La cancel culture e l'insostenibile leggerezza della lettera di Harper's
Fonte: Pixabay via psychologytoday.com

Questa è la cronaca di un equivoco: l’equivoco mediatico secondo il quale la cancel culture, erroneamente accostata a movimenti come MeToo e Black Lives Matter, e la lettera di Harper’s Magazine a difesa di “giustizia e dibattito aperto” siano i due opposti di un serrato dibattito pubblico sulla libertà d’espressione. Spiace infrangere quest’illusione solipsista di massa, ma non è così: Tamika Mallory e Noam Chomski sono in realtà dalla stessa parte della barricata. Se la saggezza popolare vuole che tra i due litiganti il terzo gode, in politica si tratta di una sempre verificabile conseguenza logica di causa-effetto. Questi reciproci assalti fratricidi tra parti che condividono anche solo in parte degli obiettivi hanno sempre affossato il campo politico-sociale che si riferisce alla sinistra, e favorito o sostenuto le destre. Parola di Sun Tzu: gli scontri muscolari e logoranti andrebbero sempre assai riflettuti, soprattutto quando il nemico più insidioso si staglia minacciosamente, nascosto e allo stesso tempo in bella vista.

Lo stigma della cancel culture

La cancel culture, invero, nemmeno esiste. Si tratta di uno stigma perpetrato dai nemici del progressismo, fondato però sugli errori politici e sui fraintendimenti culturali altrui. Infatti, si scrive cancel culture, si legge rimozione. Rimozione freudiana, più che altro: il passato coloniale, classista e sessista delle società occidentali, presentificato in ormai repellenti vestigia materiali o verbali, viene accantonato nei meandri dell’inconscio. Infatti, demolire statue di figure perché compromesse con quel passato, o per lo stesso motivo assaltare mediaticamente aziende, produzioni culturali e persone che esternano dichiarazioni o attuano comportamenti censurabili, potrebbero riuscire a cancellare quel passato, ma solo apparentemente il presente. Non bisogna perdere di vista che le manifestazioni simboliche, per quanto armi formidabili nella lotta politica, sono sovrastruttura.

Il fervore di quella che si può definire cancel culture è proprio di frange minoritarie, impreparate e/o opportunistiche, non direttamente riconducibili ai movimenti per la giustizia sociale, e si insidia nel campo progressista affondando le radici nel suo opposto. Il perbenismo, il benaltrismo, il cosiddetto politically correct, sono sempre stati strumenti della destra per preservare lo status quo e ribadire i dogmi morali, sociali, economici. Assorbire queste modalità comunicative e di lotta, pur in teoria ribaltandole, è già di per sé una cocente sconfitta culturale. Questo è vero tanto più se non si transige rispetto ad interpretazioni integraliste dei prodotti artisitici. L’anti-dogmatismo e il materialismo intesi in senso marxista (nello specifico di György Lukács) partono da premesse completamente differenti: il contesto, attualizzato criticamente, deve essere la chiave interpretativa di ogni riflessione sull’arte, per ribadire la sussistenza delle proprie premesse valoriali.

cancel culture
Fonte: Stephen Lam / Reuters

Le battute a sfondo sessista o razzista di capolavori della comicità come The Office o I Simpson mettono in luce la disparità nel linguaggio e nelle società che le hanno prodotte. Inscenare l’eccesso di comportamenti, abitudini e relazioni proprie dell'”uomo medio” equivale a denunciarlo, e veicola un messaggio dirompente che merita considerazioni più profonde. Secondo il regista ed intellettuale Woody Allen, vittima illustre di un processo mediatico infondato, ma soprattutto di una vera e propria censura negli Stati Uniti, la comicità è data dalla somma di tragedia più tempo. Queste premesse possono essere portate all’estremo anche nel contesto di rappresentazioni artistiche che si possono definire drammatiche perché legate a personaggi controversi. Si pensi al paradosso di David Griffith e Leni Riefenstahl, due cineasti di rilevanza capitale nella storia del grande schermo, ma vicini l’uno al suprematismo bianco, l’altra al nazionalsocialismo. Scandagliare le espressioni culturali del passato, anche quando impregnate dai sostrati ideologici più deteriori, deve avere senso speculativo, mai semplicemente effetti censori. Ciò che si nasconde agli occhi si cela anche alla mente, e impedisce la decostruzione critica di rappresentazioni sessiste e stereotipate di film come Via col vento e Fantasia.

Si può invece riflettere in termini politico-strategici per riferirsi alla storia, alle icone, persino alla toponomastica: non basta abbattere le effigi di Colombo o dei sudisti per cancellare le conseguenze storiche della colonizzazione delle Americhe e del razzismo sistemico. Partendo dalla consapevolezza che le battaglie sui simboli possono essere fondamentali, utili a riaffermare con forza valori e ad avanzare rivendicazioni, bisogna comprendere che altrettanto non devono assurgere a rilevanza mediatica maggiore degli obiettivi politici, fino a monopolizzare il dibattito pubblico.

Le propensioni culturali da cancel culture hanno ulteriormente peggiorato la qualità di un dibattito sul web attraversato dall’adozione di comportamenti squadristi vicini all’hate speech, all’online shaming e al maccartismo, che oltre ad apparire deteriori, promuovono la semplificazione estrema e la mortificazione del dibattito, dandogli un senso moralistico. Tanto più quando si risolve nell’indirizzare troppa attenzione alle dichiarazioni o ai comportamenti di celebrities e intellettuali. Un livello di contesa lontano dalla vita sociale, che, nonostante il peso mediatico di certe figure, si ferma in superficie e raccoglie adesioni strumentali ed ipocrite (il doppiaggio “etnico”, la rettifica dei nomi di detersivi e gelati, la censura di film controversi). Un dibattito che costituisce un diversivo per distrarre le masse, quando le discriminazioni e le disuguaglianze sistemiche necessitano di una strategia che metta al centro direttamente i diritti cogenti. Nelle parole di Malcolm X: «l‘uomo bianco cercherà di soddisfarci con vittorie simboliche, piuttosto che con l’uguaglianza economica e la giustizia». Ebbene, la cancel culture può costituire uno stigma potente che sarebbe auspicabile non avallare.

La lettera di Harper’s, sindrome da parresia

Un intervento pubblico, che nelle intenzioni voleva essere un’opportuna e puntuale precisazione di questi fraintendimenti, ha cercato di rispondere a quest’esigenza. Si tratta di una lettera firmata da 150 tra pesi massimi della cultura, studiosi e intellettuali (tra i quali Noam Chomsky, Sulman Rushdie, Gloria Steinem, Margaret Atwood e la controversa J.K. Rowling), pubblicata alla rivista Harper’s Magazine, e si apre con un’accusa roboante: “le nostre istituzioni culturali sotto processo“. Si sottolinea quanto l’ondata di proteste per la giustizia sociale e razziale, mossa da obiettivi pienamente condivisibili, porti in risacca la propensione ad indebolire le regole di un dibattito aperto in favore dell’uniformità ideologica. Si disegnano approssimativamente i contorni di una mentalità intollerante, moralistica e censoria, laddove queste tendenze politiche deteriori sarebbero in piena espansione presso l’intero spettro politico, tra parti sì contrapposte, ma che in questo senso sarebbero equiparabili. La cancel culture, paragonabile alla rivoluzione culturale maoista, si tradurrebbe in “purghe professionali” efferate e irreparabilmente dequalificanti. Bisogna difendere, dunque, la libertà di parola ad ogni costo.

Gli intellettuali della lettera di Harper’s, nel rimuovere o consegnare a note a piè di pagina l’assunto che le società sono effettivamente sessiste, classiste e razziste, partono da un presupposto erroneo e pericoloso, il totale disimpegno rispetto al contesto politico. No, non possiamo avere il diritto di esprimere le opinioni che più ci aggradano senza temere conseguenze (mediatiche, ma anche civili e/o penali). La concezione di una libertà d’espressione senza incorrere in responsabilità è promossa dall’estrema destra, che così salvaguarda, propaganda e sdogana la propria agenda politica, nascosta sotto la maschera del politicamente scorretto e della tutela delle radici culturali. Con queste premesse, si parte da Hannah Arendt ma si arriva ad agevolare Donald J. Trump, pure considerato dai firmatari “minaccia suprema alla democrazia“. L’equiparazione fuori luogo tra opinioni che partono da premesse ideologico-valoriali che equiparabili non sono, parafrasando Popper, uccide con lento sanguinamento i sistemi democratici come Tocqueville li aveva concepiti.

lettera di Harper's
Fonte: freepressjournal.in

Contenutisticamente asfittica e politicamente vaga, la lettera di Harper’s si presta a questa pericolosissima eterogenesi dei fini, nonché ad un’insostenibile parresia deresponsabilizzante, che sminuisce il ruolo storico degli intellettuali stessi. Per scagliarsi contro la cancel culture, si colpiscono i movimenti per la giustizia razziale e sociale, inficiandone la marcia, senza distinguo e precisazioni rilevanti e considerazioni utili al dibattito, in un momento politico delicatissimo. Sottolinea un problema reale, ma strumentalmente e in modo personalistico, e non si pone di risolverlo.

Soprattutto, i firmatari non operano una scelta di campo netta a favore di quei movimenti che esprimono il cambiamento sociale, nonostante alcune pulsioni degenerative, peraltro non immediatamente ed ufficialmente riconducibili ad essi, e che sono indiscutibilmente “dalla parte giusta della storia”. Tutto ciò proprio nel momento in cui la loro forza propulsiva è all’acme, ma altrettanto si può dire della loro fragilità politica: manifestazioni anti-razziste in nome di George Floyd attirano l’attenzione del mondo e pongono questioni quali la riforma della polizia e l’uguaglianza salariale, mentre da più parti si minaccia l’intervento dell’esercito e arresti di massa. Il focus dei firmatari della lettera di Harper’s, se non in malafede, è dunque quantomeno fuori fuoco: la strumentalizzazione della cancel culture è auto-alimentata anche dai “liberali a tutti i costi”.

Il cannibalismo progressista

Latita, drammaticamente, una strategia politica intersezionale, a livello socio-economico ma anche e soprattutto culturale, che saldi gli intellettuali della lettera di Harper’s e i movimenti di emancipazione e dei diritti, partendo da punti comuni razionali ed evidenti, per intestarsi l’onere e l’onore di una battaglia condivisa contro l’agenda anti-progressista, anti-scientifica e anti-sociale di personaggi come Trump. Prima politicamente accerchiato, il Presidente ha potuto rilanciare la sua campagna elettorale per la rielezione con il discorso ai piedi del monte Rushmore “in difesa della storia”, proprio insinuandosi tra reciproche contraddizioni e contrapposizioni del campo avverso, impantanato e logorato da un dibattito astratto e simbolico, de-focalizzato e talvolta pretestuoso, nel quale tutti hanno torto e nessuno ha ragione. La destra identitaria e reazionaria gongola. Chi controlla il passato controlla il presente, chi controlla il presente controlla il passato, sosteneva George Orwell. Ci permettiamo di aggiungere che chi controllerà il futuro, si prenderà entrambi. Un monito efficace per rammentare ai convitati alla tavola del cannibalismo progressista che è urgente porsi innanzitutto questo problema.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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