libano esplosione
Il porto di Beirut dopo l'esplosione. Fonte immagine: IlSussidiario.net; credit: AP Photo/Hussein Malla

4 agosto 2020. Sono circa le 18.00 ora locale quando a Beirut, capitale del Libano, due forti esplosioni – le più grandi e devastanti della storia del paese – squarciano il silenzio e lasciano solo macerie e morti. Le esplosioni, avvenute nella zona del porto della città, sono state riprese e sono ripiombate sui social network quasi con la stessa violenza con cui hanno distrutto interi edifici. Il Libano, che stava già attraversando una crisi gravissima, si trova adesso a dover fare la conta dei danni, e non solo materiali.

Il Libano è stato sempre attraversato dalle guerre e dall’instabilità politica ed economica. Prima una guerra civile che per 15 anni ha insanguinato il paese con l’invasione israeliana del 1982, seguita dagli Accordi di Ta’if che hanno legittimato l’occupazione della Siria in qualità di “garante della pace” sino al 2005. Poi la cosiddetta “Guerra d’estate” nel 2006, gli scontri tra sciiti e sunniti ed il conseguente coinvolgimento nella guerra civile siriana, hanno condotto il paese in un baratro di devastazione e disorientamento.

Non meno gravi sono le fratture religiose all’interno del paese, mai completamente sanate. Dal 2019 è attivo un nuovo movimento popolare rivoluzionario il cui obiettivo primario è quello di cacciare la vecchia classe politica, ritenuta responsabile dei fallimenti e della grave crisi economica. Verso la fine dello scorso ottobre, non senza difficoltà, il movimento di protesta ha ottenuto le dimissioni del primo ministro del Libano, Saad Hariri, sostituito da Hassane Diabn, un ingegnere sostenuto soprattutto dai cristiani favorevoli al presidente Michel Aoun e al partito sciita Hezbollah. Ma la situazione non è certo migliorata: le proteste non si sono placate e l’instabilità politica ha reso e rende difficili gli accordi necessari per risollevare il Paese.

Fra la popolazione dilaga la fame e ci sono frequenti interruzioni dei servizi essenziali, in particolare dell’elettricità. Il 3 luglio scorso in una strada del centro di Beirut un uomo di 61 anni si è suicidato, seguito da altri due nei giorni successivi, ed ha lasciato un messaggio con su scritto «Non sono un miscredente, è la fame che è una miscredente» citando una canzone popolare in Libano.

All’origine di questa drammatica situazione, che il popolo del Libano ha subito e subisce, ci sono proprio gli accordi di Ta’if, che hanno permesso alle diverse fazioni religiose di spartirsi il potere politico ed economico. Tale suddivisione si è trasformata presto in una posizione di rendita per una classe politica corrotta a spese del Paese e della sua gente. In questo quadro di per sé molto difficile vanno inserite le esplosioni che hanno distrutto il porto della capitale del Libano: un evento che non ha fatto altro che accrescere il dolore e le difficoltà del popolo libanese.

in Libano le esplosioni non fanno altro che aggravare la situazione
Credit: Ilriformista.net

Le esplosioni non solo hanno distrutto il porto, cuore economico del Libano da cui transitava la maggior quantità dei beni circolanti nel Paese, ma anche infrastrutture fondamentali come «l’enorme silo che conteneva buona parte delle riserve nazionali di grano», riporta il Post. L’edificio di Orient le Jour e al Nahar, due dei principali quotidiani nazionali, sono stati rasi al suolo, così come l’area di Gemmazye e di Mar Mikhail, il quartiere armeno, dove vivono i libanesi benestanti e gli stranieri e Ashrafieh, il centro cristiano di Beirut. Ci sono feriti anche nella redazione del New York Times e tra alcuni militari italiani.

Il disastro è senza precedenti. «Ho fatto un giro per Beirut, quasi metà della città è distrutta o danneggiata», ha detto il governatore della capitale libanese Marwan Abboud, che ha paragonato le deflagrazioni a quelle delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ed ha stimato i danni provocati dalle esplosioni «tra i tre e i cinque miliardi di dollari». L’assordante boato è stato avvertito sino a Nicosia, sull’isola di Cipro, distante ben 240 km dalla capitale del Libano.

Anche se non ci sono conferme ufficiali e definitive, la causa delle esplosioni che hanno devastato Beirut è dovuta alla combustione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sequestrate nel 2013 ad una nave di proprietà russa. Il nitrato di ammonio infatti, usato di frequente come fertilizzante e presente nel ghiaccio istantaneo, è anche un potente esplosivo facilmente reperibile e poco costoso. «Tra i primi ad aver sfruttato il nitrato di ammonio come esplosivo ci sono i tedeschi, che lo impiegarono nelle bombe durante la prima guerra mondiale», come riporta Il Sole 24 ore.

Avendo importanti proprietà ossidanti e producendo velocemente gas quali ossidi di azoto e vapore acqueo si capisce perché, in presenza anche di piccole quantità di sostanze combustibili, le sue proprietà esplosive sono enormemente alterate. «Si è talvolta verificata l’accensione e la combustione di sacchi di iuta che hanno contenuto il nitrato d’ammonio, non sufficientemente puliti e lavati, posti in vicinanza delle linee del vapore a 100 °C. Riscaldato a 200°C con amminosolfati dà luogo a deflagrazione, perciò esiste il pericolo di un’esplosione accidentale quando il nitrato d’ammonio entra in contatto con tessuti resi ignifughi con queste sostanze», continua l’articolo. Non è facile però che bruci spontaneamente, ma per trasformarlo in un ordigno basta un blando comburente.

La cosa certa è che, in queste condizioni, uno degli effetti delle esplosioni che coinvolgono il nitrato di ammonio, spiega l’esperto Carlo Della Volpe dell’università di Trento «è la produzione di ossidi di azoto gassosi che, secondo la scheda di rischio, sono letali per inalazione e provocano ustioni e lesioni oculari anche gravi, e possono essere molto persistenti nell’aria se non vengono dispersi dagli agenti atmosferici», come riporta Ansa. Proprio per i rischi per la salute, le autorità libanesi hanno fortemente consigliato alla popolazione di lasciare la capitale.

in Libano le esplosioni non fanno altro che aggravare la situazione
Credit: Repubblica.it

Nel frattempo, i vertici militari americani pensano alla matrice terroristica e lo stesso Donald Trump ha detto, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, che le esplosioni «assomigliano ad un terribile attentato».

Non c’è ancora nulla di certo sulla causa dell’attentato. Rimane un dato importante, ossia che un deposito di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio avrebbe dovuto essere più protetto e custodito. Tutti gli ufficiali dell’autorità portuale di Beirut, in qualità di responsabili dello stoccaggio dei materiali nei depositi e della sicurezza dell’edifico, sono stati sottoposti agli arresti domiciliari. Il capo della dogana, Baabri Daher, «ha reso noto che la sua agenzia aveva ripetutamente richiesto di rimuovere dal porto il nitrato d’ammonio ma ciò non è mai accaduto», si legge in un comunicato di Agi.

E intanto che si cerca di capire, col premier libanese Hassan Diab che ha garantito che i responsabili verranno individuati e «pagheranno per quanto accaduto», si fa la conta dei danni. Gli ospedali sono già al collasso; è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale e si continuano, purtroppo, a contare morti, feriti e dispersi, con cifre che aumentano di ora in ora. La situazione è apocalittica e merita rispetto e silenzio, proprio quel silenzio che è stato lacerato dalle violente esplosioni.

Chi siano i responsabili non lo sappiamo ancora, ma di sicuro le vittime sono i libanesi: in un paese già al collasso sotto molti punti di vista, adesso sarà ancora più difficile. Gli interrogativi di molti analisti, tra cui Tobias Schneider, su come farà il Libano a rialzarsi sono più che leciti e le risposte ancora più incerte.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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