Erdogan, Turchia e ISIS in Siria: facce della stessa-medaglia
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L’annuncio di una nuova offensiva contro i curdi, da parte del Presidente Erdogan, ha riacceso il dibattito sull’ambiguità della sua politica estera, sull’irredentismo curdo, sul ruolo della mezzaluna in Siria ma soprattutto sui rapporti che legano la Turchia e ISIS/IS.

In particolare, la segreta collaborazione tra le due “entità statuali” riguarderebbe il commercio delle armi, del petrolio e soprattutto la protezione dei jihadisti nel proprio territorio. A rendere ancor più verosimile l’esistenza del sodalizio è proprio il fatto di aver intensificato le offensive contro i curdi nel periodo di massima difficoltà per lo Stato Islamico. “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina…”

Turchia, ISIS e il sodalizio economico-militare

Un legame, quello tra Turchia e ISIS, che è stato coltivato negli anni, ancor prima del celeberrimo 4 luglio 2014, data in cui venne fondato lo Stato Islamico. Come anticipato, il legame esistente tra le due “entità statuali” non è di tipo diplomatico, ovviamente, bensì di tipo economico-militare: dal supporto logistico ai contributi bellici, passando per il commercio del petrolio (la Turchia è il primo acquirente) e il supporto finanziario. Addirittura, pare che Ankara abbia accettato di curare i feriti del califfato all’interno dei suoi ospedali.

Il nuovo dossier del Rojava Center for Strategic Studies ha raccolto tutte le prove a supporto della tesi sopra riportata, racchiudendole in uno studio molto dettagliato.

Questo sodalizio, del tutto ingiustificato alla luce della politica estera “ufficiale” della Turchia, è anche un deterrente negativo per la stabilità del Medio Oriente e soprattutto della malcapitata Siria. Infatti, come in tutte le guerre, le distruzioni, la morte di centinaia di migliaia di persone e i continui ribaltamenti di fronte continuano a rendere un inferno la vita di quel pezzo di mondo, in perenne stato confusionale e identitario.

Il resoconto del dossier non è stata una sorpresa. Da diversi anni Erdogan fornisce manforte ai terroristi dello Stato Islamico. Nonostante ciò, alcuni Paesi continuano a negare pubblicamente il ruolo intrattenuto dalla Turchia in questa vicenda, come la Germania. Angela Merkel, infatti, da un lato protesta per il ritiro delle truppe americane dalla Siria, dall’altro però continua a sconfessare i legami fra Turchia e Isis.

Un crogiolo di posizioni diverse tra loro ma tutte convergenti nello stesso punto: l’ambigua politica estera della Turchia. Da un lato il rapporto privilegiato con la Russia, che fornisce materiale militare e nutre interessi particolari nel mantenimento dello status quo ante in Siria, dall’altro l’appartenenza alla NATO e la volontà di entrare a far parte dell’Unione Europea.

Nonostante i media occidentali non abbiano più dedicato molto spazio alle vicende siriane e soprattutto a quelle inerenti il terrorismo islamico, considerato sconfitto, la situazione continua ad essere molto tesa all’interno del delicato quadro geopolitico mediorientale.

Turchia, ISIS e il confine in Siria

Secondo il dossier, almeno il 90% dei combattenti stranieri sono passati indisturbati dal confine fra la Turchia e la Siria. Un via-vai che ha disturbato molto gli Stati Uniti, soprattutto dopo la pubblicazione di alcune foto che ritraevano soldati turchi e jihadisti scherzare animatamente. Si conta che dal 2015 circa 70mila persone abbiano attraversato questo confine per unirsi alla causa fondamentalista.

Nonostante il monito da parte della Presidenza Trump di inasprire i controlli lungo la frontiera di 911 km che divide i due Stati, il governo di Erdogan ha continuato a favorire l’entrata e l’uscita dalla Turchia dei fondamentalisti per tutta la durata del conflitto. Inoltre, alcuni giornalisti hanno raccontato di come alcune cellule dell’ISIS siano tornate in Europa per compiere attentati suicidi proprio attraverso la Turchia.

Il passaggio attraverso il confine ha riguardato anche armi, equipaggiamenti e medicine. Il tutto con il beneplacito dell’amministrazione Erdogan che, addirittura, curava le relazioni con lo Stato Islamico tramite degli “ambasciatori”.

Ovviamente ciò che era consuetudine per i miliziani (e non) di Abu Bakr-al-Baghdadi, non lo è mai stato per i civlili curdi e siriani, i quali continuano tuttora a subire le angherie dell’esercito turco. La Human Rights Association ha raccolto almeno 356 casi di violenze nei confronti dei civili che cercavano di passare il confine.

La guerra parallela di ISIS e Turchia contro i curdi

Il sodalizio economico e commerciale, prevede a quanto pare, anche una collaborazione in ambito militare. Oltre alla fornitura di armi e di supporto logistico, entrambi gli “Stati” si son impegnati in una lotta serrata contro i miliziani curdi.

Il Nord Est della Siria, roccaforte dell’unità territoriale curda, è stato di recente impegnato in una feroce lotta per la sopravvivenza contro l’esercito di Erdogan, il quale ha invaso la città di Afrin, entro cui si sospetta siano confluiti alcuni capi dell’ISIS, e attaccato il campo profughi di Maxmur (ospitante circa 13mila persone). A supporto delle operazioni militari turche, l’ISIS ha compiuto numerosi attacchi attraverso varie cellule, contro le manifestazioni del Partito Democratico del Popolo (partito turco di sinistra filo-curdo).

Il colpevole silenzio dell’Unione Europea

Nonostante il dossier, le evidenze e addirittura le dichiarazioni di ex miliziani dell’ISIS sul “sodalizio turco“, l’Unione Europea continua a mantenere un rigoroso e colpevole silenzio sulla vicenda. La Germania continua a rifiutare il coinvolgimento del governo di Erdogan all’interno di questa complicata vicenda.

I rapporti tra Bruxelles e Ankara, comunque, non sono mai stati semplici, poiché l’Unione Europea non può non considerare la palese quasi totale assenza dello Stato di diritto all’interno delle istituzioni turche. Così come sono evidenti le continue violazioni dei diritti umani a danno dei profughi siriani (circa 3,5 milioni).

Inoltre non può essere ignorata la situazione della stampa, con circa 170 giornalisti in carcere (“record” mondiale) e l’ancora irrisolta questione cipriota. A questo proposito in Marzo è stata approvata dal PE una risoluzione non vincolante facente rifermento alle numerose violazioni umanitarie da parte della Turchia, candidata all’ingresso nell’UE.

La risoluzione, la quale ha portato la stessa UE a prendere in considerazione l’interruzione della procedura di adesione della Turchia all’Unione Europea, è stata commentata in malo modo da parte delle autorità turche che l’hanno considerata come frutto della propaganda xenofoba di destra. Tale decisione da parte dell’UE ha portato Erdogan a virare verso altri orizzonti acquistando un sistema di difesa missilistico di fabbricazione russa (primo Paese NATO a farlo), interrompendo al contempo la fornitura di F-35.

Ciò ha provocato lo sdegno dell’amministrazione Trump, il quale però non si è tradotto in un provvedimento sanzionatorio. Ciò perché il Presidente ha capito di dover fare il gioco di Erdogan onde evitare un ulteriore avvicinamento della strategica Turchia all’asse russo-cinese.

Un ragionamento simile, evidentemente, è stato fatto dall’UE che, nonostante abbia manifestato preoccupazione per il degenerare dello status dei rifugiati siriani in terra turca, ha evitato di prendere una posizione ufficiale nei confronti di Erdogan sulla base del sodalizio turco-fondamentalista.

La Germania, ad esempio, ospita al suo interno una folta comunità turca e intrattiene relazioni economiche e commerciali, oltre che diplomatiche, con l’amministrazione Erdogan. L’Italia, invece, rappresenta un partner commerciale importante per il paese della mezzaluna, oltre che un ottimo fornitore di armi e di mezzi civili e militari. Il rischio di una crisi diplomatica potrebbe interrompere anche questa “felice collaborazione”. Il prevalere delle istanze statuali, su quella che avrebbe dovuto essere una politica estera comune, dunque, ha colpito ancora una volta.

Dalla questione migranti a quella turca, l’assenza dell’Unione comincia a farsi davvero pesante. La detenzione, il maltrattamento e addirittura l’esecuzione di migliaia di persone, in Siria e sul confine curdo, non rientra evidentemente negli interessi delle singole entità europee che, dal canto loro, preferiscono continuare a rimpinguare l’ambigua macchina diplomatico-statuale turca, in un gioco delle parti che premia tutti tranne che l’umanità.

Donatello D’Andrea

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