Noemi, la camorra e Napoli

Quando abbiamo appreso che la piccola Noemi, dopo sette strazianti giorni di preghiera, ha ripreso conoscenza uscendo dal coma in cui era stata indotta, è stato un po’ come se avessimo ricominciato a respirare insieme a lei; come se Napoli avesse ripreso a inalare la brezza marina, lo sforzo pneumatico della schiuma sugli scogli. Se avrà fortuna, la bimba riuscirà col tempo a lenire il ricordo oppressivo che le sbatterà in faccia l’incombente assillo di un proiettile, esploso da un bossolo chiamato camorra, che le trapassa i polmoni. È certo invece che a dimenticarlo del tutto saremo noi, non appena la vicenda avrà accumulato abbastanza polvere da finire nel ripostiglio degli spiacevoli episodi, assieme ai volti senza più fattezze e al sangue senza più colore.

Ha chiesto delle bambole, Noemi, ed è stata subito accontentata. Potendo scegliere, forse avrebbe preferito giocarci sul pavimento di casa sua, anziché fra le pareti asettiche ed estranee dell’ospedale Santobono; ma non si può avere tutto dalla vita, figuriamoci dalla morte. È sveglia, reagisce bene, e tanto basta ad accontentarsi, ora, e a coprire di sollievo la disperata angoscia delle ultime ore. Un’angoscia che è stata umore per la città intera, per Napoli tutta, secondo quello spirito di empatia e condivisione che anima l’antropologica essenza del popolo partenopeo.

Bastasse questo, potremmo chiudere lo scatolone e archiviarlo con la dicitura “Storia a lieto fine” scritta con il pennarello nero, come una decorazione natalizia qualsiasi. Ma non può esserci letizia nel raccontare la tragedia di Noemi, nonostante l’amorevole dedizione dei medici, malgrado la spontanea solidarietà dei manifestanti, a cui non possono che andare lodi e gratitudine. C’è altro in questa storia e ometterlo sarebbe un delitto altrettanto grave: c’è la camorra, la sua longa manus stagliata su una quotidianità resa impossibile da consumare, la prepotenza nell’inculcarsi ovunque, al di fuori dei recinti immaginari in cui un certo buonpensiero aveva provato a relegarla.

La camorra agisce e colpisce e Noemi ne è solo un esempio che non oso definire fortunato, in ogni vicolo che è vaso linfatico, ogni piazza che è ganglo nervoso, ogni spazio che è viscera di un ventre squarciato dalla sottomissione e dall’impotenza. I cittadini, questi eroi coraggiosi che ardiscono anelare alla normalità, hanno buon gioco a sfilare in lunghi cortei, a esporre eloquenti striscioni, a conclamare la loro rabbia. Al di fuori di queste oasi di ribellione, Napoli è un deserto inaridito da omertà, opportunismo e perfino approvazione. Le istituzioni improvvisano con patetica inadeguatezza. Il sindaco De Magistris, pur nella sua ammirevole rettitudine, sembra avere le idee piuttosto confuse, al punto da correlare gli episodi di Gomorra con le recrudescenze camorristiche.

Non avrei mai immaginato di doverlo sottolineare, ma no, non sono le nuove puntate di Gomorra a causare il ritorno della camorra fra le strade di Napoli, esattamente come dopo ogni puntata di Game of Thrones non si vedono draghi planare sul Vesuvio. Il cardinale Sepe, intanto, desidera portare la bambina da papa Francesco. Troppo tardi, mi verrebbe da dire: il miracolo l’hanno già compiuto i medici del Santobono, non è più necessario. Quanto a Salvini è inutile esprimersi: attenderemo un selfie mentre mangia una pizza da Sorbillo con indosso una felpa con su scritto “NOEMI”.  

A preoccuparmi di più, tuttavia, è questa ondivaga indignazione a orologeria, il procedere per fiammate di senso civico che una volta esaurito il propellente dell’attenzione mediatica sfumano nella catalessi sociale. Escludendo una sparuta minoranza – che restando sul piano del realismo non può, né mai potrà sostituirsi alla maggioranza silenziosa – il resto di Napoli, anzi del mondo sembra ormai assuefatto a una costante divenuta abitudine. E dall’abitudine, è risaputo, nasce la necessità. La necessità di purificare le proprie colpe attraverso indulgenze autoassolutorie, di risanare il debito morale con la propria coscienza pretendendo di essere contro questo o quello, senza tuttavia mai risolvere il dualismo tra etica e pragmatica che ci porta a chiudere gli occhi, serrare la bocca, tappare le orecchie. Noemi non è la panacea della salvezza, non è l’emblema di una qualche sorta di benevolenza divina, è soltanto una vittima che ha la fortuna di respirare ancora, e il suo risveglio dal coma non è il risveglio di una città che nel coma versa da molto più tempo.

Per cui smettiamola di usare Noemi come pretesto di una propaganda fasulla o peggio, come elemento di un’iconologia della riscossa che semplicemente non esiste. Lasciamo che torni ai suoi affetti, alla sua vita e auguriamole che possa essere lunga e felice. Poi ricominciamo a guardarci negli occhi e a chiederci perché abbiamo sbagliato di nuovo.

Emanuele Tanzilli

Immagine di copertina: SkyTg24

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