Salento All Stars, l'essenza della penisola salentina e delle sue intriganti contraddizioni
Fonte: Sollevante Press Office

Da qualche anno a questa parte in Puglia si respira un’aria nuova, positiva e di cambiamento: un valido e rappresentativo esempio di questa inesauribile fucina di creatività, impegnata nel garantire un riscatto culturale e sociale, ce lo forniscono i Salento All Stars. La formazione musicale originaria di Aradeo (LE), con grande orgoglio, porta nel nome il proprio luogo d’origine e si impegna, canzone dopo canzone, a raccontare una terra che, tra luci ed ombre, lascia sempre un segno indelebile in chiunque muova dei passi al suo interno ma troppo spesso, il più delle volte sotto un’ottica negativa, finita sotto i riflettori.

L’ombra arcaica, epica e fiera della Magna Grecia, distese disuniformiche di granelli di sabbia dorata che fanno da contorno a fondali cristallini, strettissime viuzze pullulanti di palazzi nobiliari e fatiscenti case popolari, un animo folcloristico da mozzare il fiato: attraente e rude, sontuosa e, sciaguratamente, dilaniata dalla propria indolenza e scarsa coscienza della propria amenità, la regione di appartenenza del collettivo guidato da Davide Apollonio racchiude in sé un guazzabuglio di ricchezza paesaggistica, storica ed architettonica non di poco conto, nonché tutte le inconciliabilità della nostra penisola.

Tralasciando il “mostro” e le sue ciminiere, la malavita organizzata ed il susseguirsi di amministratori locali che seguono le logiche del “ce me ne ‘mport a me!”, esiste una parte sana e coesa impegnata nel denunciare le problematiche irrisolte al fine di far tornare l’area, tra le più suggestive dell’Italia intera, ai fasti di un tempo: raccolti sotto uno stesso tetto la cremé della scena artistica salentina e non, i Salento All Stars hanno pubblicato, a distanza di sei anni dal precedente lavoro discografico, “L’era del cigno bianco”, album che si compone di dieci tracce e che, essendo frutto della collaborazione, vuole essere un monito per ripartire insieme, gettando nuove fondamenta.

Per saperne di più abbiamo posto qualche domanda a Davide Apollonio, fondatore del progetto:

Se nel vostro primo disco “Made in Salento” avete sposato la tradizione rispolverando sonorità tipiche della penisola salentina, nel successivo vi siete spinti, pur non sdegnandole, verso nuovi lidi. Quest’inversione di tendenza è dettata esclusivamente da un marcato desiderio di sperimentazione oppure si tratta di una scelta volta a soddisfare nuove esigenze comunicative?

«Lo sviluppo di un sentimento collettivo riveste un ruolo cruciale nel nostro modo di intendere la musica; il nome dato alla nostra formazione vuol essere, in tal senso, emblematico. Ciò malgrado riteniamo che un artista, in quanto tale, debba slegarsi dai soliti cliché e convinzioni limitanti, mettendosi costantemente alla prova con prove sempre nuove. Il cambio stilistico è nato principalmente da esigenze artistiche e comunicative: in questo recente album, pur non scordandoci le nostre origini, abbiamo volutamente abbracciato musicalità differenti rispetto a quelle alle quali eravamo sinora abituati, con la speranza di giungere anche all’orecchio delle generazioni dell’epoca moderna.»

Al di là della musica, ciò che colpisce maggiormente è l’identità di gruppo ben definita che si è venuta a creare. Come siete riusciti a conciliare nel progetto Salento All Stars i trascorsi musicali di artisti ciascuno con un background eterogeneo?

«Il fatto che ogni brano derivi da un’idea antecedente sviluppata ad hoc dal punto di vista compositivo e tematico, influisce in maniera preponderante sulla natura del progetto stesso. Nel pieno rispetto della libertà artistica ed espressiva, le sonorità delle nostre canzoni costituiscono un melting pot all’interno del quale confluiscono molteplici generi musicali, dal rock al reggae passando dal funky, al pop e al folk. La timbrica vocale di Alfredo Quaranta – filo conduttore di ogni nostra produzione – che ben si presta a variazioni formali e la ripartizione delle competenze specifiche fra ciascun membro sono il collante che rendono possibile quanto enunciato.»

In un paesaggio umano, naturale ed urbano, quale quello pugliese, che suscita meraviglia, genera speranze e alimenta il senso d’identità incombono terreni arsi ed accidentati che si sovrappongono alla bellezza incontaminata, portandola in secondo piano. Può una canzone smuovere le coscienze su tale triste fenomeno che, peraltro, ha ricadute pratiche sulla rappresentazione del Salento verso l’esterno? Quale obiettivo si prefigge un album come “L’era del cigno bianco”?

«La musica è, senza ombra di dubbio, tra i mezzi veicolatori di messaggi più potenti; il solo trovarsi materialmente sul palco, ad un metro di altezza rispetto a chi si ha di fronte, investe, pertanto, di una responsabilità enorme. Siamo dell’opinione che la diffusione di cultura, verità e conoscenza sia tra i pilastri fondamentali che un musicista è tenuto a rispettare. Detto ciò, “L’era del cigno bianco” offre uno spaccato del territorio salentino, con tutte le sue passioni e ambiguità: l’album racconta speranze ed ansie di chi vive in un lembo di terra immerso nel Mediterraneo in questo dato frangente storico.»

Una società vivace e unità, brulicante di fermenti e di voglia di costruire può già di per sè costituire un ponte verso l’“era del cigno bianco” o sono necessari ulteriori elementi?

«Apertura, solidarietà ed impegno costituiscono, a nostro avviso, un volano straordinario che metterebbe in moto meccanismi sociali giganteschi, volti ad apportare notevoli migliorie al territorio. Sia come salentini che come italiani, ci auguriamo che ben presto alle belle parole si facciano corrispondere i fatti, che l’“era del cigno bianco” sia prossima all’avvento.»

Vincenzo Nicoletti

Greenpeace

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