e Putin ne è l’esempio vivente. Il Presidente Erdogan è stato il primo a lasciarsi stregare dal fascino della steppa, anche a causa della sua ambigua politica estera. Se da un lato la Turchia fa parte della NATO e ambisce a entrare nell’Unione Europea, dall’altro, conscia della propria posizione strategica tra Oriente e Occidente, gioca “al rialzo”.

L’interesse italiano“, invece, è figlio della politica dell’attuale Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che da un lato strizza l’occhio alla Russia mentre dall’altro giura fedeltà a Trump.

L’interesse di Putin in Italia è presto detto. Oltre alla posizione strategica nel Mediterraneo, il nostro paese occupa un ruolo rilevante nel Patto Atlantico e in Europa. In poche parole rappresenterebbe un interlocutore privilegiato di cui la Russia potrebbe servirsi per “dialogare” con gli USA e l’UE.

Secondo alcuni commentatori internazionali, l’Italia rappresenterebbe la chiave di volta, sia per gli USA che per la Russia, di penetrare in un’Europa sempre più a tinte franco-tedesche. Entrambi i contendenti internazionali fanno leva sul sovranismo italiano poiché considerato debole e facilmente manovrabile.

Ne è la prova il tentativo, ancora poco chiaro, di Putin di finanziare profumatamente la Lega per le elezioni europee del maggio scorso. La vicenda è emblematica, per comprendere quanto queste “alleanze” siano pericolose per una democrazia.

In particolare la totale assenza di una politica estera coerente da parte del nostro governo permette a dei colossi mondiali come USA e Russia (ma anche Cina) di poter manovrare facilmente l’orientamento politico dell’intero Paese. Inoltre, a giocare un ruolo altrettanto nocivo, è proprio la delegittimazione dell’UE ad agire congiuntamente, a causa della reticenza di alcuni dei suoi protagonisti.

Ma ciò che i piccoli Stati europei devono comprendere è che per fronteggiare i giganti dell’economia mondiale è necessaria un’Unione Europea forte e che agisca come un blocco organico e concorde.

Donatello D’Andrea

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