Gaza: tregua apparente e il rischio di colonizzazione mascherata
Foto di Ömer Faruk Yıldız: https://www.pexels.com

Il piano Trump per Gaza appare come una tregua apparente che viene presentata come un passo verso la pace. Dietro la diplomazia si nasconde però il rischio di una colonizzazione mascherata e di un conflitto senza fine. Gli scontri nella Striscia di Gaza continuano a mietere vittime, mentre le potenze occidentali restano al centro di scelte politiche controverse.

Il contesto storico del conflitto

Il potere – soprattutto nel mondo occidentale – manifesta spesso una propensione alla crudeltà, accecato dall’avarizia e dal desiderio di dominio. Dopo l’Olocausto, il popolo ebraico visse un profondo disorientamento, comprensibile alla luce della tragedia appena subita. Le scelte geopolitiche delle potenze occidentali – in particolare del Regno Unito con la Dichiarazione Balfour del 1917 – e poi la nascita dello Stato d’Israele nel 1948, segnarono l’inizio di un conflitto che ancora oggi sembra impossibile risolvere. La promessa di una “patria per il popolo ebraico” nella Palestina mandataria aprì infatti la strada a una lunga stagione di guerre, occupazioni e ingiustizie reciproche, innestando così una tregua apparente e un rischio continuo di colonizzazione mascherata, un tema centrale per Gaza, che vede il rischio di colonizzazione sempre presente.

In questo contesto nacque, nel 1987, Hamas: inizialmente un movimento islamista palestinese, poi forza politica che nel 2006 vinse le elezioni legislative nei territori palestinesi. Da allora, la spirale di violenza non ha mai trovato tregua.
Nel 202, e ancor più oggi nel 2025, il mondo sembra aver preso maggiore consapevolezza dell’entità della tragedia in corso a Gaza, dove la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. Le immagini di distruzione e i numeri delle vittime mettono a nudo la profonda crisi morale e politica della nostra società globale, in cui il calcolo strategico prevale sull’etica e l’indifferenza si è fatta linguaggio comune.

Il ruolo dell’Italia e la memoria che si dissolve

È inevitabile, in questo scenario, tornare ai principi fondativi della Costituzione italiana, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale per garantire libertà, giustizia e diritti universali. Proprio in nome di quella Costituzione, che molti politici sembrano dimenticare o non conoscere affatto, il popolo italiano ha espresso il proprio dissenso nelle piazze. Con manifestazioni pacifiche ha gridato la propria distanza da uno Stato sempre più impegnato a diffondere una politica della censura, della meritocrazia e della fede, ma che allo stesso tempo finanzia, in silenzio, uno Stato responsabile dello sterminio di civili, uomini, donne e bambini.

Emblematica è la storia di Hind Rajab, la bambina palestinese a cui è stato dedicato un film-documentario per testimoniare il dolore di un’umanità che viene annientata sotto gli occhi del mondo. In questo contesto, risulta ancora più sconcertante vedere il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ricevere pubblicamente un premio come “migliore amico di Israele”. Di fronte a tutto questo, il popolo italiano ha deciso di reagire, di distaccarsi simbolicamente da una politica complice e di riempire le piazze in nome della pace, quella vera.

Un segnale, seppur tardivo, è finalmente arrivato: il 4 ottobre 2025, per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha revocato la licenza di export di armi verso Israele. Forse una risposta forzata, ma comunque un primo segno di incrinatura. Resta da capire se potrà trasformarsi in un vero distacco politico e morale dall’occupazione e dalle sue logiche, in un contesto in cui Gaza vive tregue solo apparenti, continuando a subire il rischio di una colonizzazione mascherata.

Questo gesto assume un significato ancora più profondo se inserito nel quadro del Piano di Pace redatto da Trump per Gaza, un progetto che, dietro l’apparente diplomazia, cela l’intento di ridefinire l’assetto politico della regione a vantaggio delle potenze occidentali.
Una manovra che perpetua l’asimmetria di potere e la logica della colonizzazione sotto forma di pace, lasciando Gaza in una condizione di fragile sospensione, dove ogni tregua sembra preludere a un nuovo controllo.

Piano Trump Gaza 2025: il sogno americano di colonizzare fingendosi eroi

Nel discorso diplomatico, il Piano Trump per Gaza è presentato come un «primo passo verso la pace»: un accordo che prevede il rilascio dei 48 ostaggi detenuti da Hamas in cambio di prigionieri palestinesi, il disarmo di Hamas e il ritiro graduale delle forze israeliane, con l’obiettivo dichiarato di de-escalare il conflitto. Nonostante le dichiarazioni, molti credono che questo piano possa essere una tregua momentanea con un rischio di colonizzazione.

Ma al di là della retorica, emergono contraddizioni profonde. Secondo il Manifesto, il piano è stato elaborato da Trump e dai suoi emissari con Netanyahu, escludendo del tutto i palestinesi dai processi decisionali. Non è una trattativa tra pari, ma l’ennesima messa in scena del potere: Gaza rischia di diventare un territorio “normalizzato” sotto amministrazione americana, con Tony Blair a orchestrare la nuova forma di occupazione.

Nel piano non compare alcuna prospettiva reale per uno Stato palestinese indipendente. Gerusalemme Est rimarrebbe sotto sovranità israeliana, mentre l’Autorità nazionale palestinese verrebbe progressivamente privata di ogni funzione politica. Le forze armate israeliane, inoltre, continuerebbero a presidiare gran parte del territorio con la giustificazione del “controllo di sicurezza”, perpetuando così l’occupazione sotto nuove forme.

In sostanza, non si tratta di un processo di pace, ma di un accordo imposto che ridefinisce i rapporti di potere nella regione, rafforzando la gerarchia esistente e mascherando l’asimmetria sotto il linguaggio della mediazione diplomatica.
Per Gaza, questo significa vivere sotto una costante minaccia di colonizzazione, una forma di dominio che si rinnova dietro l’apparenza della diplomazia e della pace.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza, il bilancio supera ormai 67.000 morti e 170.000 feriti. Le principali organizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite ai gruppi per i diritti umani e alle associazioni di studiosi del genocidio, hanno denunciato crimini di guerra e atti di genocidio, accuse che Israele continua a respingere con fermezza.

Mentre i leader parlano di piani di pace e nuove opportunità diplomatiche, la memoria storica sembra dissolversi. L’orrore del passato non ha insegnato nulla a chi continua a perpetuare violenza in nome della sicurezza o del potere. E allora, la domanda resta sospesa: cosa rimane dell’umanità, quando la sofferenza diventa statistica e la pace un atto di marketing politico, il preludio di una colonizzazione 2.0? Gaza rischia costantemente una colonizzazione, la situazione rimane critica.

Catia Somma

Catia Somma
Raccolgo immagini, voci e storie, esplorando i territori di confine tra arte, ricerca e memoria visiva. Il mio lavoro si muove tra il documentario, la fotografia e la scrittura audiovisiva, indagando come le narrazioni contemporanee plasmano l’identità e la percezione del mondo.

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