
Il 4 maggio 2010 gli Amor Fou, band indie pop milanese formatasi all’incirca quattro anni prima, splendidamente inseritasi, nel giro di poco tempo, nel solco della più nobile trazione cantautorale nostrana, pubblicarono per Emi Music “I moralisti”, lavoro interamente dedicato al tema della morale della società italiana contemporanea.
Il secondo long playing del complesso musicale capitanato da Alessandro Raina è un album che approfondisce sempre di più il concetto del “pop d’inchiesta”: la canzone non deve più relegarsi sistematicamente alla sola messa in musica del proprio mondo interiore, piuttosto tornare ad essere mezzo di lettura e indagine della quotidianità, che resta un incredibile contenitore di esempi e messaggi.
“I moralisti” altro non è che un’analisi in musica sviluppata attraverso dieci personaggi reali, nati tra il 1950 e il 1980 – periodo compreso tra la nascita degli autori e dei loro genitori -, descritti secondo un canone che si ricollega all’impianto del Neorealismo e al cinema d’inchiesta di Petri, Antonioni, Rosi, Lizzani, Pietrangeli e Sorrentino.
Molte sono state le recensioni, molti i concerti, molte le dichiarazioni rilasciate dagli Amor Fou in merito, sia in Italia che all’estero. Si è parlato così tanto de “I moralisti” che non potevano esimerci dal rivolgere anche noi qualche domanda ad uno degli autori dell’album, nonché frontman del gruppo, Alessandro Raina.
Toglimi una curiosità: con “I moralisti” – parlo soprattutto dei testi e del processo creativo che sta alle spalle – vai a riprendere una mission che è stata quella del cinema neorealista italiano. Come ti sei approcciato a questa tipologia di scrittura, lingua e pubblico?
«Devo dire che la mia prima lingua musicale è l’inglese, perché mi è sempre venuto naturale scrivere le canzoni così. Ho cominciato a scrivere in italiano nel 2007. Il processo creativo è simile: sono abbastanza veloce in entrambe le lingue, scrivo testo e musica insieme. Ne “I moralisti” ho avuto modo di eclissarmi ancora di più rispetto al precedente lavoro discografico, di indagare la dimensione umana.»
La canzoni degli Amor Fou sono audaci da un punto di vista stilistico e contenutistico. Come vedi questi “moralisti”?
«In quanto “moralista” primo, vedo il progetto Amor Fou molto interessante proprio per questa visione dello scrivere, per questo intento di fare un’analisi sociale, non critica – è importante sottolinearlo – di quello che sta succedendo in Italia. La componente che più mi ha appassionato da quando sono entrato a far parte della band, è proprio il ruolo che viene attribuito all’arte.»
In questo dato momento storico che pare dominato da un’assoluta entropia, cosa ne è di alcuni concetti che sono particolarmente vicine all’universo simbolico degli Amor Fou, vale a dire stupore, eleganza e, appunto, morale?
«Stupore: viviamo in una fase di grande disincanto, o forse in una fase che ha addirittura superato il disincanto. Da un lato non c’è più moltissimo da scoprire, dall’altro le persone, iperbombardate da migliaia di informazioni continue, hanno perso l’attitudine a stupirsi. Noi Amor Fou, più che stupire, cerchiamo di suggerire un ritorno alla pazienza. È vero che un disco è, comunque, un prodotto leggero, non impegnativo, ma ha pur sempre bisogno i piccoli riti – su cui noi siamo molto ancorati – che si sono un po’ persi, come sfogliare un booklet ad esempio.
L’eleganza credo sia un elemento innato, non da ricercare. Se c’è una ricerca in tal senso, quasi sempre risulta stucchevole o comunque di maniera. I codici estetici sono tutti ampliamente diffusi; principalmente si deve trovare una coerenza, una cura. Nel nostro modo di far musica c’è molta attenzione in questo.
Infine, per quanto riguarda la morale, noi con Amor Fou abbiamo dedicato un intero album a questo concetto; ci tenevamo a riflettere su cosa oggi possa essere considerato “morale”. Quello di cui ci siamo resi conto, anche andando in giro per l’Italia, è che ciò che fino a quindici/vent’anni fa veniva definito come “morale”, oggi risulta quasi trasgressivo. Tutte le figure che nell’immaginario collettivo dovrebbero rappresentare l’etica in Italia in questo momento sono deboli, se non addirittura sputtanate. Pensare di individuare delle figure della società assolutamente normali e trovare in loro degli esempi di morale, positiva o negativa, ci è sembrata una cosa molto trasgressiva.»
Che rapporto c’è tra Pasolini e gli Amor Fou?
«È un rapporto molto stretto. Oltre a far parte del nostro background culturale, per i suoi film e soprattutto per i suoi scritti, devo dire che Pier Paolo Pasolini è una figura molto ricorrente. Ricordo un episodio tra i tanti: a Roma abbiamo avuto un incontro totalmente inaspettato con la figlia di uno dei “ragazzi di vita”, cioè uno dei protagonisti del libro di Pasolini, uno che poi recitò anche in “Accattone”. Ricordo che, attratta dalla nostra musica, lei si avvicinò, confermando di trovare degli elementi di continuità tra noi e quel mondo di cui suo padre aveva fatto parte. Questo episodio ci ha fatto comprendere che stavamo andando nella direzione giusta.»
Vincenzo Nicoletti
















































