Boric Cile
Fonte: Wikimedia Commons

Alle elezioni presidenziali più polarizzate e incerte della storia recente del Cile, in una battaglia voto per voto dove si sono contrapposti due modelli opposti di paese, a imporsi al ballottaggio è stato il candidato socialdemocratico Gabriel Boric. Il presidente più giovane della storia del paese sudamericano (35 anni) ora avrà il delicato compito di accompagnare la transizione del Cile verso un nuovo assetto costituzionale.

Boric presidente del Cile: i risultati del ballottaggio

Cile Boric
Gabriel Boric, nuovo presidente del Cile. Fonte: tag43.it

Gabriel Boric, candidato con il Frente Amplio e della coalizione socialdemocratica Apruebo Dignidad, di cui fa parte anche il Partito comunista, è riuscito così a ribaltare il risultato ottenuto al primo turno (21 novembre), a spese di José Antonio Kast, esponente dell’estrema destra nostalgica della dittatura. La vittoria è netta: il presidente eletto del Cile ha vinto il ballottaggio con il 55,87% dei voti, staccando Kast fermo al 44.13%. Il candidato dell’estrema destra ha riconosciuto la sconfitta, benché durante la campagna avesse dichiarato, come Trump, che in caso di vittoria della sinistra avrebbe denunciato brogli.

È una giornata storica, e per le strade di Santiago, a Plaza Dignidad (ex Plaza Italia), simbolo delle proteste oceaniche che attraversano il Cile da ottobre 2019, si festeggia. Con i suoi 35 anni Boric è il presidente eletto più giovane e votato della storia del paese, con più di 4,6 milioni di voti, nell’elezione più partecipata da quando il voto è volontario e che ha espresso più voti nella storia.

«Il mio impegno è prendermi cura della democrazia ogni giorno… Una democrazia in cui i quartieri e le popolazioni siano protagonisti, perché una democrazia senza la gente non è democrazia» ha dichiarato Boric nel discorso della vittoria. Ex leader studentesco, Boric ha basato il suo programma sulla necessità di un nuovo contratto sociale per il Cile, ripudiando il modello neoliberista messo in pratica dal golpe del 1973: miglioramento dei servizi pubblici, diritti sociali universali, aumento delle tasse per i più ricchi e della pensione minima, tra le altre cose.

I risultati di domenica 19 dicembre sembrano suggerire la formazione di un fronte anti-destra radicale. Contrariamente alle aspettative, sembrerebbe esserci stata una convergenza su Boric degli elettori di Parisi, il candidato populista giunto al terzo posto al primo turno e che aveva appoggiato Kast. Forse, ancora una volta, permane l’eccezionalità cilena nel panorama latinoamericano: se nel resto del continente sembra più facile alimentare il terrore del bolscevismo al potere, con l’arma retorica del “pericolo Venezuela”, in Cile si sarebbe creato invece il cordone sanitario contro l’estrema destra autoritaria e dichiaratamente pinochetista.

«Se il Cile è stato la culla del neoliberismo, sarà anche la sua tomba», aveva dichiarato Boric durante la campagna per le primarie di coalizione di luglio. La morte di Lucía Hiriart, personaggio chiave della dittatura e vedova (impunita) del dittatore Pinochet, il 16 dicembre, sembra essere stata rivelatrice della nuova epoca politica che si apre per il Cile.

Dal primo turno al ballottaggio presidenziale

Il primo turno delle presidenziali del 21 novembre aveva spazzato via gli schieramenti tradizionali che si sono alternati al governo dal 1990, perché nessuno dei candidati del centrodestra (Sichel) e del centrosinistra (Provoste) sono passati al ballottaggio. A vincere il primo turno con il 27,9% era stato Kast, del Partido Republicano, mentre a poca distanza era arrivato Boric (25,7%). A sorpresa, al terzo posto, era arrivato il populista Parisi.

Kast, avvocato di 55 anni, durante la campagna per il primo turno ha puntato su cavalli di battaglia tipici della destra sudamericana (ordine e sicurezza, difesa della famiglia tradizionale, contrarietà all’aborto, mercato libero dalle briglie dello Stato) senza tralasciare proposte à la Trump, come quella di scavare una fossa nel deserto di Atacama per frenare il passaggio dei migranti. Lungi dall’essere un outsider, è stato eletto deputato nel 2001 e si era già candidato alle presidenziali del 2017. Proviene inoltre da un’importante famiglia di origini tedesche legata a doppio filo con la dittatura di Augusto Pinochet: suo fratello è stato governatore della Banca centrale e ministro, mentre suo padre è stato membro del partito nazista. La vittoria di Boric alla luce del lignaggio del suo avversario si impregna di altri significati simbolici.

La battaglia politica di queste due settimane è stata infatti tra sinistra democratica e destra reazionaria con nostalgie pinochetiste, con buona pace di alcuni commentatori nostrani che hanno descritto il ballottaggio una sfida tra estrema destra ed estrema sinistra. In realtà, si è trattato di una polarizzazione asimmetrica: se sulla collocazione di Kast nello spettro politico non vi sono dubbi, definire di estrema sinistra Boric, perché in coalizione con il Partito comunista, forza democratica e istituzionale già alleata del secondo governo di centrosinistra di Michelle Bachelet (2014-2018), è mistificazione. Il programma di Boric, così come anche le sue alleanze, sarebbero definiti socialdemocratici in qualsiasi paese d’Europa.

Le prospettive per l’oasi dell’America Latina: dalle proteste alla nuova Costituzione

Cile Boric
Plaza Dignidad il 25 ottobre 2019. Fonte: lamericalatina.net

Alle elezioni si è manifestato in tutta la sua forza lo scenario frutto del terremoto politico che scuote il Cile dall’ottobre 2019. Le proteste oceaniche, esplose dopo un aumento del prezzo dei biglietti della metro di Santiago e ribattezzate estallido social, hanno reso evidente un malessere diffuso ma silenzioso, insinuatosi nei meandri del modello politico e socio-economico cileno da 30 anni. Quest’ultimo, lodato e imitato, diretto erede delle riforme neoliberiste implementate sotto la dittatura e anche dopo il ritorno alla democrazia nel 1990, sembra essersi rotto da ormai due anni. Se il Cile è tra i paesi più ricchi del continente, è comunque tra i peggiori paesi OCSE per disuguaglianza di reddito. Un paese dove il 50% più povero detiene il 2% della ricchezza mentre l’1% più ricco il 26,5% si può davvero definire l’oasi dell’America Latina?

Nella storia politica recente del Cile, c’è stata una transizione riuscita dal estallido social a un processo democratico per cambiare il contratto sociale alla base della democrazia cilena. I movimenti sociali e lo spirito delle proteste (octubrismo) hanno portato i cileni a un referendum per una nuova costituzione e alle megaelezioni di maggio per eleggere i 155 membri dell’Assemblea costituente. Dominata da candidati indipendenti e di sinistra, la Convenzione è stata incaricata di redarre la prima costituzione della storia scritta da un organo eletto con parità di genere e con rappresentanza delle popolazioni indigene. Il Cile è così il nuovo laboratorio del costituzionalismo latinoamericano: come sottolinea lo storico Olivier Compagnon, «il Cile, culla della rivoluzione neoliberale mezzo secolo fa, è una bussola politica per il mondo che ci permette non solo di valutare gli effetti devastanti di un modello di sviluppo, ma anche di anticipare ciò che potrebbe accadere altrove quando diventa chiaro che questo modello è iniquo».

Il 21 novembre i cileni sono andati alle urne anche per rinnovare la Camera dei deputati e più della metà del Senato. Il nuovo congresso, frammentato e tendente a destra, offre ancora più incertezza per quanto riguarda alcune riforme importanti sul tavolo (come quella dei Carabineros, macchiatisi di crimini contro i diritti umani durante le proteste) e le interferenze che potrebbero ostacolare l’Assemblea costituente, visto che la nuova costituzione dovrà essere approvata da un referendum con voto obbligatorio e quorum di due terzi. Altrimenti, si ritornerebbe alla Costituzione del 1980, redatta sotto la dittatura e attualmente in vigore. La posta in gioco è alta, anche dopo il ballottaggio, in un paese profondamente diviso. Se da una parte la vittoria di Boric influirà positivamente sulle dinamiche interne e sull’agibilità politica dell’Assemblea, dall’altro tra le decisioni che questo ente dovrà prendere c’è anche quella sul sistema di governo, scelta che potrebbe interrompere il mandato di Boric. Cosa succederà alle regole del gioco?

La democrazia, proprio come la rivoluzione, non è un pranzo di gala. È un cammino impegnativo, non senza contraddizioni e ostacoli. Tuttavia il Cile sta dimostrando al mondo intero che è un cammino che vale la pena intraprendere. Se verrà approvata la nuova Costituzione, per il Cile si chiuderà definitivamente la transizione e inizierà una nuova epoca politica. Rievocando le ultime parole di Salvador Allende nel 1973, con Boric si aprono finalmente las grandes alamedas?

Augusto Heras

5 x mille Survival
Politologo classe 1995, passato per Bologna, Parigi, Madrid e Buenos Aires. Scrivo di politica internazionale, disuguaglianze, sviluppo economico e America Latina.

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