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Fonte: REUTERS/Khalid al-Mousily

Un governo di un Paese martoriato da più di un decennio di guerra, accusato di corruzione e asservimento a uno Stato vicino, potente e per di più storico rivale, dà ordine alle sue forze di polizia e militari di sparare sulla folla durante massicce manifestazioni di piazza contro lo stesso esecutivo: in più di un mese di proteste antigovernative, sul terreno rimangono almeno quattrocento cittadini. Così si può sintetizzare la tragica attualità dell’Iraq, con l’Iran, il suo appunto potente vicino, che ha rivestito un ruolo di primo piano nell’incendiare e dirigere da lontano la sanguinaria reazione delle autorità irachene contro la mobilitazione popolare, per favorire i propri interessi strategici.

L’Iraq, la “democrazia” e la corruzione del governo

Adel Abdul Mahdi è stato il primo ministro dell’Iraq fino alla fine di novembre, quando è stato costretto a dimettersi: ha deciso il passo indietro non a causa della crescente ed esplicita sfiducia del Paese, non in seguito alle vergognose carneficine di Baghdad, Nassirya e Najaf, ma per la dura reprimenda rivoltagli da un potente ayatollah del Paese, Ali Al Sistani.

Questo personaggio, di solito lontano dalla politica attiva ma considerato in grado di esercitare una forte influenza sull’opinione pubblica irachena, alla luce della violenta repressione delle proteste antigovernative ha infine invitato il parlamento di Baghdad a sfiduciare il primo ministro, che a quel punto ha dovuto cedere. Si sono dunque rivelati inutili i tentativi, da parte di miliziani iraniani impunemente operanti in Iraq in questi mesi, di tenere Mahdi ancora in sella con la forza (più o meno occulta) delle loro armi.

Solo nel momento in cui l’autorevole voce di Al Sistani si è fatta sentire, dunque, Mahdi si è visto costretto ad abbandonare una nave ormai condannata al naufragio, sballottata dai venti di tempesta dell’opposizione interna, ma soprattutto della geopolitica mediorientale, che in Iraq ha trovato una nuova scacchiera su cui consumare strategie di influenza opposte e incrociate. Il tutto, sulla pelle di un popolo già esausto e martoriato da quasi vent’anni di guerra.

L’instabilità e la discordia sono i frutti palesi del “dono” della democrazia all’occidentale, che gli Stati Uniti hanno graziosamente deciso di concedere all’Iraq con l’invasione del 2003: una continua escalation di violenza militare e politica ha completamente distrutto una Nazione già di per sé conflittuale, perché artificioso contenitore di confessioni ed etnie diverse. Passando per la drammatica epopea dell’ISIS degli ultimi anni, le divisioni interne sono ancora oggi laceranti, nonostante la Costituzione stabilisca un sistema semipresidenziale in apparenza equilibrato e una legge elettorale, in teoria pluralista, regoli l’esercizio della vita democratica.

Il problema è che la Costituzione ha costruito un sistema istituzionale insostenibile per un Paese tra i più poveri della regione (pur essendo il secondo produttore di petrolio al mondo); la macchina amministrativa ha foraggiato una classe parassitaria e corrotta di burocrati, che facilmente si sono svenduti al miglior offerente; andate frettolosamente via il grosso delle truppe americane, tale offerente è diventato l’Iran, che ha “conquistato” in fretta il debole vicino. La dittatura sunnita incarnata da Saddam Hussein ha ceduto di schianto il posto a una classe dirigente ormai apertamente a maggioranza sciita. Nonostante il potere recuperato, però, in Iraq tale predominanza sciita si è rivelata particolarmente frammentata.

L’influenza dell’Iran come miccia delle proteste antigovernative irachene

Tra gli sciiti in Iraq c’è infatti chi sostiene l’Iran, parimenti sciita, e c’è chi lo rifiuta: una buona parte degli sciiti iracheni, in effetti, non amano il modello della Repubblica islamica di Teheran per diversi motivi, a partire dalla forzata contaminazione tra religione e politica. Paradossalmente, la tradizione laicista (per quanto violenta e non certo disinteressata) della dittatura di Saddam Hussein è servita a qualcosa. Il riferimento del gruppo sociale più critico nei confronti di Teheran è proprio l’ayatollah Al Sistani, capo religioso sciita, ma non per questo concorde con l’impostazione politica e geopolitica dei suoi omologhi al potere a Teheran.

L’altra fazione sciita, viceversa interessata alla promozione dei rapporti con l’Iran, è quella cui appartiene l’ex primo ministro. È proprio la rete di discutibili contatti con il governo iraniano che, nell’ultimo periodo, è stato il capo di imputazione più grave addebitato dalle proteste antigovernative all’esecutivo. Mahdi era considerato un “servo” di Teheran, più propenso a fare gli interessi del vicino che quelli del proprio Paese. Le manifestazioni, culminate con l’assalto al consolato dell’Iran a Najaf, hanno avuto il fine di lanciare un messaggio forte e definitivo alla classe dirigente interna e all’ingombrante vicino, per riaffermare l’indipendenza dell’Iraq.

Come detto, le oscure milizie iraniane che hanno spalleggiato in questi mesi il corrotto esecutivo iracheno non ci hanno pensato due volte a usare i cecchini e, in generale, a contribuire alla mattanza contro le proteste antigovernative. Per l’Iran, l’Iraq è diventato troppo importante a livello economico e strategico: da quando gli americani si sono disimpegnati, infatti, il terreno iracheno è stato l’unico sul quale, tra sanzioni e crisi economica interna, Teheran ha potuto mostrare i muscoli. Anche solo pochi giorni fa, l’Iran ha voluto dimostrare al mondo e specialmente agli Stati Uniti di poter fare quello che desidera sul fronte iracheno, mobilitando missili proprio a pochi chilometri dal confine.

Se Baghdad piange, Teheran non ride

Tutto verte, chiaramente, intorno al punto delle sanzioni americane all’Iran. Grazie al sostegno di un governo compiacente, l’Iraq è diventata l’unica valvola di sfogo per una produzione iraniana in crisi profonda, l’ultima risorsa di Teheran per provare a tenere in piedi un sistema economico ormai fallito.

Non perdere Mahdi al vertice dell’Iraq era diventata una questione strategica, non solo in termini economici, ma sopratutto politici: imporre una marionetta al vertice della “democrazia” impiantata in Iraq proprio dagli americani avrebbe significato imporre uno smacco all’arrogante e poco lungimirante politica estera di Washington in Medio Oriente.

A causa delle proteste antigovernative, però, questo piano è fallito: a ciò non ha certo contribuito l’atteggiamento degli USA, la cui reazione al caos iracheno è stata di fatto inesistente (dando prova che, a non capire proprio nulla su come muoversi sul precario scenario mediorientale ormai sono prima di tutto gli americani). Per la prima volta, hanno fatto tutto i cittadini iracheni. L’Iraq ha dimostrato di non voler essere un mero strumento geopolitico, men che meno in mano all’Iran che, nel frattempo, sta reprimendo le sue proteste interne nel sangue, massacrando migliaia di persone stremate dalle sanzioni e dalla disoccupazione.

Persa probabilmente la sua testa di ponte in Iraq, Teheran ha dovuto cambiare strategia: per tentare di alleggerire il peso delle sanzioni ha dovuto simbolicamente riconsegnare agli Stati Uniti due prigionieri americani. Resta solo da capire quale sarà il futuro di Baghdad in questo quadro, in attesa che, come auspicabile, si stabilizzi presto un nuovo governo.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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