Fucksia, «Twelve»: la piena trascendenza dell'immagine identitaria
Fonte: Emic Entertainment

Difficile comprendere ad un primo e superficiale ascolto la totalità delle Fucksia. Ogni loro brano, benché sfugga dai vincoli imposti, è paragonabile ad una singola pennellata da relazionare alla molteplicità delle restanti: è solo lasciandosi trasportare che si può cogliere la quintessenza del dipinto che va a comporre in fase finale.

In occasione della pubblicazione del loro primo EP “Twelve”, avvenuta lo scorso 21 ottobre per l’etichetta transfemminista Elastico Records, possiamo affermare con certezza che nemmeno stavolta si sono smentite. Il codice comunicativo adottato dalle tre cantanti, perfomer e produttrici è universale: con questo lavoro, l’intento è quello di trasmodare le canoniche forme musicali che limitano il sentire e l’interpretazione personale, ponendosi un passo avanti rispetto alle mere convinzioni che l’umanità si è data nel tempo.

La fluidità e l’ibridazione dei generi musicali di cui si fanno rappresentanti è l’espediente che porta al superamento di qualsivoglia ostacolo terreno, lo stravolgimento di ogni logica precostituita, una spinta verso il pieno raggiungimento della libertà assoluta di affermare il proprio valore intrinseco, cambiando perpetuamente visione e approccio, definendosi a proprio piacimento.

Come sono natə e dove vogliono andare lo racconta Marzia Stano che, nell’intervista ai nostri microfoni, si è fattə portavoce delle Fucksia:

Il non definirsi all’interno di sistemi identitari ammette la possibilità di cambiare, di trasformarsi di continuo. Quanto influisce tale fattore nella ricerca del collante ideale per sconfiggere la da voi tanto bistrattata banalità?

«In realtà non nutriamo alcuna avversione nei confronti della banalità: senza di essa non sarebbe possibile riconoscere e apprezzare l’originalità. La verità è che non sopportiamo l’idea di omologazione. A noi Fucksia piace credere che un giorno la musica, i corpi e i territori saranno aperti, liberi e non necessariamente definiti da generi e confini.»

Anche se, forse, inizialmente appare incomprensibile, in realtà la sofferenza aiuta ad attribuire valore alla vita. Il primo singolo delle Fucksia estratto dall’album Twelve”, vale a dire “Consense”, parla proprio del processo di mutazione del dolore in energia vitale. Come è avvenuta la gestazione del brano? Quali significati intrinsechi si prefigge?

«Poppy ha lavorato agli arrangiamenti della base, Mari ed io abbiamo scritto il testo. Il periodo di isolamento e di cupezza che stavamo attraversando, la scomparsa prematura di Riki, la pandemia e lo scenario incerto che si manifestava all’umanità intera ci ha portatə in luoghi molto profondi dell’animo; noi stessə abbiamo fatto i conti con il timore di invecchiare, del fallimento, la paura di morire. Sono pensieri che capita di fare a tuttə, che vengono trattenuti per frazioni di secondi e poi scacciati via. Durante quel periodo, noi invece, li abbiamo lasciati entrare, gli abbiamo dato spazio, smettendo di lottare contro di loro. La metafora del BDSM è stata perfetta per rappresentare il concetto dell’accettazione e del consenso: è solo dopo aver conosciuto e guardato in faccia le proprie paure, mostri e fantasmi che si può smettere di farsi dominare da essi, ribaltare i ruoli e prendere in mano la redini della propria vita.»

Il numero dodici possiede un significato molto marcato: nella simbologia esoterica numerica indica la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e armonia. È questa la motivazione che vi ha spintə ad intitolare “Twelve” la vostra prima fatica in studio?

«Non guardiamo a “Twelve” come uno sforzo, anzi è stata la cosa più bella e facile che noi Fucksia abbiamo mai fatto prima d’ora. Piuttosto è stato faticoso non suonare per un anno e mezzo dal vivo, sentirsi solə e senza alcun sostegno (la SIAE mi ha spedito un pacco di pasta, una bottiglia di salsa e del latte), assistere alla chiusura di locali storici, associazioni culturali e sentirsi l’ultima ruota del carro di fronte agli occhi di istituzioni governative ipocrite. “Twelve” è stata l’ancora di salvezza delle Fucksia: il numero ci è apparso in sogno, esso ha scelto noi.»

Nonostante i temi del superamento del binarismo di genere e della fluidità dello spettro sessuale siano sempre più presenti nei dibattiti delle nuove generazioni, nell’ambito dell’intrattenimento si fa ancora fatica a presentarsi per ciò che si è. Come vivete, voi Fucksia, la poca inclusività dell’industria musicale? Ritenete che l’artivismo possa portare una voce anche a chi la musica non la compone ma la ascolta?

«Non siamo artistə di primo pelo. Poppy ed io abbiamo cominciato a fare musica a cavallo tra gli anni Novanta e il primo periodo degli anni Zero; ci siamo, quindi, lasciatə alle spalle periodi in cui ci veniva consigliato l’evitare di dichiarare il nostro orientamento sessuale. Per fortuna stanno cambiando le carte in regola: basta pensare ad Achille Lauro, Madame e La Rappresentante Di Lista che lo scorso febbraio hanno preso parte al Festival di Sanremo, portando sul palco dell’Ariston una visione non binaria della sessualità. L’artivismo può, indubbiamente, contribuire alla decontrazione di un modo “eteronormato”, far riflettere su questioni relative l’identità di genere, la sfera affettiva e sessuale.»

Vincenzo Nicoletti

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