Iran Trump
Fonte: Farron Cousins, trofire.com

La miccia che potrebbe innescare l’esplosione fragorosa e micidiale della polveriera mediorientale è bicefala: le tensioni e le provocazioni reciproche tra Iran e Amministrazione Trump scompongono il panorama della politica internazionale ormai da diverso tempo, con intensità e crescendo sempre maggiori.

Se le frizioni tra America e Repubblica degli Ayatollah hanno radici politiche ed economiche quarantennali, queste hanno conosciuto un crescendo significativo dall’elezione di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Entrambe le potenze combattono la propria personale battaglia geopolitica in Medio Oriente, con obiettivi e visioni apparentemente inconciliabili. I rischi di uno scontro militare sono concreti, nonché di gravità e portata incalcolabili: una terza guerra mondiale del golfo.

Iran e Stati Uniti, nemesi (quasi) giurate

Poterlo credere richiede oggi un notevole sforzo di immaginazione, ma Iran e USA non sono sempre stati avversari. La millenaria monarchia degli Shah di Persia è stata fedele alleata di Washington durante gli anni della guerra fredda. Con la Rivoluzione Islamica del 1979, e la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana a Teheran, questo rapporto è irrimediabilmente cambiato: la tensione tra Stati Uniti e Iran è diventata endemica. I punti di frizione sono di ordine ideologico, geo-strategico ed economico.

L’Iran è una repubblica islamica fondata dall’Ayatollah Khomeini, retta da un sistema democratico con elezioni regolari, ma che pone al centro della complessa impalcatura istituzionale la guida suprema, oggi l’Ayatollah Khamenei. Eminente figura religiosa del clero sciita duodecimano, quest’ultima riveste un ruolo di controllo e di indirizzo sulla politica, guida le forze armate e tutela l’osservanza rigida della religione islamica, principale fonte di diritto della repubblica che è, appunto, teocratica e anti-occidentale.

Teheran, 1979: Khomeini fa ritorno dall’esilio (AP Photo/FY)

Il ruolo del Paese in Medio Oriente è quello di potenza militare e politica di prima grandezza, che esercita il ruolo di influente “protettore” delle comunità sciite della regione, dal Libano, alla Siria fino allo Yemen, partendo una prospettiva islamista e anti-globalista (seppure con diverse sfumature di complessità a seconda degli esecutivi), e cozza con il ruolo degli Stati Uniti nell’area, e in particolare con gli alleati sauditi e con Israele (che l’Iran non riconosce come Stato).

Il controllo di ingenti risorse di petrolio e gas sul territorio nazionale e la posizione strategica nello stretto di Hormuz e nel Golfo Persico, da cui transitano una parte consistente delle risorse energetiche del pianeta, completa un quadro di influenza cruciale, esercitata anche contro gli americani. A complicare ulteriormente le relazioni dei due Paesi si è inserito il tassello del controverso programma nucleare iraniano e delle sue applicazioni militari.

Hassan Rouhani, Presidente Iraniano. Fonte: Reuters

Nonostante la conflittualità quasi ontologica, a proposito dei rapporti Iran-Stati Uniti non si può parlare di univocità: momenti di crisi più o meno aspra si sono alternati a fasi di confronto e dialogo a seconda delle presidenze americane e dei governi, rispettivamente conservatori o riformisti, della Repubblica Islamica. Le pesanti sanzioni made in USA che gravano sull’economia iraniana sono state principale oggetto di contesa, ma anche di dialogo tra i due Paesi.

Una terza guerra mondiale del golfo, firmata Trump

Un dialogo fruttuoso tra Iran e Occidente aveva raggiunto risultati di altissimo profilo. Ad esempio a proposito della missione diplomatica PACG (Piano d’Azione Congiunto Globale), promossa dal presidente Obama e dal presidente riformista Rouhani per negoziare i termini del programma nucleare iraniano per limitarlo ai soli usi civili, in cambio di una graduale cancellazione delle sanzioni. L’accordo, per buona volontà da entrambe le parti, era praticamente concluso. Poi è arrivato Donald Trump, e con esso le sue disordinate strategie in politica estera.

Iran Trump
Fonte: ispionline.it

L’Iran è passato da alleato contro ISIS e partner di dialogo più affidabile e meno ambiguo della maggior parte dei Paesi della regione (come Turchia e Arabia Saudita), a “sponsor del terrorismo”, con accuse abbastanza pretestuose. A causa dell’aperta ostilità dell’intransigenza della nuova amministrazione americana, che ha accolto le posizioni ideologizzate dei falchi anti-iraniani della destra repubblicana, il dialogo sul nucleare si è interrotto bruscamente, e il rapporto tra i due Paesi è rapidamente precipitato.

In particolare i momenti di maggiore tensione si sono verificati negli ultimi mesi, in una pericolosa e imprevedibile escalation. I sequestri delle petroliere straniere nel golfo persico da parte dei Pasdaran (le guardie della rivoluzione iraniana) e l’attacco agli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais (responsabili della raffinazione del 50% del petrolio della monarchia wahabita alleata di Washington), di probabile matrice iraniana, sono eventi di gravità significativa, poiché a danno di interessi politici ed economici sensibilissimi, e per la loro repentina spregiudicatezza.

Iran Trump
Fonte: wallstreetitalia.com

Le conseguenze immediate del surriscaldamento politico nella regione del golfo sono state per ora le fortissime ripercussioni sul mercato globale dell’energia, con significativi aumenti del prezzo del greggio al barile e una estrema volatilità.

In risposta alle provocazioni iraniane, che nel frattempo ha ripreso l’arricchimento dell’uranio al di fuori del PACG, il Presidente Trump, anche attraverso il segretario di stato americano Mike Pompeo, ha paventato e minacciato apertamente l’intervento militare, forse incurante delle conseguenze che un conflitto simile provocherebbe: sicuramente la guerra totale nella regione e una crisi energetica, forse un conflitto su scala mondiale, per la portata degli interessi coinvolti e per la fitta rete di alleanze politiche che sottende la trama mediorientale (nella quale rientrano indirettamente anche NATO e Russia).

Dialogo oltre l’intransigenza trumpiana

La scellerata e irrazionale capriola diplomatica di Trump potrebbe dunque avere conseguenze disastrose. I rischi sono abbastanza concreti, anche se forse non immediati. Il conflitto armato è per ora tenuto a freno da due ordini di ragioni. Innanzitutto l’oggettiva e reciproca difficoltà tattica di un confronto aperto: l’Iran è considerato morfologicamente e militarmente quasi impossibile da invadere, e gli USA restano la prima potenza bellica mondiale. Inoltre, la consapevolezza delle conseguenze di immane portata di un simile scontro e del domino che ne conseguirebbe.

La strategia spregiudicata di Trump, animata da convenienze a metà tra propaganda e geo-strategia, espressa dalle sanzioni economiche sempre più aspre dopo gli attacchi petroliferi, consiste nell’indebolire l’Iran per portarlo a un umiliante negoziato alle proprie condizioni e costringerla a rinunciare al suo ruolo politico nella regione.

Iran Trump
Fonte: farodiroma.it

Richieste irricevibili per gli Ayatollah: la vessata economia iraniana suscita malcontento, e la classe dirigente islamista è costretta ad alzare continuamente la posta in gioco e a mantenere alta la tensione con il nemico esterno per mantenere il controllo della popolazione, con conseguenze imprevedibili. Qualora gli interessi dei due Paesi confliggessero in modo sempre più incomponibile, sarebbe impossibile non precipitare verso difficoltose soluzioni militari, la storia insegna.

Una strada che eviti uno scontro micidiale è possibile. L’Iran non è l’ISIS, e non va trattato come tale: si tratta di un paese dei chiaroscuri, dove l’integralismo islamico convive con una società civile articolata e vivace, portatrice di ambizioni di modernizzazione e di benessere esplicite e ineludibili, che andrebbero sostenute e non soffocate con le sanzioni e le minacce militari, che indeboliscono i riformisti e rafforzano i conservatori.

La quiescenza della conflittualità con l’Occidente, soprattutto attraverso le iniziative diplomatiche, indica una strada meno battuta di quanto non fosse auspicabile. Da una parte un Paese complesso e ambivalente, dall’altra un’amministrazione irresponsabile e assai poco confacente ad affrontare questi tipi di dossier: il problema si chiama Donald Trump.

Luigi Iannone

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