lotta femminista, trans
fonte: thevision.com

Immaginate una persona che si propone di spegnere un fuoco con una latta di benzina in una mano e un secchio d’acqua nell’altra. Probabilmente stenteremmo a credere alle sue buone intenzioni, o quantomeno alla riuscita delle sue azioni, poiché avrebbe potuto usare entrambe le mani per portare più acqua. Ora figuriamoci che quella persona sia un essere umano, uomo o donna che sia, impegnato a lottare contro il fuoco ardente del sessismo, e che in una mano stringe la carta dell’uguaglianza mentre con l’altra è impegnata a respingere i trans che vogliono partecipare alla lotta femminista. In altri termini, alcune sedicenti rivoluzionarie della lotta femminista combattono contro le differenze di genere mentre le impugnano per perorare la propria causa a discapito del mondo trans.

Il voto alla coerenza di quella parte attiva nella lotta femminista è meno di zero e il fuoco tutt’altro che domato. A questo punto, Socrate si rivolterebbe nella tomba, e indubbiamente non è il solo. Mentre, infatti, alcune radicali femministe si perdono in una improduttiva selettività nel serbatoio degli attivisti, come se non avessero già abbastanza ostacoli da saltare, aizzano le fiamme della discriminazione contro i trans. TERF (Trans Exclusionary Radical Feminist) è il motto di alcune integraliste che si battono con fervore per escludere dal dibattito e dalla lotta femminista una parte della società, quella dei trans. Non basterebbe, dunque, un comune destino di sofferenze, soprusi, offese e discriminazioni a creare un’alleanza tra le donne del movimento TERF e le trans. Le prime sembrano andare avanti a colpi di «a tutto c’è un limite», e a quanto pare anche nel perseguire un obiettivo egualitario così alto che non dovrebbe impugnare alcun odio, ma battersi con amore.

Il fenomeno TERF affonda le sue radici nella lotta femminista americana degli anni ’70 e ’80 e guarda alle trans come una parodia delle “vere donne”, le cosiddette cisgender. Il testo cardine del movimento è intitolato “The Transsexual Empire” di Janice Raymond e si fonda su una forte distinzione binaria del genere sessuale, senza ammettere terze strade come la transessualità. L’autrice del testo sostiene che le vere donne siano quelle biologicamente determinate, o per dirla con le recenti parole dell’autrice di Harry Potter, J.K. Rowling, «Le persone che hanno le mestruazioni». Per le attiviste TERF, dunque, non è motivo di orgoglio vedere uomini che vogliono cambiare sesso per essere come loro, ma un qualcosa da cui prendere le distanze. Il pensiero terf vuole che un uomo è sempre tale, anche se è giunto al termine del processo di transizione, mentre una donna che diventa uomo sta solo realizzando la volontà di godere degli stessi diritti riservati agli uomini. Inoltre, afferma la Raymond: «tutti i transessuali violentano i corpi delle donne riducendo la vera forma femminile ad un artefatto, appropriandosi del corpo per sé stessi»

Accanto a queste posizioni si annidano idee ancora più amare come quella secondo cui le cisgender in futuro saranno annientate dalle donne transessuali che tentano di portare avanti una società maschilista sotto mentite spoglie. A questo proposito, l’autrice del testo transfobico: «esse non possiedono una propria soggettività e devono essere invece intese quali agenti del potere patriarcale travestiti da donne per meglio infiltrarsi nel movimento femminista». Sembra davvero una puntata di Ciao Darwin, dove ci auspichiamo che gli scontri in fondo siano solo finzione, ma in realtà è una guerra fredda in seno alla lotta femminista e che negli ultimi tempi vede assumere posizioni radicali contro il mondo trans dal fronte di Arcilesbica.

La grande federazione associativa italiana ARCI, infatti, si è mossa con una petizione per espellere il fronte transfobico in virtù delle sue idee. L’associazione ArciLesbica, dal suo canto, ha firmato la “Declaration on women’s sex-based right”, una dichiarazione che tiene ben distinti i concetti di sesso da quello di identità di genere e in cui si legge: «Se altri soggetti vengono ammessi alle misure volte ad ampliare la partecipazione delle donne alla vita pubblica, l’obiettivo di raggiungere una piena uguaglianza per le donne risulta indebolito».

Per essere donna e impegnarsi nella lotta femminista, dunque, bisogna solo nascere con un utero e avere le mestruazioni? Non dovrebbe essere una prerogativa di tutti? Cristina Gramolini, presidente di Arcilesbica, sostiene che per le persone transessuali siano necessarie politiche mirate e diverse da quelle rivolte alle “vere donne” poiché «Se, ad esempio, nelle ricerche istituzionali sulla violenza domestica, i livelli retributivi, le carriere o l’accesso alle professioni delle donne, si considerano anche le persone trans nel campione, si ottengono dati fuorvianti». In una guerra ci si dovrebbe guadagnare più alleati che nemici, ma alcune attiviste lesbiche della lotta femminista non sembrano pensarla affatto così: «Alle donne si è sempre imposto di assentire alla sottomissione e di farsi da parte per il bene di altri».  Ebbene tra quegli altri ci sarebbero anche i trans e in un post facebook della pagina ArciLesbica si legge: «Ci viene anche chiesto di accogliere chiunque semplicemente si dichiari donna negli spazi che ci siamo conquistati negli ultimi decenni», e loro non ci stanno.

Ben diversa è la posizione dell’associazione NUDM (NonUnaDiMeno) che declina la lotta femminista in transfemminista: «inteso come l’apertura del femminismo a tutti i generi che sono oppressi dall’etero-patriarcato». NUDM apre il suo sguardo ad un raggio di azione più ampio e si schiera contro ogni forma di disuguaglianza, violenza e oppressione portando dalla sua parte ogni alleato, trans inclusi, pronto a combattere contro i mali di questa società. Il movimento in questione ha pubblicato un manifesto dal titolo “FEMMINISTA TRANSNAZIONALE” con sottotitolo “Per uscire insieme dalla pandemia e cambiare il sistema”. In esso si legge: «Vogliamo un’uscita femminista transnazionale dalla crisi per non tornare a una ‹‹normalità›› basata sulla disuguaglianza e sulla violenza». La soluzione? Unire le forze come si fa nei momenti difficili: «Invitiamo tutte e tutt* coloro che rifiutano la violenza patriarcale, lo sfruttamento, il razzismo e il colonialismo a mobilitarsi e ad unirsi per arricchire e rafforzare la lotta femminista globale, perché se ci uniamo possiamo non solo uscire dalla pandemia, ma cambiare tutto».

Assunto che la lotta femminista debba essere una prerogativa di ogni essere umano, a che sono serviti i progressi intesi ad abbattere schemi e fisime mentali se in auge resta ancora una deleteria distinzione di sesso e identità di genere? È vero, la natura ha dato ad ogni essere vivente un corpo in cui far abitare la propria anima, ma se la Vita è tutta nel corpo, allora che senso hanno i dettagli del cuore, le luci della ragioni e le lacrime delle emozioni? È arrivato il momento di superare le apparenze del corpo e approdare all’interiorità perché è lì che si annida l’uguaglianza degli esseri umani. Se è vero che le differenze stanno negli occhi di chi guarda, allora si guardi col cuore. L’unione fa la forza.

Alessio Arvonio

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