Donald Trump, Pacifismo
Fonte: Wired

Il modo in cui certe verità arrivano ad assumere una certa rilevanza storica, imponendosi per larghi tratti all’interno del dibattito pubblico, rappresenta uno di quegli stimoli che spingono a revocare la fiducia nel progresso dell’umanità. O quantomeno – per essere più politically correct – provare a capire cosa sia andato storto nella costruzione del senso comune. Sì, perché, dopo i comunisti che mangiano i bambini, «Mussolini ha fatto anche cose buone» e l’esistenza del folletto con la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, il (fin troppo) presunto pacifismo di Trump si aggiudica come minimo l’award della balla più grande della storia recente.

Non fosse altro che, in tutta onestà, sfugge decisamente quale sia stato il gesto preciso intorno al quale è stata strutturata questa meravigliosa verità: in effetti, viene difficile pensare che i simpatici balletti in cui si è esibito ai suoi comizi abbiano contribuito ad altro che non fosse offrire materiale per meme. Una cosa è sicuramente vera, e cioè che gli Stati Uniti si reggono su un terreno politico e sociale estremamente scivoloso ed interpretarne le dinamiche è sempre un esercizio complesso. D’altra parte, come evidenziato da alcune indagini condotte sulla popolazione statunitense (che poi il discorso si applica, manco a dirlo, anche agli israeliani), il parere positivo rispetto all’uso dei droni militari, prescindendo da ogni tipo di valutazione relativa ai rischi che questi strumenti comportano, è estremamente diffuso.

Trump e la guerra dei droni

Ed è proprio l’uso dei droni militari da parte degli Stati Uniti il primo degli elementi necessari a decostruire la “grande bugia” che ascrive il trumpismo ad una dottrina pacifista. L’utilizzo degli UAV (Unmanned Aerial Vehicles) si è intensificato recentemente come mezzo di supporto nella lotta al terrorismo, in virtù delle possibilità offerte da questi stessi strumenti di consentire un impiego meno massiccio di forze militari in maniera attiva sui territori di guerra e di colpire direttamente il bersaglio oggetto dell’attacco. Non è un caso che si parli proprio di targeted killings, che, in linea di principio e sulla base delle caratteristiche proprie di queste armi, dovrebbero scongiurare ogni tipo di danno collaterale ai civili. In linea di principio, appunto. Già, perché il meccanismo di pilotaggio da remoto degli UAV instaura una sorta di meccanica videoludica nella quale l’operatore, praticamente scollato dalle dinamiche proprie del campo di battaglia, è portato a prendere decisioni più superficiali senza valutare con adeguata accuratezza il bersaglio oggetto dell’attacco. L’effetto è inevitabilmente disastroso per le comunità che circondano gli obiettivi dei raid.

Questi strumenti, potenzialmente utili a scongiurare la minaccia terroristica senza alcun danno collaterale, si sono progressivamente convertiti in armi portatrici di morte e asservite alle logiche utilitaristiche dei governi, i quali cavalcano le zone grigie concesse dal diritto internazionale per giustificare i più cruenti attacchi con i droni. L’amministrazione Bush aveva iniziato a collaudare questa tecnologia all’alba del nuovo secolo, ordinando i primi voli ben prima dell’attacco alle Torri Gemelle; Obama ne ha poi intensificato l’uso del 50%; Trump, che diversamente dal suo predecessore democratico non è mai stato realmente definito un guerrafondaio, ne ha ulteriormente incrementato l’utilizzo. Basti pensare che nel 2016 sono stati ordinati 44 raid con UAV in Yemen: l’anno successivo, il numero di queste operazioni è salito a 100. Insomma, Trump, che non ha mai dichiarato ufficialmente guerra a nessuno, non si è mai neanche lontanamente discostato da quella tradizione americana, tanto democratica quanto repubblicana, fondata sulla violenza. Anzi, probabilmente l’ha addirittura esacerbata.

Gli Accordi di Abramo: squarciamo il velo di Maya

La sua azione esterna si è mossa perennemente nel segno della dialettica tra i suoi due volti, uno concertativo e l’altro intransigente: chi ha fatto il nome di The Donald in vista delle candidature ai Nobel per la pace del 2021 ne riesce a vedere, per incapacità o per partitismo, solo uno, il primo, che rappresenta la punta ben solida di un iceberg che sotto nasconde un coacervo di interessi mossi dalla sola politica di potenza. Gli Accordi di Abramo – che forse più di ogni altra cosa hanno fatto da apripista alla massiccia proliferazione di questo senso comune – non sono tanto il frutto di una improvvisa vocazione pacifista, ma piuttosto sono il compromesso necessario per continuare a fare i propri interessi e quelli di Israele, il più importante tra i suoi partner mediorientali.

Ma se si può andare fuori strada rispetto alle reali intenzioni di Trump in un simile contesto, le conseguenze, invece, sembrano piuttosto chiare: il riconoscimento concesso a Israele da parte di Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan ha aggravato ulteriormente la situazione della Palestina e dei Palestinesi. Discorso analogo, tra l’altro, va inevitabilmente fatto rispetto al Marocco, quarto paese arabo a riconoscere Israele, ma a che prezzo? Il riconoscimento da parte americana della sovranità marocchina sulla zona del Sahara occidentale, su cui il Fronte Polisario, coerentemente con l’esercizio del suo diritto all’autodeterminazione, rivendica la sovranità da quasi mezzo secolo.

La firma degli Accordi di Abramo, che hanno goduto della mediazione di Trump. Fonte: The Globalist

Sempre sulla scia dell’argomento droni, lo stesso raid che ha portato all’uccisione del generale iraniano Soleimani è stato camuffato dietro un’operazione mirata alla liberazione del popolo iraniano assoggettato alla volontà dei terroristi. In verità, questa scelta comunicativa pare assai più uno specchietto per le allodole: una mera strumentalizzazione volta a giustificare l’intenzionale indebolimento di uno dei rivali geopoliticamente più scomodi per Israele. E se questa scellerata azione, ben al di fuori delle consolidate prassi diplomatiche, non ha avuto nel lungo periodo lo stesso effetto di una scintilla in una polveriera, è stata quasi solo questione di fortuna (un ruolo importante l’ha giocato sicuramente la crisi globale innescata dalla pandemia). Attualmente le tensioni tra i due Stati, benché lontane dal potersi riversare in un conflitto, vengono comunque periodicamente alimentate: la Repubblica degli Ayatollah nel giro di sei mesi ha chiesto per due volte un mandato d’arresto internazionale per Trump, l’ultimo qualche giorno fa. Non esattamente un attestato che si conferisce ad un pacifista, mettiamola così.

Trump e Bolsonaro: «Fammi vedere con chi te la fai e ti dirò chi sei»

Spesso si dice che uno dei modi migliori per qualificare una persona sia studiarne le frequentazioni: traslando il ragionamento su un piano squisitamente politico, potremmo dire che il presunto pacifismo di Trump venga ulteriormente mortificato dalla condivisione di ideali con alcuni illuminati del nostro tempo. Evitando di alimentare ulteriormente il discorso sulle “frequentazioni” con Netanyahu, stendendo un velo pietoso su Salvini e Meloni e glissando su Erdogan (con cui pure le frizioni ci sono state), uno dei grandi “amici politici” di Trump è Jair Bolsonaro. Quest’ultimo, oltre ad essersi reso protagonista di una disastrosa gestione della pandemia, costituisce anche la fonte di minaccia principale alla conservazione dell’integrità e della prosperità della foresta amazzonica e alla sicurezza delle popolazioni indigene che la abitano. Un problema che configura una doppia emergenza, tanto ambientale quanto umanitaria: scegliere quale delle due sia più urgente affrontare costituisce un dilemma irrisolvibile. Ciò che è ben chiaro, invece, è che chiunque si giri dall’altra parte, o assecondi tacitamente, è complice di indicibili nefandezze.

Time is over: la deriva violenta di un leader pacifista

Ma adesso il tempo è finito e il cerchio si è chiuso: Trump finisce il suo mandato quadriennale così come lo aveva iniziato, esercitando una retorica farcita di un linguaggio violento e istigatore. Vindica te tibi, avrebbero tuonato i Romani: nel 2016 erano i Messicani cattivi che entravano illegalmente negli Stati Uniti; ora sono i democratici che rubano le elezioni e progettano disegni satanici da dover scongiurare. L’assalto al Capitol Hill è stato solo la perfetta rappresentazione di quanto pericolosa possa essere una certa propaganda su determinati gruppi di persone. E ora si va verso l’impeachment, questa volta per davvero. Nonostante alla fine della presidenza Trump manchino poco più che una manciata di giorni, i democratici (e una cospicua parte dei rappresentanti repubblicani) stanno cercando in tutti i modi di rimuoverlo dall’incarico anche solo per il valore simbolico che questa azione potrebbe assumere a livello storico. E perché poi si teme che il presidente uscente possa utilizzare impropriamente i codici nucleari di cui ancora dispone.

L’onorevole Meloni si lascia andare ad un tweet che ci dà una visione piuttosto chiara di quali siano i parametri pacifisti della destra mondiale.

La deriva drammatica raggiunta da Trump è stata perfettamente esemplificata dal maestoso ed accorato discorso di Schwarzenegger, ex governatore della California per il partito repubblicano, che nel commentare i fatti di Washington ha rievocato un parallelismo agghiacciante, ma estremamente necessario, con il periodo del Nazismo e degli strascichi che si è portato dietro: «Tutto iniziò con bugie su bugie, e intolleranza […] io so bene dove portano queste bugie, mia madre e mio padre lo hanno vissuto».

Se tutto ciò cui gli Americani hanno assistito è frutto di un “semplice delirio” (che giustificherebbe l’attivazione del 25esimo emendamento) o di una marcata convinzione di (dis)valori e principi quantomai dannosi non è rilevante. Ciò che è rilevante è che non venga distorta una realtà poco interpretabile, e che il peggior presidente della storia americana non passi per un pacifista: sarebbe una mortificazione troppo grande per quanti della pace – vera, non viziata da interessi di fondo – hanno fatto un monito.

Vincenzo Marotta

Greenpeace

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