Hong Kong è nelle mani della Cina: chiudono i giornali pro-democrazia
Foto di Hitesh Choudhary da Pixabay

Dalla controversa legge per la sicurezza nazionale si sono susseguite, senza soluzione di continuità, aggressioni delle forze dell’ordine, arresti arbitrari e lo scioglimento dei gruppi pro-democrazia. E queste sono solo alcune delle numerose vessazioni che i cittadini di Hong Kong hanno dovuto subire dalla Cina negli ultimi due anni. Adesso bisogna aggiungere all’elenco anche la chiusura di tutti i giornali di opposizione e pro-democrazia.

Le chiusure sono iniziate all’inizio del 2021: il primo è stato l’Apple Daily, fondato nel 1995 da Jimmy Lai, divenne subito famoso per gli articoli sensazionalistici, titoli aggressivi e per la posizione apertamente critica verso la Cina. Apple Daily aveva annunciato, dopo 26 anni di operato, la chiusura prevista per il 26 giugno 2021. Lo aveva fatto a seguito del blocco dei fondi economici e dell’arresto del direttore Jimmy Lai, già incarcerato per aver partecipato ad una protesta pro-democrazia, e accusato di essere in combutta con potenze straniere per attaccare la sicurezza nazionale. Sono stati arrestati anche l’editorialista principale del giornale, Tseung Kwan O, il direttore responsabile e quattro membri della dirigenza. 

È poi arrivata anche la notizia della chiusura di Stand News, a 7 anni dalla fondazione, dopo il blocco di beni dal valore di 61 milioni di dollari di Hong Kong e un blitz da parte di 200 ufficiali della polizia nella redazione. Sono stati arrestati sei membri dello staff, tra cui il direttore Patrick Lam, l’ex direttore in carica Chung Pui-kuen e il direttore della sezione scientifica Chow Tat-chi. Inoltre la polizia, con un mandato facente riferimento all’articolo 43 della legge sulla sicurezza nazionale, ha fatto incursione nell’abitazione del vice editore incaricato Ronson Chan per raccogliere 30 scatole con le prove relative alla cospirazione, contenenti “pubblicazioni sediziose”.

Incursione della polizia per la sicurezza nazionale di Hong Kong nella casa di Ronson Chan

Ha seguito la stessa sorte il Citizen News, che a partire dal 4 gennaio scorso ha cessato le pubblicazioni a 5 anni dall’apertura del giornale. Un primo attacco al quotidiano c’è stato lo scorso ottobre, quando l’Ufficio di Sicurezza ha rilasciato una dichiarazione dove si sosteneva che un report sul Segretario Tang Ping-keung pubblicato dal giornale avesse violato l’articolo 23 della Legge Fondamentale di Hong Kong. Il Segretario della Sicurezza, secondo la redazione, aveva soppresso la libertà di parola servendosi della nuova legge di sicurezza nazionale. Secondo le autorità filo-cinesi, il report avrebbe fuorviato così il giudizio dei lettori.

Essendo la situazione estremamente difficile, non sarebbe sorprendente se i giornalisti decidessero di lasciare il paese. Infatti, da un report trapelato del Club dei Corrispondenti Esteri di Hong Kong si evince che il 46% dei giornalisti hanno preso in considerazione di lasciare il territorio autonomo a causa delle forti restrizioni, un 80% crede che le condizioni lavorative siano deteriorate e un’ulteriore 86% afferma che i testimoni di alcuni eventi ad Hong Kong non siano più disposti ad essere identificati negli articoli o a voler esprimere la propria opinione su questioni delicate per la Cina.

Ad acuire la situazione di disagio è la notizia di una possibile legge contro le fake news che darebbe alla Cina la possibilità di censurare come “falsa” ogni notizia sgradita al Partito Comunista Cinese. Se questa legge dovesse arrivare all’approvazione sarebbe un problema anche per le testate giornalistiche straniere che hanno sede ad Hong Kong, che non avrebbero più la possibilità di restare nella città.

Utilizzando come movente la violazione della Legge sulla Sicurezza Nazionale più di 1000 persone, di cui 700 giornalisti, hanno perso il proprio lavoro e altri sono incarcerati. La famigerata legge, approvata il 30 giugno 2020, ha permesso alla Cina di reprimere sempre più coercitivamente la libertà di Hong Kong, dapprima vietando manifestazioni, per poi passare alle associazioni pro-democrazia ed infine ai giornali. Ora anche l’ultima flebile luce di democrazia sembra spenta: per gli hongkonghesi la libertà di parola è ormai solo un ricordo. 

Gaia Russo

Eterna bambina con la sindrome di Peter Pan. Amante dei viaggi, della natura, della lettura, della musica, dell'arte, delle serie tv e del cinema. Mi piace scoprire cose nuove, mi piace parlare con gli altri per sapere le loro storie ed opinioni, mi piace osservare e pensare. Studio lingue e letterature inglese e cinese all'università di Napoli "L'Orientale".

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