La Stele di Rosetta. Fonte: milanoplatinum
La Stele di Rosetta. Fonte: milanoplatinum

La concezione alla base della creazione dei “musei universali” che espongano opere d’arte da ogni angolo del mondo non è sempre stata accettata senza malumori. A questa concezione si contrappone quella della nazionalità delle bellezze artistiche, per le quali queste dovrebbero essere collocate nei musei dei paesi di appartenenza. Pertanto, la richiesta di rimpatrio delle opere d’arte non è certo qualcosa di nuovo: si pensi alla Gioconda di Leonardo da Vinci, esposta al Louvre dal 1804, o ai marmi del Partenone, conservati al British Museum dal 1817. Questa volta al centro delle polemiche c’è, di nuovo, il British Museum, al quale l’Egitto chiede di restituire la Stele Di Rosetta, insieme ad altri manufatti.

È giusto riportare la Stele di Rosetta in Egitto?

Il 27 settembre 1822 venne annunciata, dopo ben quattro anni di studi, la decifrazione dei geroglifici incisi sulla Stele di Rosetta, evento che ha contribuito considerevolmente a cambiare la storia. Quest’anno, in occasione del duecentesimo anniversario della decifrazione della Stele, il British Museum ha organizzato una grande mostra ad essa dedicata.

L’occasione è stata colta da numerosi archeologi e attivisti egizi per reclamarne la restituzione in patria, ossia in Egitto. Al momento sono infatti aperte ben due petizioni che proclamano la legittimità del rimpatrio in virtù del fatto che la Stele sia stata portata in Inghilterra illegalmente come bottino di guerra e che, continuare a tenerla in Inghilterra, non sia che un altro simbolo della violenza culturale che l’Occidente ancora esercita sull’Oriente.

Secondo i dati riportati da Il Post, la prima petizione, lanciata da Monica Hanna, egittologa e preside dell’Accademia araba per la scienza, la tecnologia e il trasporto marittimo, avrebbe raggiunto in poco tempo quasi cinquemila firme, mentre la seconda dell’ex ministro delle Antichità Zahi Hawass ne conta più di 112mila, ma i numeri crescono in maniera esponenziale.  

Entrambe le petizioni sostengono posizioni affini, sottolineando soprattutto che la Stele di Rosetta, come tante altre opere d’arte, siano il simbolo di un colonialismo che indirettamente ancora opprime altre culture. Come afferma l’egittologa, la Stele “rappresenta un bottino di guerra, una violenza culturale.  E non chiedo solo il suo rimpatrio istituzionale, ma sto anche formando generazioni di studenti che diventeranno ricercatori, perché la lotta continui finché la Stele di Rosetta non tornerà in Egitto”.

E quindi, da un lato l’Egitto che è attivo negli ultimi tempi con le raccolte firme, dall’altro il British Museum che rifiuta il contenuto delle petizioni sostenendo che la concessione sia avvenuta regolarmente. Ma analizziamo i fatti.

Nel corso della campagna d’Egitto, dopo essere sbarcato ad Alessandria, Napoleone procede verso Abukir, dove però, nella Battaglia del Nilo, la sua flotta venne distrutta da quella britannica comandata da Horatio Nelson, noto poi come “Il Salvatore dell’Europa”. Cercando di riparare il forte Saint Julien di el-Rashid, città chiamata dai francesi Rosetta, per difendersi dall’offensiva ottomana, l’esercito di Napoleone si imbatte in maniera totalmente fortuita in una pietra decisamente diversa dalle altre. Fu il capitano Pierre-François Bouchard a rendersi conto della particolarità della pietra e si rivolse dunque al generale Jacques François Menou, che la fece portare ad Alessandria. Tuttavia, poco dopo fu il momento della resa dei francesi e nel 1801 i rispettivi generali firmarono un trattato nel quale i francesi consegnavano agli inglesi la Stele trovata per caso, oltre a una serie di reperti antichi recuperati durante la campagna.

Così, dal 1802 la Stele di Rosetta è sita a Londra ed è, per ora, una delle attrazioni principali del British Museum.

Di recente, il museo londinese ha dichiarato che la collocazione della Stele è del tutto legittima, in quanto nel trattato del 1801 pare sia presente anche una firma di un ammiraglio ottomano alleato degli inglesi. Di conseguenza, siccome l’Egitto ai tempi della campagna napoleonica era controllato dagli Ottomani, il museo sostiene che anche l’Egitto fosse d’accordo nel concedere la Stele e gli altri reperti agli inglesi.

Di contro, gli egizi ribadiscono di non aver preso parte all’accordo in questione e che quindi la Stele sia stata espatriata illegalmente. Come si legge nella petizione, “non solo l’Egitto era sotto l’occupazione dell’Impero Ottomano e non aveva voce in capitolo né sovranità sul proprio patrimonio culturale, ma gli articoli del trattato di Alessandria violano il diritto delle nazioni, le leggi internazionali consuetudinarie e le leggi islamiche applicabili all’epoca”.

Inoltre, a sostegno della propria posizione, il museo sottolinea la mancata presentazione da parte del governo egiziano di una richiesta di restituzione formale, oltre a far presente che esistono nel mondo ben 28 copie della Stele di Rosetta, 21 di queste proprio in Egitto. Anche se, in merito a quest’ultimo punto, non è difficile comprendere la differenza tra una copia e l’originale in termini di valore storico e culturale.

Valore storico-culturale

Credit: https: www.worldhistory.org

La Stele di Rosetta è una pietra di granodiorite di colore grigio rosato, di circa 760 chili per poco più di un metro di altezza, che è stata utilizzata come mattone di costruzione di una fortificazione araba nell’antica città di Rosetta, sul Delta del Nilo. Sulla pietra è incisa un’iscrizione risalente al 196 a. C. che riporta un decreto tolemaico del giovane faraone Tolomeo V Epifane.

Il valore storico e culturale della Stele consiste proprio nella sua incisione. Il decreto è riportato in tre registri, che corrispondono a tre scritture differenti: i geroglifici erano i simboli utilizzati dai sacerdoti, il demotico erano i caratteri usati comunemente, mentre il greco antico veniva utilizzato nell’ambito amministrativo. Purtroppo, siccome mancano alcune porzioni della Stele, nessuno dei tre testi è completo. Tuttavia, ciò non ha impedito a studiosi da ogni angolo del globo di cimentarsi in un’impresa colossale per decifrare i simboli criptici. Avere a disposizione lo stesso testo in tre linguaggi differenti si è rivelata una risorsa enorme, poiché ha reso possibile il confronto dei caratteri e quindi la decifrazione dei simboli fino a quel momento incomprensibili.

Il primo a decifrare alcuni caratteri fu il britannico Thomas Young, che riuscì a identificare il nome di Tolomeo V Epifane e a comprendere la direzione di lettura dei simboli. Ma il padre dell’egittologia è da sempre considerato il francese Jean-François Champollion il quale, muovendo dalle intuizioni del collega britannico, riuscì a decifrare altri nomi, tra cui quello di Cleopatra I, e procedette dunque per associazione nella decifrazione dell’intero testo. A Champollion si deve anche il merito di aver intuito il doppio valore fonetico e ideografico di questa scrittura che fino a quel momento aveva rappresentato un grande ostacolo per gli studiosi, lasciando per secoli la civiltà egizia avvolta da un velo di mistero.

Con la Lettre à M. Dacier del 27 settembre del 1822, viene annunciata la decifrazione della scrittura degli antichi egizi alla comunità scientifica e al mondo, riportando così alla luce i segreti di questa antica scrittura a distanza di oltre 1600 anni.

La questione della restituzione di opere d’arte è sempre stata molto delicata. Per ovviare ulteriori malumori tra paesi, nel 1978 l’UNESCO creò una commissione intergovernativa al fine di sollecitare la restituzione dei beni artistici ottenuti illegalmente. Tuttavia, non è sempre facile decidere se un bene sia stato acquisito legalmente o meno, e tale è il caso della Stele di Rosetta e degli altri reperti esposti al museo londinese che furono portati nelle attuali sedi nel corso delle colonizzazioni. Secondo l’avvocato statunitense Nicholas Donnel, specializzato in casi relativi a beni storico-artistici, le restituzioni generalmente avvengono su base volontaria, a meno che non ci siano chiare evidenze di illegalità dell’acquisizione. Nel caso della Stele e degli altri manufatti, è realmente complicato stabilire la legalità del trattato stipulato a quei tempi. Probabilmente è anche per questa incertezza che il governo egiziano non ha sostenuto le petizioni né ha avviato alcuna trattativa diplomatica.

Al di là di come si concluderà, l’intera vicenda ha anche un valore simbolico. Restituire la Stele di Rosetta equivarrebbe a liberare l’Egitto dal colonialismo occidentale, che è ancora presente in modo inconscio ed è quindi ancora una questione contemporanea, non relegata a un passato che noi occidentali abbiamo lasciato in un angolo nascosto della storia.

Riportare la Stele di Rosetta in Egitto sarebbe un modo per riparare ai danni della storia. Come afferma Monica Hanna, la storia non può essere cambiata, ma corretta. “Anche nel XIX secolo la schiavitù era legale, il lavoro minorile era legale e le donne non avevano diritti. Oggi siamo nel XXI secolo e dobbiamo correggere gli errori del passato e correggere gli errori della storia perché non possiamo cambiarla”.

Nunzia Tortorella

Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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