Fuoricentro, urgenza e disincanto nelle aporie dell'oggi
Fonte: Sollevante Press Office

C’è un senso di stanchezza che sembra attraversare i nostri giorni, una sottile incertezza che ci accompagna nel tragitto quotidiano tra casa e il resto del mondo. È quella sensazione di vivere all’interno di un meccanismo che corre veloce, spesso senza una meta chiara, un movimento frenetico che finisce per oscurare la bellezza del presente. Maurizio Camuti e la sua band Fuoricentro hanno scelto di fermarsi, di osservare con occhi attenti quel groviglio di contraddizioni che compone la nostra vita di ogni giorno, senza aver paura di chiamarlo per nome.

Con il nuovo lavoro “Un Pianeta alla Deriva“, i Fuoricentro compiono una scelta coraggiosa: si spogliano delle vesti più leggere e commerciali per abbracciare un linguaggio autentico, capace di parlare al cuore dell’ascoltatore. Non troverete scorciatoie, troverete un percorso sonoro che invita alla riflessione, come una domanda sincera che rompe il silenzio della sera.

L’ultima fatica discografica dei Fuoricentro diventa così una narrazione profonda del nostro sentirci altrove, un racconto di come le strade che percorriamo si siano fatte più labirintiche e di come, talvolta, il freddo bagliore dei nostri schermi finisca per colmare quel vuoto di relazioni che cerchiamo disperatamente di riempire. “Un Pianeta alla Deriva” è un EP che invita a guardarsi dentro, una sosta necessaria tra le luci e le ombre di una metropoli che, pur nella sua frenesia, cela ancora angoli di poesia in cui ritrovare sé stesFuorice

Fuoricentro: l’intervista

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Maurizio dei Fuoricentro per capire cosa resta, dopo tutto questo rumore, della nostra umanità.

Maurizio, partiamo dal titolo: “Un Pianeta alla Deriva”. Si ha spesso l’impressione che oggi fare musica “impegnata” sia un atto di resistenza, quasi fuori moda. Per voi Fuoricentro, è stata una scelta consapevole quella di andare controcorrente, o è stato semplicemente un riflesso istintivo?

«Per me è stata una procedura del tutto naturale il tradurre in musica e parole ciò che sentivo, da vari punti di vista: il tutto è nato a partire da quello che vedevo e, tuttora, vedo e percepisco nel quotidiano e, in generale, nel mondo. “Un Pianeta alla Deriva” è una sorta di lucida narrazione di una società che, pur essendo consapevole delle soluzioni per invertire la rotta intrapresa, è accecata da egoismi tali da impedirle miglioramenti significativi, che andrebbero a beneficio di tutti

In “Miss Mafia” affrontate un tema che in Italia è una ferita sempre aperta; lo fate, però, uscendo dagli schemi del racconto classico. Perché i Fuoricentro hanno sentito il bisogno di insistere proprio su questa “mafia invisibile” che si annida tra le pieghe dell’economia?

«Più che nella sola economia, a mio avviso, la mafia si insinua ovunque sa di poter trarre vantaggi e facili guadagni. Lo leggiamo sui giornali, lo apprendiamo dai media, dagli scandali che, una volta giunti al loro apice, emergono. Si tratta di scorciatoie silenziose dalle modalità sempre più affinate: a partire da quelle classiche e più visibili, legate ai vari traffici illeciti, fino ai riciclaggi, resi possibili dall’inserimento della delinquenza nel tessuto produttivo legale. Ciò permette alla malavita organizzata di sfruttare la grandissima liquidità accumulata, attraverso l’acquisizione di aziende che, in alcuni casi, annullano la libera concorrenza.»

“Amanda Lear” sembra un brano sospeso nel tempo. Usate una figura iconica per parlare di un’epoca che non c’è più, la “Milano da bere”, contrapponendola al grigiore attuale. Cos’è che abbiamo smarrito nel tragitto?

«Abbiamo smarrito i sogni, quelli a lungo termine. Abbiamo perso la leggerezza, la fiducia collettiva nel prossimo; abbiamo ripreso a farci le guerre, a volte nel senso letterale della parola, a volte attraverso meccanismi sofisticati che riguardano aspetti finanziari o di potere, come ad esempio l’imposizione di dazi o altri veti. Abbiamo perduto quella creatività capace di stupire, che rimaneva impressa nella memoria per anni, a scapito di una “fast pseudo-arte” che, in alcune casistiche, viene dimenticata dopo pochi giorni. Insomma, credo che stia avvenendo una regressione sociale piuttosto rapida, non lenta come ci si aspettava.»

La notte milanese, in “La danza delle falene”, diventa, nel racconto sonoro dei Fuoricentro, un palcoscenico di solitudini. È davvero così difficile trovare un contatto autentico oggi, o siamo noi che abbiamo perso la capacità di cercarlo?

«Nel contesto sociale in cui ci troviamo, è sempre più difficile “spogliarsi” dalle maschere con le quali ci mostriamo; questo ci rende più vulnerabili agli occhi dell’altro. È il risultato di un tipo di cultura occidentale tossica durata decenni, che ha condannato le fragilità intrinseche dell’essere umano, privilegiando un’immagine superficiale, spesso costruita a tavolino. Con il diffondersi dei social network, temo che questo atteggiamento stia andando peggiorando ancor più.»

Chiudiamo con un filo di speranza, presente in “Non è tutto finito”. In un quadro così lucido e disincantato, dove trovano i Fuoricentro la forza di credere che si possa ancora invertire la rotta?

«Sì, assolutamente. Il cambiamento climatico fino a qualche anno fa veniva raccontato quotidianamente dai media. Oggi gli spazi sono riservati ad altro, nonostante la situazione sia, purtroppo, degenerata. Basterebbe che, a livello globale, si analizzassero i risultati derivanti dal mutamento del clima, che si mettesse al primo posto delle agende politiche globali la necessità di rallentare, di invertire un processo a cui ci stiamo, pericolosamente, abituando.»

Vincenzo Nicoletti

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