La Germania verso il semaforo: c'è l'accordo tra SPD, FDP e Verdi
Kay Nietfeld/dpa (Photo by Kay Nietfeld/picture alliance via Getty Images)

A due mesi di distanza dalle ultime elezioni politiche, che hanno certificato la vittoria della SPD e la rovinosa sconfitta della CDU di Armin Laschet, le supposizioni circa la formazione di un governo senza i cristiano-democratici ma con i Verdi di Annalena Baerbock e i liberali di FDP di Christian Lindner sono diventate realtà. La stampa l’ha soprannominata “coalizione semaforo”, dal colore dei partiti, ed è una vera e propria novità per la Germania. Da decenni il Paese si regge sull’accordo tra i cristiano-democratici, che governavano ininterrottamente da quasi vent’anni, e una debolissima SPD, sussidiaria di una CDU dominata dalla leadership carismatica e ingombrante come quella dell’ormai ex cancelliera Angela Merkel.

All’inizio l’ipotesi di un accordo tra forze così diverse sembrava davvero impossibile, ma un duro lavoro di cucitura, portato avanti dal futuro cancelliere Olaf Scholz, leader dei socialdemocratici, “ha reso possibile l’impossibile“. La nomina del leader della SPD sarà votato ufficialmente dal Bundestag nella seconda metà di dicembre, mentre Baerbock e Lindner andranno ad occupare rispettivamente il dicastero degli Esteri e quello delle Finanze.

Nonostante l’accordo della coalizione semaforo sia stato salutato come un grande risultato in termini di tessitura dei rapporti tra i partiti e come una vittoria “della politica”, cioè quella che fa capo al compromesso come forma superiore di salvaguardia del bene comune, le incognite sul futuro della Germania, e soprattutto sul suo ruolo in Europa e nel mondo, non mancano. Dopo quindici anni di “metodo Merkel”, applicato dentro e fuori il Paese, gli analisti si chiedono quale sarà l’impronta che un governo così eterogeneo potrà dare alla politica tedesca ed europea. Si tratta di interrogativi pesanti, dato che in bilico c’è il futuro della “locomotiva europea”.

L’accordo della “coalizione semaforo”

L’accordo è stato reso ufficiale mercoledì pomeriggio nel corso di una conferenza stampa a cui hanno presieduto i leader dei tre partiti. Si tratta di un documento programmatico di 177 pagine, il quale prevede al suo interno numerosi dei cavalli di battaglie dei partiti: dall’aumento del salario minimo garantito a un nuovo piano infrastrutturale e diverse politiche per combattere il cambiamento climatico.

Nello specifico, l’accordo prevede “idealmente” l‘uscita dal carbone entro il 2030 ed “emissioni zero” entro il 2045, e stabilisce che entro la fine del decennio, l’80% dell’elettricità consumata sarà prodotta dalle fonti rinnovabili. Oltre al salario minimo a 12 euro (la soglia odierna è di 9,60 euro), i tre leader hanno concordato l’apertura del voto ai sedicenni e un piano per legalizzare la vendita regolata della cannabis. Scholz si è espresso a favore dell’obbligo vaccinale e per combattere la Covid sta pensando di istituire una squadra di crisi permanente e un gruppo di esperti della cancelleria per affrontare la pandemia. Il nuovo governo ha concordato anche un grande piano infrastrutturale che, nelle intenzioni del futuro cancelliere, durerà almeno dieci anni.

Sugli esteri, la coalizione semaforo ha fatto riferimento a “un’Europa più sovrana” e ha ribadito l’appartenenza della Germania all’Alleanza Atlantica. Sul clima, l’apporto dei Verdi alle linee programmatiche si è fatto sentire. La neutralità climatica è un obiettivo concreto e raggiungibile, secondo Annalena Baerbock, la quale punta ad uscire dal carbone e a investire massicciamente sulle energie rinnovabili. «Gli obiettivi saranno sempre più ambiziosi e non verranno lasciati su carta», ha dichiarato il co-leader dei Verdi, Robert Habeck.

L’apporto dei Liberali di FDP all’accordo è arrivato soprattutto sul versante economico. Bisogna ricordare che il futuro ministro delle Finanze, Christian Lindner, non è stato entusiasta, a suo tempo, del Recovery Fund, definito una “misura temporanea dovuta alla pandemia”. Inoltre, la sua nomina a un dicastero di importanza fondamentale come quello delle Finanze non promette bene nemmeno per la revisione dei paletti al bilancio inseriti nel Patto di Stabilità, sospeso fino al 2023 a causa della Covid.

Sarà fondamentale, per gli osservatori, seguire soprattutto questo aspetto della coalizione semaforo, quella più contraddittoria, dato che gli investimenti pubblici portati avanti da Verdi e SPD poco si addicono a un partito che ha fatto della rigidità fiscale la sua bandiera. A parte i dissidi interni, gli occhi degli analisti sono puntati sul seguito che FDP darà alle proprie idee politiche a favore dell’austerità in campo europeo, soprattutto nei confronti dei Paesi dell’Europa meridionale, come l’Italia, la Grecia e la Spagna.

La nuova coalizione è il frutto del voto dello scorso 26 settembre, in cui la SPD ha ottenuto il 25,7%, la CDU il 24,1%, i Verdi il 14,8% e i Liberali di FDP l’11,5%. In base ai voti ottenuti, ai socialdemocratici spetteranno 7 ministeri nel nuovo governo e la cancelleria, ai Verdi ne andranno 5, tra cui un super ministero che unirà Economia e Clima e il già citato dicastero degli Esteri, mentre ai liberali ne andranno 4, tra cui quello delle Finanze. Secondo gli analisti, la tenuta del governo non dipenderà, come si potrebbe pensare, dalla stabilità della maggioranza e dalla sua solidità, che per ora non sono in discussione, bensì dalla capacità dei partiti di appianare le differenze ideologiche, soprattutto in campo economico.

I Verdi e i Liberali hanno sì scelto di allearsi con Scholz ed estromettere Laschet dal governo, ma ciò non toglie che le divergenze programmatiche e di principio siano notevoli e problematiche, soprattutto in campo economico. Il peso di FDP sulle Finanze farà la differenza dentro e fuori la Germania.

Una nuova Germania per l’Europa?

Gli scettici credono che Lindner cercherà di portare le sue convinzioni politiche (austerità e freno all’indebitamento) anche in Europa. Visto il suo recente passato e le sue dichiarazioni al vetriolo nei confronti dei Paesi meridionali – nel 2017, ad esempio, in un’intervista per Politico.eu aveva dichiarato di voler far uscire la Grecia dall’Unione Europea e di propendere per “un’Unione a due velocità” capeggiata da Francia e Germania – la sua nomina a ministro delle Finanze rischia di mettere in discussione tutto l’impianto di dialogo e solidarietà su cui si è basata l’UE negli ultimi due anni.

Le posizioni del leader di FDP non sono condivise da numerosi economisti, come ad esempio il Premio Nobel Joseph E. Stigitz, il quale, senza giri di parole, ha definito la nomina di Lindner a ministro delle Finanze come “un disastro per l’Italia e un male per l’Europa”. Le sue idee sono state definite come una serie di cliché conservatori di un’epoca passata. Insomma, il nuovo volto della Germania potrebbe essere qualcosa di già visto durante la crisi dei debiti sovrani del 2011, quando sul disastro greco si abbatté lo spettro della Troika e dei Parametri di Maastricht – che Stigtiz, per inciso, giudica inattuali e dannosi.

Per capire come le inquietudini degli scettici siano fondate, basterebbe tenere presente il punto dell’accordo in cui si parla di politica fiscale europea. In poche righe si concentra tutta la vaghezza che soltanto le immediate necessità di formare una coalizione possono spiegare. Nonostante ciò, è possibile ricavarne alcune indicazioni importanti per comprendere come si muoverà la Germania in questo ambito. Si parla di sostenibilità del debito, che tra le soluzioni prevede il taglio alla spesa pubblica e l’aumento delle tasse, e di rafforzare l’applicazione del Patto e quindi dei suoi parametri. Sul Recovery le parole sono molto più chiare: “è uno strumento limitato in termini di tempo e quantità“.

Non c’è dubbio che la nuova coalizione sia risolutamente europeista. D’altronde la SPD è uno dei partiti più autorevoli e longevi presenti all’interno delle istituzioni europee. Lo stesso discorso vale anche per i Verdi (meno longevi e più critici ma che non mettono in discussione l’appartenenza della Germania all’UE) e per i liberali di FDP. Ciò che può variare, però, è l’idea d’Europa di queste formazioni politiche e le conseguenti relazioni con gli altri Paesi dentro (e fuori) i confini continentali. D’altronde, il funzionamento dell’Unione è sempre dipeso dalle alchimie personali e dalla capacità di creare alleanze durature. Gli equilibri europei, in sostanza, dipenderanno anche dall’abilità di Scholz di operare una sintesi tra le diverse collocazioni ideologiche dei partiti anche sui grandi tavoli europei.

Anche il discorso della leadership europea non potrà essere sottovalutato. Il posto della cancelliera Merkel non resterà vacante a lungo e con un governo in rodaggio e le elezioni francesi dietro l’angolo la “special relationship” tra i teutonici e i transalpini è più traballante che mai. A questo proposito gli analisti hanno notato un inclusione dell’Italia all’interno di questo consolidato ingranaggio, dato che il 25 novembre scorso è stato firmato un trattato di amicizia (soprannominato il “Trattato del Quirinale”) che, tra le altre cose, ha l’intento dichiarato di recuperare il logorato rapporto di buon vicinato tra Roma e Parigi.

La coalizione semaforo rappresenta un’assoluta novità ed è anche un esperimento importante per comprendere quanto le necessità di cambiamento certificate dall’opinione pubblica con il voto potranno trovare un risvolto politico. Da un lato c’è chi predica una svolta (i Verdi), dall’altro c’è la volontà di non rinunciare al benessere acquisito e acquisibile (FDP). Al centro c’è la leadership di Scholz. L’alchimia tra le formazioni minori determinerà il successo del nuovo esperimento.

Donatello D’Andrea

5 x mille Survival
Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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